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mercoledì 30 aprile 2008

Florida laicista


Alla fine oggi lo Stato americano ha detto no alle targhe auto "cristiane".

Si ma non troppo


Redditi degli italiani on line. Nel sondaggio di Repubblica una delle risposte possibili è: "Anche se lo prevede la legge, la divulgazione su internet è troppo". Pubblichiamoli, ma un po' di meno.

Dipendenze


Se per caso, guarda caso, improvvisamente dovesse diminuire la dose di cronaca nera nei tg giuro che faccio una strage. Dalle confidenze di un telespettatore.

martedì 29 aprile 2008

lunedì 28 aprile 2008

Ballottaggio



Cappotto a primavera.

Uomini e fotocopie


La premessa è necessaria anche se banale: non è facile discutere con chi manda genericamente e vigorosamente a quel paese te e il posto dove lavori. Questa più o meno è stata la reazione di giornali, telegiornali e giornalisti al secondo “vaffa” day organizzato da Beppe Grillo sul tema delicato e decisivo dell’informazione e il potere in Italia oggi. Una reazione prevedibile, agevolata anche dalla scelta oggettivamente infelice di programmare le manifestazioni il giorno del 25 aprile, di paragonare la galassia dei suoi simpatizzanti a partigiani che liberano l’Italia dal nuovo fascismo dei media, insomma è stato quasi obbligatorio nelle redazioni mettere l’elmetto a difesa della categoria e reagire nel più classico dei modi, cronaca dei fatti, un paio di commenti a stigmatizzare i toni inaccettabili e poi sordina, avanti, si passa ad altro. E invece no, non bisogna mettere in archivio temi e argomenti proposti da Grillo e dal suo movimento. Non bisogna farlo, non solo perché è del tutto evidente che raccogliere in un giorno centinaia di migliaia di firme a sostegno di qualunque cosa è segno di democrazia e di una società civile viva ma soprattutto perché è chiarissimo che il mondo dell’informazione è ormai dentro a un tunnel in trasformazione dal quale nessuno sa esattamente come si uscirà, con quali proprietari, quali consumatori, e soprattutto che tipo di giornalisti, se ancora la parola avrà un senso. Allora meglio avviarla apertamente la discussione su questo mestiere, nato per raccontare ai lettori lontani fatti che non si potevano vedere e sentire, che quindi selezionava persone che prendevano un impegno, quello di vedere e sentire per loro, e a loro raccontarlo, il più fedelmente possibile. Oggi -sembra dire l’evidenza dei fatti- non è più così, le occasioni di sapere e vedere si sono moltiplicate per milioni, ognuno può accedere ad archivi e dirette, può scrivere e lanciare in rete le sue parole, mettersi in contatto, protestare, proporre, se qualcuno lo sente. Già perché il tratto distintivo di questa epoca, lo dicono da anni studiosi -bello l’ultimo libro di Gillo Dorfles Horror pleni, la (in)civiltà del rumore-, lo si capisce da soli camminando per strada, non è la scarsità, la mancanza di messaggi ma il suo contrario, l’abbondanza di stimoli informativi che sempre più si trasforma in frastuono indecifrabile. Dunque oggi è in questo mare in tempesta che si muove quello che resta del giornalista, su barche che per non affondare sono un cantiere in perenne e affannoso rinnovamento. Così il New York Times proclama che fra qualche anno non stamperà più su carta, sarà solo su internet, la BBC programma di trasferire tutti i programmi sulla rete, non passa giorno che non si annunci qualche mirabolante cambiamento per cavalcare l’onda minacciosa sulla quale già ora navigano milioni di persone, pronte a scovare e rilanciare notizie e filmati che provano a raccontarci il mondo. Il punto forse sta proprio qui. Tanta è la frenesia di adeguarsi alla nuova era, alla velocità e all’immediatezza che essa impone, che ormai anche i media tradizionali, giornali e tg in testa, anziché cercare, capire, verificare, sempre più spesso accettano la logica del ‘copia incolla e fai girare’; così il filmato di ‘you tube’ va in prima pagina, il blog viene ripreso in fretta e il frullatore viaggia al massimo senza fermarsi mai. Non è certo una via d’uscita ma verrebbe voglia di proporre un marchio doc all’informazione, un VOSO, “visto con gli occhi sentito con le orecchie” per distinguere un articolo da uno sfogo, il suono dal rumore. Semmai questo è l’impegno che dovrebbero prendersi tutti, giornalisti vecchi e nuovi, con o senza Ordine, davanti alla sfida di questo tempo: esco, vado a vedere, provo a raccontarlo, il più fedelmente possibile. Poi vinca il migliore. (da DNews )

