mercoledì 18 novembre 2009

Parole, bambini, secondi.


Con la fame nel mondo si è provato di tutto. I concerti planetari, gli spot commossi delle star del pallone e del cinema, le sottoscrizioni via televisione, le sfilate di capi di stato. Niente da fare, le cose vanno sempre peggio. Oggi si chiude il vertice della Fao, l’ennesimo costretto a dire che gli affamati aumentano anziché diminuire, ad ammettere che i soldi scuciti dai paesi ricchi sono meno di quelli che servirebbero e anche ad aggiungere che non sono spesi al meglio. Tutti tornano a casa, chi sulle auto blu, chi a piedi perché le strade di Roma attorno al palazzo che ha ospitato l’incontro sono sbarrate per via della sicurezza per gli ospiti importanti. Gli stessi che poi vedi sui telegiornali passeggiare, fare shopping, o i più stravaganti dedicarsi a riunioni serali con ragazze convocate a gettone. E tornando a casa viene da chiedersi perche le organizzano ancora, riunioni così, passerelle costose per scambiarsi parole inutili, che potrebbero scriversi o telefonarsi e chiamarci se e quando qualcosa hanno deciso. Alla Fao rispondono con sincerità che anche loro sono delusi, che di più non si riesce a fare, ma che almeno per tre giorni la vergogna di un mondo che avrebbe cibo per tutti e che invece uccide per fame un bambino ogni sei secondi è diventata un minuto di attenzione. Il tempo di leggere questo colonnino qui, mentre dieci piccoli ci salutano in silenzio. (pubblicato su DNews)

mercoledì 4 novembre 2009

Diana, Stefano e gli altri


Se uno si toglie la vita in carcere qualcosa non funziona, se uno entra vivo e muore misteriosamente tra carcere e ospedale qualcosa non funziona, se un capo delle guardie carcerarie dice “non si massacra qui, ma di sotto” allora probabilmente è così che invece funziona. Le storie di Diana, Stefano e della voce registrata che arriva dal penitenziario di Teramo sono tutte diverse e tutte da chiarire ma certo assieme a tutte le altre che passano direttamente dai trafiletti alle statistiche accendono, almeno per un poco, la luce su uno dei veri problemi della giustizia italiana. Il carcere, dove è possibile ancora che una ragazza, terrorista ma viva, si ammazzi impiccandosi con le lenzuola, anche se da mesi i suoi avvocati avevano avvisato in tutte le lingue del rischio di un suicidio. Il carcere, dove un ragazzo, drogato ma vivo, ci entra per qualche ora poi lo portano in un ospedale, di lui si perdono le tracce e la famiglia se lo ritrova cadavere, con quelle foto del medico legale che dicono che non è morto d’influenza. Il carcere dove solo per caso, perché qualcuno ha registrato le sue parole, si sente un capo dei secondini che dà istruzioni su dove picchiare i detenuti, per evitare che un altro detenuto, “negro” aggiunge la sua voce, possa vedere. Il ministro Alfano apre inchieste e va bene, se anche di questo parlasse la sua riforma della giustizia, andrebbe meglio. (pubblicato su DNews)

domenica 1 novembre 2009

Sballottaggio


Afghanistan. Variazioni impreviste all'esportazione della democrazia.

