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venerdì 23 dicembre 2011

Ad occhi sgranati nel circo di Twitter


Ormai é quasi un anno e forse ci si può fermare per accennare a qualcosa che rassomigli a un pensiero. É anche tempo di Natale e forse ci si può concedere qualche errore da prima impressione ché siamo tutti più disposti al perdono. Così azzardiamo riflessione, parola grossa, sul modo italiano di invadere twitter, in particolare su quella impaurita frenesia di noi giornalisti di salire sul treno all'ultimo minuto, di scegliere il vagone giusto, di prenotarsi reciprocamente i posti e di chiudere le porte a quelli che stanno ancora cercando il binario. Per capirci l'era twitter della stampa italiana é cominciata quest'anno. Prima del 2011 c'erano i nativi, ragazzi e ragazze che nella pigra indifferenza dei media tradizionali, già cinguettavano seriamente e allegramente con il mondo, scovando reporter di strada e analisti di geopolitica che usavano #hashtag e 140 battute, costruendosi una fluida, viva, cangiante, e forse per questo a volte precipitosa, visione del mondo alternativa. Sento già il ronzio di chi tra i giornalisti storici obietta (tra sé e sé per carità) no guarda, io c'ero già: onore al merito delle mosche bianche ma erano bianche, appunto.
Il problema invece é nato quando una prima pattuglia di penne old fashion ha preso il trenino e si é guardata intorno. Finalmente facce nuove, si saranno detti, ma solo per un poco perché poi il vecchio vizio di spalleggiarsi l'uno l'altro, di fare comunella, di seguirsi con quella sottile perfidia di essere sempre attenti allo spread (che deve restare alto, altissimo) tra seguiti e seguaci ha preso il sopravvento. Allora il vecchio circo con tutti i suoi numeri, i suoi personaggi si é ricostruito. Ci sono i direttori dei grandi giornali che aprono il dibattito, ci sono i direttori che provocano più dibattito dei loro piccoli giornali, ci sono direttori senza più giornali che contano i seguaci, ci sono editorialisti più innamorati del loro tweet che del loro editoriale, ci sono reporter mitraglia da 200 tweet al giorno che poi nessuno legge più i pezzi, ci sono gli specialisti del retweet per far capire che nulla sfugge. Insomma la pattuglia si adatta, si conforma, si specializza, si arrangia, che il mestiere non gli manca. Naturalmente ci sono anche i tantissimi bravi e buoni, sennò che post di Natale sarebbe, quelli che davvero guardano con occhi sgranati la meraviglia, questa possibilità di intercettare e dialogare col mondo che fino a ieri era fantascienza. Ed é un po' la stessa differenza che ho sempre ritrovato tra gli inviati di guerra, quella tra chi, veterano o no, era capace ancora di stupore e chi invece si faceva scudo di aver visto già tutto. Così succede adesso tra i giornalisti esploratori nella meravigliosa jungla di twitter.
E nell'esplorazione si usano vecchi trucchi rimodernati, che un cool touch é d'obbligo in questi casi. Per esempio quello di circondare di complimenti alcuni dei nativi che davvero hanno fatto un gran lavoro (penso alla primavera araba e ai movimenti di #occupy) di contatti, selezione, ricerche, condivisione. Anch'io, giornalista della specie più stigmatizzata, quella dei tg per di più Rai, ho fatto così ma mi sono sempre presentato "ciao sono @angfigo un vecchio reporter di un vecchio tg". E buon Natale.