domenica 27 aprile 2008

Domanda


Lo straordinario CozzaWeltroni che parla milanese e prova a spiegare i risultati elettorali. Su youtube non si trova più. Problema tecnico?

Coincidenze


Karzai oggi sfugge ad un attentato.

sabato 26 aprile 2008

Riconoscenza


Karzai critica la gestione americana e inglese della guerra al terrorismo in Afghanistan. E lo fa sul nyt.

mercoledì 23 aprile 2008

Primarie


Fate un favore, chiamateci quando hanno finito.

Test



Entro cinque settimane la cordata italiana. Che fate vi segnate il giorno o buttate l'agenda?

Pastori


Rumiz oggi scrive come sa degli ultimi pastori d'Abruzzo. Leggendo pensavo non può non citare il mio amico Nunzio. Infatti la seconda metà del pezzo è dedicata a lui.

martedì 22 aprile 2008

lunedì 21 aprile 2008

Cortesie per gli ospiti



Hanno aspettato che ripartisse Benedetto e poi...

Noccioline


Il buon vecchio Carter annuncia che Hamas accetterà Israele come vicino di casa.

Copywriter


Si chiamava "antiche tradizioni" l'olio colorato con clorofilla e carotene scoperto in quel di Foggia.

Conquistadores



Papa Ratzinger trionfa in nordamerica. L'ex vescovo Lugo conquista il Paraguay. Il bipartitismo continua. Sia pure nelle proporzioni ormai note.

Traslochi

Mentre continua l’asta tra chi promette più sicurezza in vista del ballottaggio romano, io darei un cent per essere invece, in questi giorni, nei corridoi di Montecitorio o di palazzo Madama. Vorrei vedere chi fa gli scatoloni, vorrei seguirli per vedere dove li portano. Mi immagino i silenzi, gli sguardi, le pacche sulle spalle, i saluti mentre il rumore del nastro adesivo risuona nel palazzo ancora deserto. Ormai è una settimana che tutti, veterani o arruolati dell’ultima ora, si fanno domande e si danno risposte su quello che è stato. Non ci permettiamo di aggiungere nulla se non un dettaglio che ci ha colpito in questi giorni di autoanalisi collettiva via giornali e televisione. Un dettaglio nascosto nella catena di interviste a volti e nomi che ci erano comunque divenuti familiari, comunisti italiani, rifondazione, verdi, socialisti e rose nel pugno, sinistra democratica e arcobaleno, e poi anche le signore e i signori della destra e delle altre sigle dell’ultimo mese. Tutti attorno a loro, a chiedere perché, che cosa non avevano previsto, che cosa non avevamo capito. Faceva quasi tenerezza sentirli dire “ricominceremo” ma la cosa più singolare, il dettaglio appunto, era il senso di partecipazione che mostravano, anche senza volere, i cronisti che sapevano in cuor loro che quella sarebbe stata l’ultima volta. Già, l’ultima volta, ma per tutti. Non ci saranno più dichiarazioni da registrare, non ci saranno più telefonate da ricevere, non più decine di uffici stampa da chiamare, portavoce da sollecitare. Se la rivoluzione elettorale ha spazzato via due decine di gruppi parlamentari anche il mondo dell’informazione politica non potrà fare finta di niente. Ci sarà pure un po’ di sollievo in quelle redazioni, nei telegiornali ma non solo, dove da sempre gli equilibrismi per dare visibilità a tutti i rappresentanti del parlamento contribuivano a stressare oltremodo capi e redattori, ma col passare dei giorni si dovrà pur pensare a qualcosa da fare. Non si potrà più riempire la pagina o i minuti con la guerra delle parole tra questo, quello e quell’altro ancora, attenti solo a che non manchi nessuno, perché tra le cose chiare dette dal voto ce n’è sicuramente una: d’ora in poi quelli titolati a parlare, secondo la vecchia logica delle dichiarazioni contrapposte, si riducono, al massimo, a quattro o cinque. Chissà allora che non sia questa la volta buona per farsi qualche domanda su come la raccontiamo, la politica, su quello che noi giornalisti abbiamo capito di quest’Italia che ci cambiava sotto gli occhi mentre eravamo impegnati a raccogliere parole di partiti che poi sarebbero scomparsi o ripetere all’infinito quelle dei vincitori o dei loro concorrenti. Chissà che non si decida per esempio che i cronisti politici d’ora in poi, anziché restare chiusi nelle sale stampa aspettando la frase da non perdere, vadano loro a scoprire che ci sono gli operai che votano Lega, a perlustrare gli umori delle periferie dove italiani impauriti combattono contro stranieri disperati, a capire se e dove si accendono le spie del malessere e della voglia di protezione che questo paese ha segnalato con il voto. Qualcuno ci sta provando in questi giorni, fioriscono inchieste lampo sulla Padania, è tutto un incitare, torniamo in strada, andiamo sul territorio ma temo che non durerà.
Aspettiamo solo che si riempiano di nuovo i corridoi dei due palazzi e poi via, si ricomincerà a registrare le dichiarazioni di tutti gli esponenti del grande partito di maggioranza o del grande partito di opposizione, si saluteranno i vecchi che sono tornati, ci si organizzerà per entrare in confidenza con i nuovi arrivati. Tutti insieme, chiusi dentro, a raccontare l’Italia. Con gli scatoloni di quelli rimasti fuori che chissà in quale territorio saranno andati a finire. (da DNews)