mercoledì 21 ottobre 2009

Lavavetri, giocolieri e altre distrazioni

Ho fatto un piccolo calcolo prima di cominciare, ho contato il numero delle dichiarazioni che al momento di scrivere si erano già accumulate sull’argomento e così ho capito che sì, l’ordinanza su lavavetri e giocolieri del sindaco di Roma aveva già raggiunto il suo scopo, fare rumore. Così stamattina nei bar non si parla d’altro, c’è chi giura che ai semafori già non si vedono più, che ci voleva proprio questa opera di pulizia, che non se ne poteva più di questi insistenti, fastidiosi che si avvicinavano ai nostri parabrezza con trampoli e spazzoloni, intralciando noi pronti a scattare. E poi hai visto che bravo questo sindaco, per quelli “davvero” poveri niente multa di cento euro ma assistenza e servizi sociali, è così che si fa, si multano i cattivi, si cacciano i clandestini, si salvano i buoni. Insomma l’operazione è perfetta, non stiamo lì a chiedere adesso chi “davvero” pagherà le multe, come si farà a distinguere un lavavetri o un mangiafuoco “davvero” povero da uno che invece è ricco ma fa finta di arrangiarsi ai semafori, dove andranno a finire una volta cacciati dagli incroci, magari quelli del centro, alla periferia ci si pensa dopo. È cosi che deve fare una grande città, deve far sparire, allontanare dagli occhi tutto quello che ci può disturbare mentre restiamo lì, immobili, anche quando il semaforo diventa verde. Dietro quello parcheggiato in seconda fila. (pubblicato su DNews)

venerdì 16 ottobre 2009

Editti


"Prevedo che la metà degli italiani non pagherà il canone della Rai". Detto da lui in televisione equivale ad un annuncio più che a un avvertimento.

mercoledì 14 ottobre 2009

Somiglianze

Qualche giorno fa a Roma al grido di "camerati" bulli italiani picchiano due ragazzi gay, l'altro ieri a Portello di Padova un magrebino picchia due ragazze che si baciano gridando "al mio paese per voi c'è la lapidazione".

sabato 10 ottobre 2009

Gli asinelli di Gaza e gli altri


Sembrano davvero due zebre quelli ridipinti a strisce dallo zoo palestinese per non deludere i bambini in visita. Gli asinelli in Africa sono preziosi, averne uno significa potersi muovere, trasportare le proprie cose, fuggire se necessario. "Sono fedeli fino alla morte. Soffrivano terribilimente trasportando i bambini dal Darfur al Ciad. Non avevano né cibo né acqua a sufficienza ma andavano avanti... alcuni raggiungevano stremati i campi, sentivano i bimbi scivolare giù dalla loro groppa, e cadevano stecchiti all'istante, ma non prima di aver portato a termine il loro amorevole compito" (da "Il traduttore del silenzio", Daoud Hari).

mercoledì 7 ottobre 2009

Dante padano

Aspettando di sapere come finirà la guerra dei due lodi vi segnalo per distrarvi un appuntamento da non perdere. Venerdì sera fate in modo di sintonizzarvi su Telepadania, ve lo chiedo per favore. Ci sarà la prima puntata della lettura di cinque canti della Divina Commedia. Si, quella di Dante Alighieri. Il fatto nuovo, il dettaglio diciamo, è che sarà recitata in lingua regionale lombarda, per la precisione, nella sua accezione cremonese. Non sarà una cosa improvvisata ma il frutto di un ponderoso lavoro di traduzione, spiegano gli organizzatori, realizzato addirittura dieci anni fa da un esperto di tradizioni padane e che ora finalmente potremo goderci in televisione. “Un’operazione culturale” chiosa il direttore della tv. Prendano appunti a viale Mazzini, stiano in guardia Benigni e Albertazzi, all’erta il professor Sermonti, che la cosa è grossa, qui non ci si ferma a declinare in lombardo la cronaca dei nostri prosaici giorni, qui si punta in alto, su, su, fino al sommo poeta. Inutile trastullarsi col federalismo, il folklore e i dialetti regionali, qui altro che Padania libera, qui è partito il grande disegno per conquistare non solo l’indipendenza da Roma ladrona ma per egemonizzare da Cremona la vecchia e stanca Repubblica dei privilegi e dei soprusi, puntando diritto al cuore di quella lingua ormai morta che è l’italiano. Qui davvero venerdì sera ci scappa da ridere. (pubblicato su DNews)

sabato 3 ottobre 2009

Le domande e la piazza


Non so se servirà a qualcosa ma almeno c'erano il sole, la musica e tanti italiani. Bisognerà ricordarselo quando si tornerà in fabbrica. In fondo è facile, bisogna fare le domande, e non fermarsi mai.

