Fossimo un paese normale in una campagna elettorale normale che deve eleggere amministratori di città, province e regioni magari potremmo appassionarci a storie come quella che arriva da un paesino in provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore. Succede in quel di Montecchio che ieri l’altro nell’asilo comunale all’ora di pranzo, con i bambini seduti forchette e coltelli in mano, si scodella pastasciutta, secondo e contorno per tutti meno che per nove piccoli i quali si vedono depositare sul piatto un pezzo di pane. “Disposizioni del Comune” dicono all’asilo “le famiglie dei ragazzi non pagano la retta della refezione ormai da mesi” e quindi ecco l’avvertimento, pane e acqua fino a nuovo ordine. Ora immaginate la scena, il tuo vicino di banco inforca i bucatini e tu, occhi lucidi e pane nel piatto. Per fortuna, a quanto dicono le cronache, è scattata più o meno spontanea la solidarietà e i bambini con l’aiuto delle maestre si sono ridivise le porzioni offrendo agli sfortunati un poco del loro e così per quel giorno è andata. Ma il problema, a parte l’inutilmente crudele tentativo di soluzione, resta tutto lì, cosa sono i servizi sociali in un paese civile, come la crisi morde famiglie e comuni, che alternative ha un buon amministratore. Ecco, fossimo un paese normale avremmo avuto faccia a faccia dei candidati anche sulla storia di Montecchio, invece di dare i numeri su Piazza San Giovanni. (pubblicato su DNews)
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mercoledì 24 marzo 2010
Pane acqua e bambini
Fossimo un paese normale in una campagna elettorale normale che deve eleggere amministratori di città, province e regioni magari potremmo appassionarci a storie come quella che arriva da un paesino in provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore. Succede in quel di Montecchio che ieri l’altro nell’asilo comunale all’ora di pranzo, con i bambini seduti forchette e coltelli in mano, si scodella pastasciutta, secondo e contorno per tutti meno che per nove piccoli i quali si vedono depositare sul piatto un pezzo di pane. “Disposizioni del Comune” dicono all’asilo “le famiglie dei ragazzi non pagano la retta della refezione ormai da mesi” e quindi ecco l’avvertimento, pane e acqua fino a nuovo ordine. Ora immaginate la scena, il tuo vicino di banco inforca i bucatini e tu, occhi lucidi e pane nel piatto. Per fortuna, a quanto dicono le cronache, è scattata più o meno spontanea la solidarietà e i bambini con l’aiuto delle maestre si sono ridivise le porzioni offrendo agli sfortunati un poco del loro e così per quel giorno è andata. Ma il problema, a parte l’inutilmente crudele tentativo di soluzione, resta tutto lì, cosa sono i servizi sociali in un paese civile, come la crisi morde famiglie e comuni, che alternative ha un buon amministratore. Ecco, fossimo un paese normale avremmo avuto faccia a faccia dei candidati anche sulla storia di Montecchio, invece di dare i numeri su Piazza San Giovanni. (pubblicato su DNews)mercoledì 9 settembre 2009
Influenze
Adesso riaprono le scuole, sarà tutto normale, dice il ministro, però forse le vacanze di Natale saranno più lunghe. Un preside decide niente abbracci tra gli studenti mentre tutti gli altri aspettano indicazioni. I vaccini saranno pronti in tempo ma non sono ancora pronti. A Napoli non si potrà baciare il sangue di san Gennaro però il vescovo aggiunge state calmi nessun allarmismo. Insomma non sappiamo ancora se e come dovremo affrontare questa influenza, se e per chi sarà più pericolosa. Non c'è niente di peggio che lanciare messaggi contraddittori, lasciare che aleggi nell'aria il sentito dire. Io non ho visto le immagini, non so neppure se qualcuno le ha fatte vedere, del funerale di quel signore di poco più di cinquant'anni che è morto a Napoli qualche giorno fa, per le complicazioni derivanti da un suo precario stato di salute aggravato dall'influenza suina. Però ho letto di sua madre e di altri due parenti che seguivano il feretro, di una bara portata con le mascherine sul volto dagli addetti, e nessun altro a salutarlo. Solo, come un appestato. Poi ho letto invece di una scrittrice famosa, Isabel Allende, che dall'altra parte del pianeta ha detto semplicemente mentre faceva un intervista “scusatemi per la tosse ho l'influenza suina non sto ancora bene” e l'intervista è andata avanti tranquillamente. Certe volte tutto il mondo è paese, certe volte, purtroppo per noi, no. (pubblicato su DNews)domenica 1 marzo 2009
Pagelle
Nel libricino che Leonardo Sciascia scrisse sull'adolescenza di Giuseppe Antonio Borgese "Per un ritratto dello scrittore da giovane" a un certo punto si parla della scuola e dei voti ricevuti dal ragazzo: "10 in italiano, 9 in latino, 7 in componimento... 9 e 1/2 in contegno, 10 in cortesia". Si, Palermo, Italia, primi anni del secolo scorso, si prendevano i voti in contegno e cortesia.