lunedì 19 settembre 2011

Elogio del bagno 32

Adesso che la stagione è finita posso dire il nome, piuttosto anonimo peraltro, di quella che considero una piccola metafora dell'Italia che vorrei. Siamo sulla costa laziale, quella di fronte a Roma per la precisione, quella del mare che azzurro proprio non è per definizione, quella de 'na birra e 'n calippo per capirci, quella dei teli bianchi e dei divani al tramonto e degli abusivi che si disegnano da soli per terra il parcheggio riservato, quella che sembra senza speranza insomma, e invece. Ecco il bagno 32, un quadrato di spiaggia libera che a dispetto di un nome burocratico e tristemente evocativo, rassomiglia al sogno di una Italia sobria, silenziosa, sorridente, dunque impossibile. Provo a spiegare. Intanto quando arrivi si vede il mare, non ci sono muri, ingressi, neon, verande che nascondono sale da banchetti nunziali no, tu quando arrivi col tuo ombrellone a tracolla, vedi il mare. E se invece hai solo l'asciugamano c'è un grazioso chiosco in legno dove puoi affitare il necessario se vuoi, non devi, anzi gli ombrelloni del chiosco possono essere piantati solo fino ad un certo punto, non proprio davanti al mare perche lì, appunto, lo spazio è libero, di tutti. Poi ci sono i tavolini davanti al chiosco, che ti siedi a piedi nudi sulla sabbia pulita e fresca. Che idea geniale, niente pedane nè pavimenti, ti siedi a mangiare con i piedi nudi nella sabbia. Sembra facile ma non è così, è un'idea che si regge su un patto, mi siedo perche mi fido, sono certo che nella sabbia non ci sono cartacce, sigarette, lattine o qualunque cosa possa mettermi a disagio. E se arrivi di mattina presto hai la conferma, capisci che questa spiaggia libera è curata, pulita ogni giorno come fosse il giardino di casa. E invece è di tutti, gratuita, ha i bagni lindi e le docce funzionanti. E non ditemi che sono banale, che di cose cosi se ne vedono dovunque perchè sapete di mentire, sapete che il guaio di questo paese è prioprio questo, le cose pubbliche sono considerate cose di nessuno non cose di tutti. E potrei aggiungere che il cerchio magico prevede spiaggia pulita di tutti e tutti che cercano di non sporcare e cosi via in tondo, per i rumori e per il modo di comportanzi. Per questo il mio elogio al bagno 32 non è solo il complimento a Stefano, Gianluca, Carolina, Roberto, Assunta e tutti gli altri ragazzi perchè fanno bene il loro lavoro e sono gentili e scherzano sempre e fanno sempre lo scontrino fiscale; ma perchè aiutano a immaginare una via d'uscita possibile. Non c'è solo l'italia che adesso prende la palla al balzo dell'aumento dell'iva per arrotondare i prezzi di fatture che poi non si sogna di rilasciare, c'è anche un paese che si diverte e sta bene con chi fa bene il proprio lavoro, che guadagna il giusto curando e valorizzando le cose di tutti, il famoso bene comune.
Non è un caso che su quei tavolini ho visto sedersi tranquilli venditori ambulanti e magistrati famosi, alla ricerca di un po' d'ombra per riposarsi davvero e con i piedi nella sabbia pulita.

mercoledì 15 giugno 2011

Non é questione di tasse



Parlano di riforma fiscale e di aliquote come se da questo dipendesse la vita o la morte del governo. Non hanno capito che il vento ha sussurato altro: quest'Italia non vuole pagare meno, vuole un paese diverso.

domenica 28 novembre 2010

Aspettando Wikileaks

Siamo in tante, formichine sparse in tutte le redazioni italiane, a cercare in questi minuti almeno qualche briciola di quello che è stato definito l'11 settembre della diplomazia mondiale. Le agenzie si tuffano sui "party selvaggi di Berlusconi", i siti on line titolano in rosso e stiamo tutti solo copiando il titoletto scritto in piccolo, sotto la sua fotografia in piccolo, l'ultimo sulla destra, nella copertina del Der Spiegel, o meglio della copia del settimanale già in vendita a Basilea. Altro per ora non riusciamo a sapere. Ora quello che non vogliamo vedere invece è che mentre noi media italiani siamo qui per terra sotto il tavolo di Wikileaks ad aspettare le briciole, cinque giornali stanno comodamente seduti a tavola a frugare tra le leccornie (ammesso che tali siano): Il Guardian, il New York Times, Le Monde, El Pais e il Der Spiegel appunto. Come dire Washington, Londra, Parigi, Madrid e Berlino. E Roma non c'è, non c'è un giornale, un tg italiano. In fondo in questo la scelta di Wikileaks è stata chiara. Siamo un paese minore, inutile nasconderlo, nonostante gli strilli sul complotto, al massimo siamo quelli in basso a destra, nella copertina dello Spiegel. E scusate adesso torno alle agenzie, hai visto mai uscisse qualcosa sull'Italia.