mercoledì 23 settembre 2009

Il dolore e i numeri


Adesso che sono tornati davvero a casa, nei loro paesi, adesso, forse, si può fare una domanda. Siamo stati tre giorni dentro la cerimonia, domenica a Campino, lunedì nella basilica, ieri nelle parrocchie dei loro quartieri. Siamo stati inondati dalle lacrime in dettaglio, dai silenzi riempiti cogli applausi, dai campi lunghi delle bare e dei picchetti d’onore. Siamo stati aiutati da due bambini, che ci hanno indicato la strada, rompendo le righe dei funerali di Stato, una via d’uscita tutta italiana alla quale giornali e televisioni si sono aggrappati per dire che non era retorica, che la nostra era commozione vera. E allora eccoci alla domanda, o al grappolo di domande che si tengono l’una all’altra, aggrovigliate al raspo di nessuna certezza. Quanto si espone il dolore? Come funziona la matematica dei morti nei funerali di Stato? Fossero stati quattro, o tre o due i parà morti, che avremmo fatto? E fossero dieci domani, o venti domani l’altro, cosa faremmo ancora? E cosa dovrebbero fare gli americani con i loro 800 morti, e gli inglesi con duecento e olandesi e danesi che con meno soldati di noi hanno avuto il doppio delle perdite? Non in queste righe si discute della guerra giusta o del che fare, qui si domanda di un paese che ogni volta si stupisce di quanto sia brutta e cattiva, la guerra, si addolora in diretta per tre giorni di seguito, e poi, passa ad altro. (pubblicato su DNews)

mercoledì 16 settembre 2009

Lettera alla signora E.


Che posso fare adesso per Lei? Niente e Lei lo ha sempre saputo. Forse posso solo raccontarle come è andata stamattina, nella chiesa di via dei castani, a due passi da casa sua, in via dei ciclamini. Brutta eh! quella chiesa, anche questo lo sapeva. Non poteva sapere invece che il prete adesso è un giovane africano diventato parroco da soli sei giorni. Lui nulla sapeva di lei, solo un foglietto di due righe che gli avevano consegnato prima della Messa. “Disponibile, gentile con tutti, generosa, due figli, un nipote, frequentava la chiesa” cosi c’era scritto e cosi lo ha letto, solo che poi ha cominciato a parlare ed è sembrato che la conoscesse da sempre, che raccontasse la sua storia e, di più, che la mescolasse ai suoi ricordi di bambino, quasi si vedevano polvere e capanne, terra rossa e madri e nonne attorno al fuoco che danno consigli ed esempio soprattutto, e poi si incamminano a cercare acqua, lontana ore e chilometri. Che splendido paese veniva fuori dalle sue parole, e Lei c’era dentro, era quella donna generosa che mai accenna alla fatica, mai cede al pessimismo e tutto affronta e risolve sorretta da una dignità istintiva e profonda. Che onore averle ceduto le chiavi di casa, averle affidato per tutti gli anni che adesso sembrano un soffio, l’onere di farla rassomigliare ad un focolare mentre noi (che poi siamo diventati due) stupidamente pensavamo ad altro, a correre senza direzione.
Da quando ha dovuto lasciare ogni camicia strappata è rimasta lì, ogni macchia difficile, e non ci sono più quegli odori, quei profumi che ci aspettano quando torniamo. Sono piccole cose lo so, ma oggi, dopo il funerale sono tornato a casa e ho provato a fare io, pollo con i peperoni. Ho lasciato il tegame coperto ad aspettarci. Stasera, quando torniamo.

domenica 13 settembre 2009

Cinegiornali


Provate a immaginare quando -in diretta- consegnerà le chiavi del primo appartamento.