giovedì 30 ottobre 2008
Piazza Navona
Spranghe tricolori, patriottismo d'ordinanza.p.s. ai cronisti, per favore, diteci tutto su quel camion. La targa, di chi era, chi l'ha portato lì, chi l'ha fatto passare, dove sta adesso.
p.s.s. a Cossiga, ci sono i maestri, i cattivi maestri e i profeti. Lei come si sente oggi?
giovedì 23 ottobre 2008
Scuole di comunicazione
Ragazzi, quella cosa delle lezioni in piazza è stata una trovata mediatica formidabile. Per questo il capo del governo ha dato i numeri. Per favore, come si diceva una volta, non cadete nelle provocazioni. Continuate così, che date la linea anche a quelli del circo Massimo di sabato.
mercoledì 19 dicembre 2007
Le maestre del Metropolitan
Abbiamo tante cose a cui pensare, alle dimissioni speciali di un generale della guardia di finanza con annessa mozione di sfiducia individuale per il suo nemico ministro o anche al fidanzamento, semplice semplice come le sue canzoni, di una delle italiane più francesi sulla piazza di Parigi: quindi non so se ci sia ancora tempo e voglia per riflettere un poco sul tema del malessere del nostro paese sollevato qualche giorno fa da un’inchiesta americana ma ci provo. Ci sono state repliche difensive, qualche ammissione, autoanalisi ricorrenti sui perchè di una nazione bloccata che ha paura del futuro, insomma materiale più o meno utile a intercettare quello stato d’animo collettivo che sembra oggi mutare di segno, virare sul pessimismo, sulla poca voglia di scommettere sul domani e quello che sarà. Per questo, come piccolo antidoto, voglio raccontarvi quello che ho visto in una mezza giornata passata al Metropolitan di New York. Come tutte le mattine di giorni feriali a popolare le sale immense di quello che è uno dei musei più grandi del mondo ci sono soprattutto ragazzi e ragazze, da soli o con i genitori ma quasi sempre organizzati in visite delle scuole. Sciamano tra i sarcofagi dei faraoni egizi con quaderni per prendere appunti, si fermano davanti alla potenza degli impressionisti, si perdono nella traboccante contaminazione delle sale che nonostante i grandi spazi sembrano ammassare gomito a gomito la bellezza del mondo, un pezzo sull’altro, con un inevitabile effetto di stordimento soprattutto per chi entra la prima volta. Tutto sembra condurre verso una inebriante quanto prevedibile confusione soprattutto per i più piccoli, invece è a questo punto che arrivano le maestre. Ne ho vista una, bianca, occhiali tondi, capelli raccolti, mani sottili che spiegava il tema dell’animismo davanti alle antiche maschere delle civiltà africane. Lei era in piedi che quasi recitava davanti a venti piccoli cuccioli neri, bambini e bambine, accovacciati per terra come una tribù davanti al fuoco. Mi sono fermato un poco a sentire lei che chiedeva, che cosa è la morte? E loro che alzavano la mano, si tu, dimmi, quando non si respira maestra, va bene e adesso tu, là in fondo, cosa rimane, cosa c’è dopo. E tutti con il braccio in alto, tutti volevano dire la loro, i bambini, e lei come un direttore d’orchestra. E qualche sala più in là ce n’erano altre, con i loro piccoli o grandi gruppi di cuccioli, a spiegare, a fare domande, a rispondere. Tutte insieme mi sono sembrate anche loro i pezzi che fanno uno stato d’animo, quello di una nazione che testardamente vuole guardare avanti. E pensare che quasi nessuna delle meraviglie esposte al Metropolitan parla di America. Semmai, almeno un po’, parla di noi.