sabato 19 aprile 2008

Regole



Non so quale sia la tradizione della casa ma per me sabato e domenica è chiuso. Salvo emergenze.

venerdì 18 aprile 2008

Senilità

Montezemolo, prima di uscire, attacca violentemente i sindacati. Contentissima la Marcegaglia, appena entrata.




Minuzie



Mi chiedevo, prima o poi anche Diaco supererà i trent'anni. Ma è stato un attimo, è già passato.

Arrivano i russi



Berlusconi apre all'Aeroflot. Ve lo dico subito, basta, non si può andare avanti cosi. Mi finiscono i post-it.

Zio e nipote


Altro che cordata italo-francese.

giovedì 17 aprile 2008

Alleati di ferro

Di Pietro. Ricordarsi del senatore De Gregorio.

La casa bianca



Giuro, è una cosa che volevo fare. Ma che Antonio ha fatto meglio.

Libero di scusarsi


La storia dell'uomo scaletta è finita.

Morto sul lavoro


Le colline spesso sono tutte uguali. Poi lì in fondo, tra gli alberi e le case, il lampo, silenzioso, poi il rumore, piccolo, poi il nero.

A cinque secondi dal via

Gaza. Fadel Shana, 23 anni, operatore della Reuters, riprende il colpo che lo ucciderà. Sparato da un carro armato israeliano.

No polemiche, please


Condannato a tre anni per tangenti l'ex ministro della sanità Sirchia. "I giudici non mi hanno creduto" ha detto amareggiato. La pena è coperta dall'indulto.

Realismo magico

Un mendicante a Genova. Su uno dei miei blog preferiti Haramlik.

mercoledì 16 aprile 2008

Sfortuna


Mentre il Papa incontra Bush e insieme ribadiscono "un comune impegno in difesa della vita", la corte suprema americana sentenzia che è legittimo usare le iniezioni letali per i condannati a morte.

La firma del boss


Bruce appoggia Obama con una lettera firmata in prima pagina sul suo sito. Bello, soprattutto il sito.

Minuzie


Penso ora se ci sarà una semplificazione delle redazioni politiche di giornali e tv.

lunedì 14 aprile 2008

Che aggiungere


Alla fine è stata la vendetta di Ceppaloni. Muoia Mastella con tutti i nanetti.