mercoledì 9 settembre 2009

Influenze

Adesso riaprono le scuole, sarà tutto normale, dice il ministro, però forse le vacanze di Natale saranno più lunghe. Un preside decide niente abbracci tra gli studenti mentre tutti gli altri aspettano indicazioni. I vaccini saranno pronti in tempo ma non sono ancora pronti. A Napoli non si potrà baciare il sangue di san Gennaro però il vescovo aggiunge state calmi nessun allarmismo. Insomma non sappiamo ancora se e come dovremo affrontare questa influenza, se e per chi sarà più pericolosa. Non c'è niente di peggio che lanciare messaggi contraddittori, lasciare che aleggi nell'aria il sentito dire. Io non ho visto le immagini, non so neppure se qualcuno le ha fatte vedere, del funerale di quel signore di poco più di cinquant'anni che è morto a Napoli qualche giorno fa, per le complicazioni derivanti da un suo precario stato di salute aggravato dall'influenza suina. Però ho letto di sua madre e di altri due parenti che seguivano il feretro, di una bara portata con le mascherine sul volto dagli addetti, e nessun altro a salutarlo. Solo, come un appestato. Poi ho letto invece di una scrittrice famosa, Isabel Allende, che dall'altra parte del pianeta ha detto semplicemente mentre faceva un intervista “scusatemi per la tosse ho l'influenza suina non sto ancora bene” e l'intervista è andata avanti tranquillamente. Certe volte tutto il mondo è paese, certe volte, purtroppo per noi, no. (pubblicato su DNews)

mercoledì 5 agosto 2009

Tempi moderni


L'autore dei biglietti è in viaggio. Non lo sostituisce nessuno.

mercoledì 29 luglio 2009

John e Jett

Conosco John Travolta come tutti voi. Perché ho guardato i suoi film, perché ho visto qualche amico vestirsi e ballare come lui tanti anni fa, perché ho sorriso a rincontrarlo, ironico e straordinario, e fare il verso a sé stesso in altri film, trent’anni dopo. Poi a gennaio di quest’anno quelle fotografie tenere e disperate, mai viste prima, a corredo della tragica fine di suo figlio Jett. I due volti assieme, padre e figlio, sorridente lui, assente ma teneramente abbracciato quel ragazzone rimasto bambino che il suo amore aveva protetto da tutto e da tutti e che infatti noi, lettori e spettatori, non conoscevamo. Muore il figlio adorato e John si dispera, non si rassegna all’idea di aver fatto tutto il possibile ma che non è bastato. Sei mesi sono passati da allora e da qualche giorno sono tornati a parlare di lui. Scrivono “sembra abbia perso il controllo di sé, tanto che è stato notato circolare di notte senza meta e trasandato, intento a riempirsi di cibo”. Lo fotografano col teleobiettivo e si intravede la sua faccia sotto un cappello, “depresso e ingrassato” dicono le didascalie. Approfondiscono poi, forse ha rotto con la sua setta di fede, di sicuro è reduce da fallimenti professionali. Insomma, uno stupido scempio. Per questo voglio augurare a John Travolta, che conosco come tutti voi, un’estate silenziosa e lontana. Abbracciato alle foto del suo Jett. (pubblicato su DNews)

domenica 26 luglio 2009

Guerra e magliette di lana


Ancora titoli cubitali sui soldati italiani nel mirino in Afghanistan. Anche quando -per fortuna- ci sono solo feriti lievi. Che caratteri di stampa dovrebbero usare inglesi e americani?