giovedì 13 settembre 2007
I primi giorni di scuola
Già il fatto che ci si torni, qui oggi, lì domani, laggiù addirittura la prossima settimana da l’idea. Aggiungeteci il corredo ripetitivo dello zainetto che costa sempre di più, i libri che pesano, le discussioni su ragazzi ignoranti e prof assenteisti, spruzzateci il ricordo dei video bulli su you tube, la cronaca più recente degli auricolari per superare i test di medicina, frullate il tutto ed ecco a voi, benvenuti in classe, si comincia, campanella, via alla stagione autunno inverno prossimo venturo. Parlare della scuola ad ogni inizio è come trovare le parole per dare i brividi raccontando l’esodo di ferragosto, però è giusto farlo. I primi giorni sono gli unici momenti in cui un po’ di riflettori sono accesi, ci si interroga sullo stato dell’arte, su aule, doppi turni e crediti formativi, sul perché quasi tutti sono scontenti di come si insegna e si impara in questo paese. Lasciamo stare questa volta la politica che pure ci ha dato dentro nel fare e disfare norme, riforme e controriforme. Concentriamoci invece sui tre protagonisti della commedia in cartellone: insegnanti, studenti e non ultimi, i genitori. Già perché da qualche anno ormai, questa terza categoria occupa la scena con sempre più audacia e qualche sicumera di troppo. Non sono solo i trucidi papà che prendono per il bavero il prof che ha avuto il torto di non considerare un genio il figlio in matematica, quanto piuttosto quegli italiani che danno per scontato che il lavoro si tramanda e si compra e che quindi scucire sottobanco 15mila euro per aiutare il rampollo ad iscriversi a medicina sia solo il normale prezzo da pagare per confermare quello che tutti danno per scontato, e cioè che il figlio di un medico, medico sarà e quello di un avvocato, cosa volete che faccia, è già pronta la toga; che insomma il tragitto in mezzo per il giovane predestinato sia soltanto una formalità, da passare tra videofonini e noia, con insegnanti malpagati, depressi e rassegnati. Ecco, un quadro come questo, che anno dopo anno aggiunge dettagli sempre più vividi e fantasiosi delle scorciatoie da seguire, preoccupa e fa rabbia un poco. Soprattutto perché la scuola non è tutta così e la parte migliore, la gran parte pensiamo, non sa raccontarlo. Prendete quegli insegnanti che ancora riescono a fare una domanda semplice ai ragazzi: che cosa ti piace gli chiedono e da lì cominciano il duro lavoro di accendere e coltivare una passione, per qualunque cosa, spiegando però che qualunque passione costa fatica ma ripaga sempre. Silenziosa, c’è anche questa scuola. Chissà se alla fine vince. Perché cominciato l’anno, sulle aule, tranne quelle che si incendiano o si allagano per questa o quella bravata, scende l’oblio e se ne riparla a giugno, sotto esami.
mercoledì 11 luglio 2007
I templi e la vergogna
Adesso siamo, come era prevedibile, al tempo delle riparazioni.