Sorprendente ma non troppo


Se ho visto bene, Adornato inveiva contro Berlusconi... adesso è passato all'Udc...
ps. la vera sorpresa è che qualcuno lo intervisti ancora.

Alle tre, accontentarsi


Il PD primo partito...

Aspettando le tre

Dipende da quando leggerete, più o meno mancheranno poche ore all’inizio dello scrutinio. Potrete scegliere tra decine di maratone elettorali, studi tv illuminati a festa o forum via internet, ospiti eccentrici o tradizionali, insomma ce ne sarà per tutti i gusti, elezioni minuto per minuto, ma solo a partire da dopopranzo, dalle tre in poi. Fino ad allora che fare? Come smaltire l’ansia dell’attesa? Potete fare l’ultimo tentativo con quell’amico che stavolta vacilla e non va votare oppure staccare telefoni, computer e uscire, anche solo per un po’ d’aria. In questo caso ci sarà una sosta al vostro bar preferito, prenderete questo giornale ed ecco che vi ritrovate qui, a leggere la storia del seggio numero 85, l’ultimo scrutinio che ho visto.
Pakistan, meno di due mesi fa. Come dovunque, le sezioni sono numerate, più difficile invece orientarsi con l’indirizzo, numeri anche in questo caso, settore G7 barra 3 e 4. Si, perchè strade e quartieri di Islamabad, città costruita apposta per essere capitale, non hanno nomi, si dividono in zone, insomma meglio avere qualcuno del posto che vi porti a destinazione. Il nostro autista si chiama Subani, un ragazzo sveglissimo che ha già votato e che non ha difficoltà a trovare quello che volevamo, una sezione in un quartiere popolare, lontana, per quanto possibile, dagli occhi e dalle orecchie di funzionari e poliziotti del Ministero dell’Interno. È il diciotto febbraio di quest’anno, poliziotti e funzionari sono quelli di Pervez Musharraf, il generale presidente che con queste elezioni si gioca gran parte del suo potere. Non è un voto qualsiasi, dire che è un voto sofferto è poco, ci sono stati centinaia di morti, campagna elettorale sospesa, stato d’emergenza per tre settimane, decine di attentati; uno in particolare, uccide Benazir Bhutto, la donna politica tornata dall’esilio che tutti consideravano la speranza di riavvicinare il paese alla democrazia. Il voto slitta di un mese ma alla fine ci siamo. Parentesi, pensate che da noi per qualche giorno si era pensato ad un rinvio per via del signor Pizza, chiusa parentesi. L’assillo degli ultimi giorni e delle ultime ore anche qui si chiama brogli, tutti sono convinti che il generale presidente possa manovrare i risultati a suo piacimento, per questo ci sono osservatori internazionali, europei e americani, e decine di giornalisti. È con queste idee in testa che arriviamo al seggio 85. Sta per cominciare lo spoglio, nessuno può entrare, tranne gli autorizzati. Ma -prima sorpresa- noi si, noi siamo stranieri, dobbiamo poter vedere. Così ci accompagnano in quella che è poi la palestra di una scuola, c’è anche un piccolo palcoscenico per le recite. Tutti vogliono rassicurarci, dagli scrutatori ai poliziotti, guardate com’è tutto regolare, trasparente. Noi diffidenti pensiamo, ecco la recita del regime, tutto è stato previsto. Passano i minuti comincia lo spoglio. Ci chiamano a vedere, quasi a partecipare, tutti assieme sul palcoscenico a dividere le schede, riconoscere i voti validi, discutere su quelli dubbi. L’atmosfera sembra quella eccitata di una prima volta, a mano a mano che si contano le schede la nostra diffidenza diventa stupore. Stanno vincendo i partiti dell’opposizione, quello del presidente generale quasi scompare, pochi, pochissimi voti. Alla fine il nostro stupore si mescola ai loro sorrisi, a quello che adesso possiamo decifrare meglio, l’orgoglio del seggio 85 di aver fatto vedere a noi, stranieri, che quelle erano elezioni vere. Certo Musharraf è ancora là ma adesso deve trattare, quelli che hanno vinto non sono santi ma li hanno scelti loro, insomma la democrazia è strada lunga da fare ma ogni passo conquistato diventa cosa preziosa, da mostrare al mondo.
Ora sono quasi le tre, potete mettervi in poltrona e guardare noi, dove siamo arrivati. (da DNews)

lunedì 7 aprile 2008

Crescita zero o no?