mercoledì 22 luglio 2009

Oppio, soldati e democrazia

Afghanistan, meno di un mese alle elezioni. Karzai alla prova del fuoco, la coalizione guidata dalla Nato alla prova del fuoco. Un passaggio cruciale per capire la direzione che prenderà il futuro di questo paese. E noi ci siamo in mezzo davvero. Arrivano altri cinquecento soldati, alla fine saranno più di tremila. Quasi tutti dislocati nell'ovest della regione, anche quelli che oggi sono a Kabul li raggiungeranno. E lì i tremila italiani ormai sono in mezzo ad una guerra insidiosa, dove il prezzo di un attentatore suicida viene valutato poco più di mille dollari, ma soprattutto dove gli insorgenti, così li chiamano adesso, sono un miscuglio inestricabile di talebani, mercanti di droga e criminali comuni. "Se ci fossero talebani disposti a trattare" dice il ministro della Difesa La Russa volato a trovare le truppe, "nessuna preclusione ideologica a farlo ma per ora così non è". Resta almeno la consapevolezza comune, da Obama a La Russa, che se si vince in Afghanistan non sarà solo con le armi. Se si vince sarà perchè qualcuno offrirà ai contadini che adesso vivono coltivando oppio comprato dai talebani qualcosa di diverso con cui provare ad immaginare un altro futuro. Parole come ricostruzione e sviluppo peseranno sempre più. Nel frattempo prepariamoci ad un'altra estate rischiosa, perchè l'estate è la stagione perfetta per chi vuol fare la guerra. (pubblicato su DNews)

mercoledì 15 luglio 2009

Seconda vita

”Ad agosto prenderò casa all'Aquila” la frase arriva in mezzo alle considerazioni sulla fame nel mondo e a quelle sul clima che cambia. Torniamo per poche righe all'atto finale del G8 nella caserma di Coppito, a quel Berlusconi soddisfatto e contenuto che tratteggia i risultati del vertice. Ognuno lo giudicherà come crede ma chissà per lui forse è scattata una nuova sfida, quella di immaginare una seconda vita, una vita alternativa, o almeno una estate alternativa. Avrà pensato che al terremoto dell'Aquila deve molto di più di un dovere morale ma forse anche un colpo di destino. Avrà pensato che se i programmi fossero restati quelli che erano si sarebbe ritrovato con i grandi della terra tra i panfili e le spiagge bianche della Sardegna a due passi da quella villa Certosa che comunque la si pensi evoca ormai pensieri almeno problematici. Invece era all'Aquila a portare Obama a emozionarsi tra le macerie. Avrà pensato che adesso è meglio passare le vacanze a correre contro il tempo e a costruire case prima dell'inverno. Avrà pensato che forse la donna da frequentare più spesso è la signora presidente della Provincia dell'Aquila testarda rappresentante di quella gente abruzzese sobria e dignitosa nel dolore e nella rabbia. Avrà pensato che anche se negherà sempre tutto, il destino una seconda opportunità gliela sta dando. Avrà pensato questo, almeno speriamo, che avrà pensato questo. (pubblicato su DNews)

sabato 11 luglio 2009

Truman show, titoli di coda (lunghi)