“I ragazzi saranno nostri ospiti” dice in tv il sindaco di Agrigento, “chiediamo scusa non succederà mai più” echeggia sulle agenzie stampa il presidente della regione Sicilia Cuffaro: insomma il caso bambini valle dei templi sembra ormai avviarsi ad una rapida archiviazione nello scaffale “malintesi burocratici”. Cosa era successo una settimana fa è presto detto, una classe scolastica di Palermo si reca in gita a vedere da vicino le meraviglie archeologiche della valle agrigentina, una volta arrivati sul posto gli accompagnatori chiedono l’ingresso gratuito per i bambini, come previsto da norma regionale che recepisce norma europea eccetera che dice: entrano senza pagare tutti i cittadini europei minori di 18 anni. Inopinatamente gli addetti alla biglietteria chiedono certificato di nazionalità, forse scrutando qua e là i volti dei piccoli, alcuni si dice scuri di pelle o dai lineamenti troppo mediterranei. La comitiva infatti, proviene da una scuola dove studiano molti figli di immigrati, ragazzi nati in Italia, ma che, come normalmente accade per i bambini, non hanno in tasca nessun documento che lo possa dimostrare. Risultato niente visita gratis per i ragazzi di Palermo. Ora, basterebbe solo immaginare il viaggio di ritorno nel pulmann di questi bambini, la difficoltà degli insegnanti a spiegare perchè qualcuno di loro poteva entrare senza pagare e qualcun altro no, per sotterrarsi dalla vergogna. Infatti è cominciato all’unisono il coro delle dichiarazioni ma tutte con un qualche distinguo: “esterrefatto” il sindaco di Palermo “questi bambini sono a tutti gli effetti cittadini italiani”, “un disguido burocratico ma la norma va rispettata” precisano i responsabili del parco archeologico, “cambieremo la norma” assicura il Presidente della Regione. Ecco, appunto, la norma. Ci perdoni la pedanteria, Presidente, ma ci proviamo. Dunque, la norma prevede: biglietti gratis per i cittadini europei sotto i 18 anni, lo spirito della norma si suppone sia: aiutiamo i giovani ad avvicinarsi alla storia e alla cultura, di cui i templi di Agrigento sono straordinaria testimonianza mondiale. Ora un comma della norma, quello che ha dato origine allo “spiacevole episodio”, è proprio quel “cittadini europei” che ha messo in difficoltà i bigliettai del parco di fronte a volti che, nel loro immaginario, ad andar bene erano stranieri, a pensar male peggio. Allora coraggio Presidente, riscriva così la norma “tutti i ragazzi del mondo possono venire a vedere la Valle dei Templi quando vogliono e senza pagare”. “Mondo”, Presidente, è una parola semplice, facile, grande e non si presta a malintesi burocratici di sorta. Lo faccia e saremo tutti contenti.
“I ragazzi saranno nostri ospiti” dice in tv il sindaco di Agrigento, “chiediamo scusa non succederà mai più” echeggia sulle agenzie stampa il presidente della regione Sicilia Cuffaro: insomma il caso bambini valle dei templi sembra ormai avviarsi ad una rapida archiviazione nello scaffale “malintesi burocratici”. Cosa era successo una settimana fa è presto detto, una classe scolastica di Palermo si reca in gita a vedere da vicino le meraviglie archeologiche della valle agrigentina, una volta arrivati sul posto gli accompagnatori chiedono l’ingresso gratuito per i bambini, come previsto da norma regionale che recepisce norma europea eccetera che dice: entrano senza pagare tutti i cittadini europei minori di 18 anni. Inopinatamente gli addetti alla biglietteria chiedono certificato di nazionalità, forse scrutando qua e là i volti dei piccoli, alcuni si dice scuri di pelle o dai lineamenti troppo mediterranei. La comitiva infatti, proviene da una scuola dove studiano molti figli di immigrati, ragazzi nati in Italia, ma che, come normalmente accade per i bambini, non hanno in tasca nessun documento che lo possa dimostrare. Risultato niente visita gratis per i ragazzi di Palermo. Ora, basterebbe solo immaginare il viaggio di ritorno nel pulmann di questi bambini, la difficoltà degli insegnanti a spiegare perchè qualcuno di loro poteva entrare senza pagare e qualcun altro no, per sotterrarsi dalla vergogna. Infatti è cominciato all’unisono il coro delle dichiarazioni ma tutte con un qualche distinguo: “esterrefatto” il sindaco di Palermo “questi bambini sono a tutti gli effetti cittadini italiani”, “un disguido burocratico ma la norma va rispettata” precisano i responsabili del parco archeologico, “cambieremo la norma” assicura il Presidente della Regione. Ecco, appunto, la norma. Ci perdoni la pedanteria, Presidente, ma ci proviamo. Dunque, la norma prevede: biglietti gratis per i cittadini europei sotto i 18 anni, lo spirito della norma si suppone sia: aiutiamo i giovani ad avvicinarsi alla storia e alla cultura, di cui i templi di Agrigento sono straordinaria testimonianza mondiale. Ora un comma della norma, quello che ha dato origine allo “spiacevole episodio”, è proprio quel “cittadini europei” che ha messo in difficoltà i bigliettai del parco di fronte a volti che, nel loro immaginario, ad andar bene erano stranieri, a pensar male peggio. Allora coraggio Presidente, riscriva così la norma “tutti i ragazzi del mondo possono venire a vedere la Valle dei Templi quando vogliono e senza pagare”. “Mondo”, Presidente, è una parola semplice, facile, grande e non si presta a malintesi burocratici di sorta. Lo faccia e saremo tutti contenti.