mercoledì 10 marzo 2010

Le loro elezioni e le nostre

Già l’altra volta, qualche anno fa, quando gli uomini e soprattutto le donne irachene si misero in fila sfidando razzi e bombe per andare a votare provammo un senso di orgoglio e di imbarazzo misto assieme. Il loro coraggio a sfidare la paura di morire per andare deporre la scheda nell’urna, quelle foto sorridenti in cui mostravano il dito bagnato d’inchiostro, prova inconfutabile del voto che li rendeva anche bersaglio della violenza, ci investiva in qualche modo di responsabilità. Avevano scelto di provare la nostra strada, quella della democrazia, pur avendo ancora soldati stranieri per le strade e una guerra portata in casa che, giusta o sbagliata, ha fatto morti a migliaia. Questa volta le scene si sono ripetute, le file, le dita inchiostrate, i volti sorridenti ma anche concentrati a leggere per bene nomi e cognomi dei candidati sulle liste nei seggi. Come se questa seconda prova di democrazia fosse più sacra della prima. Ecco allora che cresce in noi l’imbarazzo. Probabilmente non sapranno nulla di decreti salva liste, di panini fuori tempo massimo, dello scempio barbarico che qui si prova e si riprova a fare delle regole di quella stessa democrazia che le donne e gli uomini d’Iraq hanno scelto guardando anche a paesi come il nostro. Certo sarebbe difficile spiegare loro che cosa è il Tar del Lazio, meglio sperare che questi giorni italiani passino inosservati. Almeno a Bagdad. (pubblicato su DNews)

mercoledì 9 settembre 2009

Influenze

Adesso riaprono le scuole, sarà tutto normale, dice il ministro, però forse le vacanze di Natale saranno più lunghe. Un preside decide niente abbracci tra gli studenti mentre tutti gli altri aspettano indicazioni. I vaccini saranno pronti in tempo ma non sono ancora pronti. A Napoli non si potrà baciare il sangue di san Gennaro però il vescovo aggiunge state calmi nessun allarmismo. Insomma non sappiamo ancora se e come dovremo affrontare questa influenza, se e per chi sarà più pericolosa. Non c'è niente di peggio che lanciare messaggi contraddittori, lasciare che aleggi nell'aria il sentito dire. Io non ho visto le immagini, non so neppure se qualcuno le ha fatte vedere, del funerale di quel signore di poco più di cinquant'anni che è morto a Napoli qualche giorno fa, per le complicazioni derivanti da un suo precario stato di salute aggravato dall'influenza suina. Però ho letto di sua madre e di altri due parenti che seguivano il feretro, di una bara portata con le mascherine sul volto dagli addetti, e nessun altro a salutarlo. Solo, come un appestato. Poi ho letto invece di una scrittrice famosa, Isabel Allende, che dall'altra parte del pianeta ha detto semplicemente mentre faceva un intervista “scusatemi per la tosse ho l'influenza suina non sto ancora bene” e l'intervista è andata avanti tranquillamente. Certe volte tutto il mondo è paese, certe volte, purtroppo per noi, no. (pubblicato su DNews)

martedì 9 giugno 2009

Le domande e i nemici

Un bell'articolo di Rachel Donadio corrispondente a Roma del NYT. Un suo amico giornalista italiano le riferisce del ragionamento di un magistrato (magistrato!) a proposito di un suo pezzo critico su Berlusconi. "Si chiedeva il magistrato, in tutta serietà, se l'articolo poteva essere la prova che il sindaco di NY Bloomberg, invidioso dell'impero mediatico di Berlusconi, stesse usando lei (e il il NYT ndr) per attaccare il primo ministro italiano". Potete immaginare le risate che si è fatta la giornalista.

domenica 7 giugno 2009

Tre date



Ho guardato la lista. Ho scelto tre date, le più recenti. Ho scritto i tre nomi. Buona fortuna.

lunedì 1 giugno 2009

A proposito del fondo toccato

Sarà banale e scontato ma è inutile nasconderselo. Il problema non è lui,  siamo noi (italiani). Prima o poi sarà evidente anche ai più testardi.  