Ora ci sono le visite guidate. Puoi entrare nella camera da letto di Obama, sederti nella poltrona che ha occupato Sarkozy, salire sul podio dove ha parlato Berlusconi. I grandi studi della mega produzione, vuoti ma non ancora smontati, sono aperti al pubblico. Non si butta niente del Truman show. Tremila giornalisti sono stati per tre giorni a guardare e scrivere in un villaggio ben illuminato in cui sembrava ci fossero i grandi della terra. Li vedevi passare ogni minuto sui grandi schermi, a piedi camminare, sfrecciare sulle automobiline, sorridere alle foto, ma praticamente nessuno li ha potuti fisicamente anche solo a scorgere da lontano, se non negli appuntamenti rigidamente fissati dal protocollo dei rapporti con i media. E' sempre stato cosi risponderanno i veterani dei vertici. Sì ma una novità c'era e stava appunto nel fatto che sembrava che i grandi fossero sempre li, in mezzo a noi. Eravamo invece spettatori e comparse di un grande show ripreso da decine di telecamere, una regia imponente che trasformava tutto in un una grande finta vicinanza. Anche le uscite all'esterno, lungo il percorso delle macerie, in realtà erano rigidamente programmate e non dai cordoni della polizia ma dalla disposizione dei dolly e delle camere fisse. Così piazza Duomo e il palazzo crollato della Prefettura erano il set esterno dell'emozione, in dettaglio e panoramiche, carrellate e primi piani. Totalmente inutili le troupe portate dai telegiornali, non potevano muoversi, dovevano restare nel villaggio, le immagini le prendevi a piene mani dal grande film che in diretta ti scorreva sui monitor. Patinate, bellissime, gratuite. Non solo. L'accoglienza per i giornalisti era totale, seduttiva, rilassante. Due bar sempre disponibili, ombrelloni e poltrone in vimini, prato verde (che lentamente ingialliva però, perchè c'è sempre un buco nella rete) ristorante iperfornito, tutto il necessario per rendere naturale la scelta di stare lì dentro, dalla mattina alla sera tardi, quando i tremila risalivano sui pulmini che li avrebbero portati a sparpagliarsi negli alberghi distanti chilometri da L'Aquila. Già, L'Aquila, proprio la città ragione dello spostamento del vertice quasi nessuno dei tremila l'ha vista dal vero. Perchè faticare per andar fuori, sul monitor passavano le scene in sedicinoni, le lagrime e le emozioni di star e macerie, le strette di mano ai poveri (e benedetti) vigili del fuoco schierati per tre giorni a favore di camera. Insomma l'ho fatta lunga ma la sensazione di una nuova inquetante efficienza nella gestione dei rapporti con i media resta. Anche quando dopo due giorni praticamente senza confronti con la stampa, la telecamera inquadra, nella conferenza finale, la fila dei giornalisti che si rinserrano dietro al microfono aspettando, se ci sarà, il loro turno. E' vero, non ci sono state grandi domande, forse il Truman show aveva prodotto il suo primo effetto.

venerdì 10 luglio 2009

L'applauso


Era andato tutto bene. I giornalisti chiusi nel villaggio a guardare i grandi dai televisori, Berlusconi sobrio padrone di casa, regia ferrea che trasforma piazza Duomo in un set con tanto di dolly dove, una dopo l'altra le star piu o meno consapevoli, Obama, Clooney e stamattina Carlà, riempiono la scena. Peccato per quell'applauso sfuggito alla fine della conferenza stampa quando Berlusconi ha tagliato corto con Repubblica. Non hanno saputo resistere. Ma si sa, le fiction si perdono nei dettagli di edizione.

mercoledì 8 luglio 2009

L'azzardo


Un vecchio detto del mestiere dice “le fatiche del cronista non fanno notizia”. In altre parole non interessa come sei arrivato sul posto, se hai dovuto scarpinare o fare cento telefonate, se hai viaggiato la notte o cambiato dieci voli, la notizia non sei tu, raccontaci quello che vedi. Succede però che qualche volta il posto dove vai, il modo in ci arrivi si mescolano alla notizia stessa, a volte sono la storia stessa da raccontare. È il caso di oggi, dei potenti della terra che si vedono all’Aquila. Lasciamo perdere di cosa discuteranno, le regole della nuova finanza non si stabiliranno certo a Coppito, anche sul clima e lotta alla povertà i passi avanti saranno forse solo centimetri, la storia sta invece nell’idea di vederli riuniti, forse per la prima e ultima volta praticamente affacciati, sulla realtà. Certo in questi tre giorni può accadere di tutto, dal prevedibile caos organizzativo, alle domande scomode e agli imbarazzi ma se invece non accadesse nulla, se il vertice fosse il solito onesto fallimento l’azzardo visionario di aver portato i grandi della terra a discutere in una caserma accanto ad una storica città italiana distrutta dal terremoto segna comunque un punto a favore di chi ha deciso l’impresa. Se poi ci scappa anche l’inquadratura di un’emozione del presidente americano davanti alle macerie da esibire in mondovisione, allora il successo sarà assicurato. Per i problemi ci sarà occasione. (pubblicato su DNews)

mercoledì 1 luglio 2009

Vecchio copione nuovo finale (si spera)