venerdì 6 luglio 2007
Leggere tra gli alberi
Forse preparavano la maturità le tre ragazze che ho incrociato in questi giorni sospesi tra partenze e ultime cose da sbrigare, in una Roma che sotto una luna stupefacente diventa teatro, arena, concerti o, almeno, cena sui balconi a rinfrescarsi. Le ho viste silenziose, chine su libri e quaderni, ripetere a mente o cercare con gli occhi su una pagina l’idea giusta per fare bella figura con i professori o anche solo per passare alla svelta il colloquio e filare via in vacanza. E ho pensato che l’idea giusta comunque l’avevano trovata perché erano lì, a studiare in un giardino di piccoli alberi di aranci, piantati in un cortile e circondati da libri e silenzio. Ci puoi capitare per caso o perché leggi i depliant dell’estate romana ma quando entri comunque ti si ferma un po’ il respiro, il passo rallenta e capisci che i minuti che rimarrai, saranno pochi saranno tanti, ti faranno stare bene. Non importa sapere a quale secolo appartiene il chiostro dell’ex convento ora trasformato in biblioteca, quello che ti serve è scegliere una delle sobrie poltrone in legno e tela e accomodarti. Puoi aver preso dallo scaffale un libro, scrittori del mondo che lo raccontano per te, oppure solo goderti il tempo che scorre mentre ti guardi attorno. E se decidi che vuoi vederla tutta, la biblioteca, ti bastano pochi passi lungo i corridoi e lì incrocerai lo sguardo, formato gigante, di qualcuno di loro, perché ti guardano i ritratti degli scrittori, magari sono passati di là, una di queste sere. Ma nulla ricambia il piacere di avvicinarsi alle finestre che circondano la meraviglia di quei piccoli alberi al centro di tutto, dei libri e dei lettori, perché puoi schiudere le vetrate e entrare. E allora il silenzio da ovattato diventa aperto, le poltrone spartane sedie da giardino e puoi leggere sotto un albero di arancio o studiare, all’ombra, come facevano le tre amiche degli esami. Le ho guardate meglio, ho visto che erano proprio come quelle di oggi, jeans a vita bassa, ciocche colorate. Ho pensato meno male che ci sono posti come questo dove i ragazzi possono stare, se vogliono. Mi sono tornate in mente le polemiche sulle tasse e su province e comuni che spendono tanto e male i nostri soldi. Avrei voluto portarli qui, gli italiani che dicono meno Stato, più mercato, avremmo potuto discutere sommessamente che qualcosa da salvare c’è, della spesa pubblica. Magari un giardino di aranci nel cuore di Roma, e chissà quanti altri ce ne sono in Italia, dove se entri per caso ti rallegri per i ragazzi di oggi e ti riconcili con il tempo che passa. Quando esci scopri che si chiama la Casa delle letterature e sta in piazza dell’orologio. Come una favola.
giovedì 14 giugno 2007
150 ore di ricordi
Biglietto per nostalgici e per chi ama fare paragoni coi tempi che corrono. Basta solo dire 150 ore e i nostalgici capiscono. Primi anni settanta, il contratto dei metalmeccanici non era solo la busta paga degli operai, era un trattato attorno al quale crescevano e si passavano il testimone generazioni di ragazzi e ragazze. Per il rinnovo del contratto noi studenti scendevamo in piazza accanto a loro, gli operai e le cose scritte nel contratto diventavano parole d’ordine anche nelle scuole: rappresentanze di base, assemblea, egualitarismo.