domenica 1 marzo 2009

Pagelle

Nel libricino che Leonardo Sciascia scrisse sull'adolescenza di Giuseppe Antonio Borgese "Per un ritratto dello scrittore da giovane" a un certo punto si parla della scuola e dei voti ricevuti dal ragazzo: "10 in italiano, 9 in latino, 7 in componimento... 9 e 1/2 in contegno, 10 in cortesia". Si, Palermo, Italia, primi anni del secolo scorso, si prendevano i voti in contegno e cortesia.

domenica 22 febbraio 2009

Lo giuro

Va benissimo essere fedeli alla Costituzione, va bene anche rileggere ogni tanto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo ma l'idea di andare dal vecchio papà e giurare davanti alle telecamere francamente si poteva evitare.

mercoledì 18 febbraio 2009

Guantanamo? no, si, forse

Mettiamoci d’accordo. Niente Sanremo né crisi del PD che c’è l’ingorgo, parliamo di Guantanamo. Il supercarcere americano che sta a Cuba ha i giorni, meglio, i mesi contati. Da quasi otto anni lì sono rinchiusi, senza processo, senza accuse precise, senza confessioni, nonostante i tentativi di ottenerle con metodi poco ortodossi, i sospettati di terrorismo. Fu il simbolo dell’America di Bush, anche solo un sospetto e sparivi dal mondo. Appena eletto Obama ha annunciato, gli Stati Uniti non possono permettersi una vergogna simile, lo chiudiamo. E ha aggiunto agli alleati, aiutateci, distribuiamoci un po’ per ognuno gli ex inquilini e dimentichiamo la storia. Facile a dirsi, meno facile rispondere, almeno per l’Italia. Nelle ultime 48 ore il presidente della Camera Fini e il ministro degli Esteri Frattini hanno detto due cose diverse. Il primo, nessun detenuto di Guantanamo arriverà in Italia, il secondo, abbiamo ricevuto una lista, esamineremo caso per caso. Ora appunto, mettiamoci d’accordo. Sono solo i primi passi con la nuova America di Obama. Per favore non facciamoci riconoscere, subito. (pubblicato su DNews)

mercoledì 28 gennaio 2009

Prima non bere

Questo è il paese dove il ragazzo che ha violentato una ragazza la notte di capodanno poche ore prima era stato intervistato dalla tv per lanciare un appello a non bere durante le feste. 

lunedì 26 gennaio 2009

Semplici telefonate

Obama oggi ha chiamato i leader di Russia, Francia e Germania. Chi se lo sente quello adesso. 

lunedì 15 dicembre 2008

Abruzzo, Italia

Quello che temo di più adesso è l'estenuante dibattito.

lunedì 1 dicembre 2008

Sixty seconds

Bello l'articolo di Jenner Meletti sulla spesa in un minuto. Bello e triste.

mercoledì 1 ottobre 2008

Di tutti o di nessuno

Ne discutevo giorni fa con amici. Il problema non è destra e sinistra, prima ancora c’è l’idea stessa che noi abbiamo di bene pubblico. Faccio l’esempio che mi viene spesso, quello dei parchi. Prendete Battery, la punta estrema di Manhattan, lungo il fiume ci sono chilometri di verde attrezzato, manutenuto, sorvegliato, pulito, illuminato bene. Chi paga? Ebbene si, non paga il comune ma i residenti, cioè gli abitanti dei lussuosi condomini che su quel verde si affacciano. Circolo privato quindi? Niente affatto perché i prati di Battery park sono assolutamente gratuiti e aperti a tutti. Questo provoca anche un piccolo miracolo, tutti quelli che ci vanno non sporcano, non fanno danni e non creano problemi. Si può spiegare con il circolo virtuoso noto per cui tu se trovi un posto bello nel quale stai bene cerchi di mantenerlo così. Ma non basta. Dietro ci sono risposte diverse a questo problema: definite il bene pubblico. A New York, in America e in gran parte delle società europee dicono: un bene di tutti. Da noi temo che molti pensino, senza aver il coraggio di dirlo: una cosa di nessuno. Se non si comincia da qui, non c’è politica che tenga. (pubblicato su Dnews)