Il primo effetto provocato dalle notizie che arrivano dall’Honduras è stato quello di un improvviso ritorno al passato. I militari circondano la casa del presidente, lo catturano e in pigiama lo costringono ad imbarcarsi sul primo aereo e lasciare il paese. Sembra una storia tirata fuori dal cassetto della memoria, fortunatamente finora senza troppo sangue ma violenta lo stesso, una di quelle che negli anni settanta avevano accompagnato la vita e la politica del continente centro e sud americano. Salvador, Guatemala, Nicaragua, solo per restare ai paesi confinanti in quegli anni vivevano schiacciati da dittature per non parlare di Cile e Argentina, i golpe più tragicamente famosi. In quegli anni alle dittature spesso si contrapponevano movimenti di guerriglia ma una cosa era abbastanza evidente. Gli Stati Uniti, più o meno apertamente, sostenevano i regimi militari, garanzia armata contro la minaccia di possibili sbocchi rivoluzionari. Ora vorremmo dire che una cosa non da poco è cambiata se il presidente esiliato dai militari prima riceve la solidarietà da tutti gli altri suoi colleghi sudamericani eletti democraticamente, poi va a Washington, e da lì annuncia che intende rientrare al più presto nel suo paese, forse già domani. Non sappiamo come finirà la storia dell’Honduras. Sappiamo però che nelle due Americhe, dal nord al sud, il passato sembra passato davvero. (pubblicato su DNews)

martedì 30 giugno 2009

Tregue

La tragedia di Viareggio.

sabato 27 giugno 2009

Dopo Trieste, prima dell'Aquila.

Prima o poi verrà in mente a qualcuno di mettere in fila i costi di tutti i G8 del mondo e quelli di tutti i risultati che per il mondo hanno ottenuto. E di fare la somma.

mercoledì 24 giugno 2009

Cattivi pensieri


Ho pensato delle cose brutte quando ho visto e rivisto il video del musicista Petru che vacilla davanti ai tornelli della metro di Napoli, poi si accascia a terra e muore lì, davanti alla giovane moglie che si dispera mentre altri, molti altri cercano solo di allontanarsi il più in fretta possibile. Mi hanno risposto in tanti che sbagliavo, devi tenere conto della paura, del fatto che la camorra aveva sparato all’impazzata. Qualche giorno dopo è arrivato un altro video con una scena simile, l’abbiamo visto tutti, il volto di Neda, la ragazza iraniana colpita al cuore e che muore guardando il cielo. Attorno a lei il padre, un dottore che cerca disperatamente di salvarla, e tanti altri. Anche in quel caso c’era qualcuno che sparava tra la folla ma nessuno ha lasciato sola Neda. Lo so, è un paragone che non regge, in Iran questi sono i giorni delle scelte senza ritorno, cortei che paghi con anni di prigione se ti va bene, Napoli invece è una splendida città italiana che convive come può con i giorni normali di questo paese, e non so se questo valga come attenuante. Fatto sta che l’altra notte sempre a Napoli, ma poteva essere dovunque in Italia, solo una ragazza ha tenuto testa ad un gruppo di balordi che insultavano dei ragazzi davanti ad un circolo gay e per questo è stata picchiata selvaggiamente dai bulli nostrani. Gli altri, tutti gli altri, hanno fatto finta di niente. E i brutti pensieri sono tornati. (pubblicato su DNews)