Inutile tentare un bilancio in poche righe di quella stagione, sulla passione e le idiozie che la segnarono - un’infornata di libri recenti, causa anniversario 77, può tornare utile all’approfondimento - ma se c’è una cosa che rappresentò bene, a un tempo, il profumo di utopia e la concretezza dell’emancipazione di quegli anni, fu proprio la storia delle 150 ore. Scritte sui contratti come norma che prevedeva il diritto di usare quel tempo retribuito per stare fuori dalla fabbrica a studiare divennero rapidamente il simbolo di una nuova società possibile, dove gli operai leggevano libri e chissà, alla fine, ne avrebbero scritti, dove la voglia di rimescolare i ruoli e ribaltare la storia avrebbe fatto il resto, altro che “pezzo di carta” per salire di categoria.
Poi invece c’è stato il resto, quello vero. Fine della rivoluzione, gli operai fuori moda, gli studenti impegnati a diffondere le loro gesta su youtube, due mondi lontani ormai anni luce accomunati forse solo dal destino, simile, di una triste uscita di scena. E le 150 ore? Testarde quelle sono rimaste e, aggrappandosi più all’emancipazione che all’utopia, hanno continuato il loro lavoro nell’ombra consentendo a migliaia di lavoratori/studenti di migliorare, almeno la stima di sé stessi. Ora il fatto è che, da qualche tempo, di 150 ore si torna a parlare. L’idea è venuta al ministro per le politiche sociali Paolo Ferrero che ha pensato: perchè non proporre, su quel modello, una norma per facilitare chi fa volontariato, ore retribuite da fabbrica o ufficio ma usate fuori per aiutare chi sta peggio di noi. Così si è avviato dibattito, con torti e ragioni, “troppo comodo il volontariato se te lo pagano pure”, “giusto invece aiutare e premiare chi si impegna davvero per gli altri”, dibattito, purtroppo, con i toni tipici dell’oggi, volume alto, bianco e nero. Allora incrociamo le dita per le vecchie, care 150 ore, hanno passato indenni epoche di furore ideologico e di romanticismo giovanile, consegnando onesti diplomi mentre si facevano rumorose barricate e anche dopo, quando le fabbriche, in silenzio, si svuotavano. Non vorremmo che questo ritorno di notorietà si rivelasse.
Inutile tentare un bilancio in poche righe di quella stagione, sulla passione e le idiozie che la segnarono - un’infornata di libri recenti, causa anniversario 77, può tornare utile all’approfondimento - ma se c’è una cosa che rappresentò bene, a un tempo, il profumo di utopia e la concretezza dell’emancipazione di quegli anni, fu proprio la storia delle 150 ore. Scritte sui contratti come norma che prevedeva il diritto di usare quel tempo retribuito per stare fuori dalla fabbrica a studiare divennero rapidamente il simbolo di una nuova società possibile, dove gli operai leggevano libri e chissà, alla fine, ne avrebbero scritti, dove la voglia di rimescolare i ruoli e ribaltare la storia avrebbe fatto il resto, altro che “pezzo di carta” per salire di categoria.
Poi invece c’è stato il resto, quello vero. Fine della rivoluzione, gli operai fuori moda, gli studenti impegnati a diffondere le loro gesta su youtube, due mondi lontani ormai anni luce accomunati forse solo dal destino, simile, di una triste uscita di scena. E le 150 ore? Testarde quelle sono rimaste e, aggrappandosi più all’emancipazione che all’utopia, hanno continuato il loro lavoro nell’ombra consentendo a migliaia di lavoratori/studenti di migliorare, almeno la stima di sé stessi. Ora il fatto è che, da qualche tempo, di 150 ore si torna a parlare. L’idea è venuta al ministro per le politiche sociali Paolo Ferrero che ha pensato: perchè non proporre, su quel modello, una norma per facilitare chi fa volontariato, ore retribuite da fabbrica o ufficio ma usate fuori per aiutare chi sta peggio di noi. Così si è avviato dibattito, con torti e ragioni, “troppo comodo il volontariato se te lo pagano pure”, “giusto invece aiutare e premiare chi si impegna davvero per gli altri”, dibattito, purtroppo, con i toni tipici dell’oggi, volume alto, bianco e nero. Allora incrociamo le dita per le vecchie, care 150 ore, hanno passato indenni epoche di furore ideologico e di romanticismo giovanile, consegnando onesti diplomi mentre si facevano rumorose barricate e anche dopo, quando le fabbriche, in silenzio, si svuotavano. Non vorremmo che questo ritorno di notorietà si rivelasse.
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