Se le promesse sono promesse e se gli italiani ci credono la vedo dura per il palazzo Chigi. Il primo Consiglio dei Ministri si farà a Napoli e non mi muoverò da lì fino a quando non sarà di nuovo linda e pinta, dice Berlusconi. Il secondo Consiglio lo faremo a Malpensa, dice Maroni, e non stiamo qui a prevedere quando si muoveranno da lì, il tempo che ci serve. Confidiamo nel fatto che, dovesse vincere Veltroni, non fosse che per abitudine, una riunione a Roma ogni tanto la farà ma insomma il fine settimana politico, a meno di una settimana dal voto, se si esclude che si litiga su come sono fatte le schede e che Bossi vuole prendere i fucili, non ha brillato più di tanto. Invece la notizia c’era, non era fresca certo, non era nemmeno sicura ma è di quelle che la politica, soprattutto in campagna elettorale, fugge come la peste. È la storia della crescita zero. Badate non è storia di giornata, perchè da mesi ormai riecheggia nelle discussioni tra economisti, nei computer dei mercati finanziari e soprattutto nei portafogli di tutti, ma certo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale che danno il mondo in frenata, l’Europa di più, l’Italia praticamente ferma quest’anno, sono lì. Pessimistiche, dicono in coro banchieri e ministri europei, ma nessuno nega il rischio e anzi -aggiungono- il peggio deve ancora venire. Ora fin qui si sono usate per l’argomento parole comuni, come rischio, pessimismo, crisi, insomma quando si parla di crescita zero questo è il lessico, non si scappa. Provate invece a chiudere gli occhi un momento e a dire: crescere ma fino a che punto? Correre per andare dove? Azzardate ora: e se fermarsi un momento fosse utile anche a pensare la direzione migliore da prendere? Lo so che si rischiano più fischi dell’ultimo Ferrara a fare ragionamenti così e però ci si prova lo stesso, anche usando strumenti alla rinfusa, tutta roba reperibile durante il week end, nessuna primizia insomma, solo un libro, un film e qualche ricordo. La storia della crescita zero comincia con le pagine de “la paura e la speranza” scritto da Giulio Tremonti, si proprio lui, l’ex o il futuro Ministro dell’economia. Quelle dedicate alla paura sono illuminanti, feroci con il capitalismo di oggi, le sue degenerazioni in idolatria del mercato, con le superbanche universali e irresponsabili, con una società che ha generato il mostro del consumo totalizzante “come se l’universo fosse un supermercato, stiamo consumando il futuro dei nostri figli” e va sempre peggio “stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini”. E se ci sono, sono bambini come Lara, la figlia della centralinista del call center nel bel film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti” abbandonata ore davanti alla tv aspettando che il cellulare vibri (la telefonata costa) per sapere se la mamma sta tornando. Il mega centralino di Virzì sembra la sala macchine della società mercatista lucidamente descritta da Tremonti che corre disperata verso il nulla. E qui che arrivano i ricordi. Vecchi di anni, nomi e ragionamenti come quello di Ignacio Ellacuria, gesuita, uno dei protagonisti della Teologia della Liberazione, un movimento che mise a soqquadro per un po’ il mondo cattolico, la Chiesa schierata apertamente dalla parte dei più deboli. Ellacuria parlava di “civilizzazione” della povertà, come risposta al fallimento della globalizzazione che non sarebbe riuscita a dare ricchezza a tutti. Scegliere cioè la sobrietà, non come impoverimento universale ma come stile di vita degli uomini e del mondo. Ellacuria fu assassinato nella sua università in Salvador, assieme ad altri cinque gesuiti professori. Era l’89, cadeva il muro di Berlino ma resistevano i generali sudamericani. Quasi vent’anni dopo siamo qui, con le carte rimescolate dalla storia ma con il mostro più vivo che mai. Crescere senza sapere perché. (da DNews)