mercoledì 17 giugno 2009

C'è solo la strada


Non sappiamo se tutto finirà in una gigantesca repressione con bagno di sangue o se ci sarà una nuova conta dei voti più o meno formale per dare una parvenza di legittimità al potere di Ahmadinejad, quello che sappiamo ora con certezza è che l'Iran, o meglio quella parte del paese che speravamo con forza esistesse, non solo c'è ma ci sta dando una grande prova di coraggio. Avevamo tutti visto con stupore e simpatia i ragazzi e le ragazze sorridenti sventolare i fazzoletti verdi a sostegno del candidato riformista Moussavi, quelle ultime notti di campana elettorale dove improvvisa e magica la speranza di una svolta possibile sembrava a un passo. Poi il gelo dei risultati ufficiali e l’esplosione della rabbia per le strade. Per primi loro quei ragazzi, studenti soprattutto, che sapendo quanto rischiavano hanno deciso che la protesta non doveva fermarsi. Poi dietro di loro quel fiume umano che si ingrossava minuto dopo minuto, strada dopo strada, da piazza della rivoluzione a piazza libertà, quei cartelli cosi chiari a tutto il mondo “where is my vote” dove è finito il mio voto che hanno aperto un crepa nelle certezze del regime. Ieri tra le tante notizie confuse e contraddittorie quella di professori delle università di Teheran che si dimettono in massa per solidarietà con quegli studenti coraggiosi. Comunque vada a finire, la storia, quella vera, sta passando da quelle parti. (pubbicato su DNews)

domenica 14 giugno 2009

Il cuore e la testa

Abbiamo tutti tifato per i ragazzi e le ragazze scesi in strada a Teheran ma adesso qualcuno provi a ragionare. Per evitare che lo facciano solo falchi e cornacchie.

mercoledì 10 giugno 2009

Pirati e letterine


Che l’Europa fosse lontana come chilometri e come idea lo sapevamo, che la Svezia fosse uno dei posti più lontani dell’Europa anche questo era piuttosto assodato, che infine gli svedesi abbiano spedito al parlamento europeo il partito dei pirati non fa che certificare ulteriormente la distanza siderale tra noi e loro. Brevi cenni di cronaca. Il partito dei pirati, esplicito e provocatorio, è una giovane formazione politica che vuole riformare radicalmente le leggi sulla trasparenza di internet, liberalizzare lo scambio di video, musica e informazione, modificare il diritto d’autore troppo sbilanciato –dicono- in favore dello sfruttamento economico a scapito dello sviluppo culturale della società. Ora il fatto è che i pirati, partito più popolare a Stoccolma tra gli under 30, hanno raccolto voti a sufficienza per mandare uno di loro a sedere a Strasburgo. In altre parole nella lontana Svezia non solo internet è strumento decisivo di comunicazione ma produce anche riflessi concreti sulla politica. Adesso non fate paragoni, mettiamola cosi, diciamo che da noi lo strumento decisivo di comunicazione è ancora un altro, antico ma dal fascino tuttora intatto. E anche i riflessi concreti sulla politica ci sono pure quelli. Quindi non resta che aspettare. Chissà che si diranno quando si incontreranno nella Babele di Strasburgo i pirati svedesi con le letterine nostrane. (pubblicato su DNews)

martedì 9 giugno 2009

Le domande e i nemici

Un bell'articolo di Rachel Donadio corrispondente a Roma del NYT. Un suo amico giornalista italiano le riferisce del ragionamento di un magistrato (magistrato!) a proposito di un suo pezzo critico su Berlusconi. "Si chiedeva il magistrato, in tutta serietà, se l'articolo poteva essere la prova che il sindaco di NY Bloomberg, invidioso dell'impero mediatico di Berlusconi, stesse usando lei (e il il NYT ndr) per attaccare il primo ministro italiano". Potete immaginare le risate che si è fatta la giornalista.

domenica 7 giugno 2009

Tre date



Ho guardato la lista. Ho scelto tre date, le più recenti. Ho scritto i tre nomi. Buona fortuna.