lunedì 16 giugno 2008

L'Italia di Oscar

Mentre aspetto di vedere che fine farà l’Italia agli europei, che fine farà l’Europa dopo il No irlandese e che fine faranno petrolieri, banchieri e assicuratori dopo l’annuncio della Robin Hood tax, la tassa bellissima che il ministro Tremonti tiene chiusa nella sua borsa pronto a svelarla al prossimo consiglio dei Ministri, scopro che la mia vecchia 500 rischia di perdere il motore per strada perché il fascione che lo sostiene (fascione lo chiamano proprio così, i tecnici) sta andando in pezzi. Ora non ve la faccio lunga sul perchè mi ostino a viaggiare su un’automobile scomoda e fragile come Lei, chiamatelo passatismo, snobismo o solo attaccamento alle cose ma insomma cosi è, con tutti i rischi e le contromisure che comporta, meccanici e carrozzieri sparsi sul territorio, ma anche le soddisfazioni e gli incontri che qualche volta procura. Dirvi dei bigliettini sotto i tergicristalli che cominciano con un “Scusi lo so che mi dirà di no, ma se per caso avesse (mi scusi ancora) l’intenzione di venderla, questo è il mio numero…” fa parte delle soddisfazioni, il tema serio è quello degli incontri, invece. Perché una vecchia automobile non ha bisogno di schede elettroniche ma di manutenzione, non prevede assistenza globale ma competenze antiche, non vuole prenotazioni computerizzate dei ricambi ma manualità sempre più rare, incontri appunto, con persone preziose. Come quello con Oscar, andato più o meno così. Succede che uscendo dal garage io senta il rumore premonitore del fascione agonizzante, mi trovi lontano dai miei ancoraggi soliti, decida di fermarmi all’officina appena sotto casa. A dirvi la verità prima o poi l’avrei fatto comunque, perché lì, davanti all’ingresso, tutti i giorni sosta in bella vista l’auto personale del titolare, Oscar appunto, una Fiat 600, praticamente coetanea della mia e già questo era buon segno. Il punto è che temevo le risposte standard, tipo “non è roba mia ma di un carrozziere”, poi “qui si deve cambiare il fascione, bisogna ordinarlo, ci vorranno giorni”, per finire con quella inappellabile “ora comunque non ho tempo”. E invece è successo questo, che Oscar ha preso in cura la macchina, ha detto “ci penso io” e ha smontato il fascione come un carrozziere, ha saldato lì dove serviva, ha applicato bulloni di supporto, ha raddrizzato col martello come un fabbro gli spessori del paraurti, ha rimontato il tutto, poi come un meccanico ha regolato la distanza del motore e del cambio e sistemato il filo del motorino di avviamento. Tre mestieri in un’ora secca, l’opera di un artigiano solo e la vecchia 500 era pronta a dire grazie. Mentre lo vedevo lavorare pensavo al centro assistenza di una miniauto che avevo incrociato per altri motivi mesi prima. Bigliettino da prendere, aspettare che ti chiamino, ti preparino una scheda, ti dicano vuole un preventivo, il solo preventivo costa x e lo torni a prendere domani, e se c’è un ammaccatura dobbiamo sostituire il pezzo, riparare non se ne parla. Mentre Oscar si avviava a concludere non potevo fare a meno di pensare che stavamo perdendo qualcosa, la modernità che ci impone di comperare, di buttare e di sostituire sta perdendo non solo mestieri ma anche uomini e relazioni. A questo punto si è avvicinata una signora che doveva ritirare un ciclomotore, guarda Oscar al lavoro e aspetta, io azzardo, quasi a scusarci perché si era tutti attorno al vecchio trabiccolo, “signora questa è una scena da Italia degli anni sessanta” lei sorride, è americana credo ma è qui da tanto e con il suo accento replica “no, questa è una scena di quando l’Italia funzionava”. Una sintesi così amara, nemmeno un editoriale del New York Times.
La fine che farà un’Italia così mi sta a cuore, non so se è di destra o di sinistra, è l’Italia di Oscar, da Oscar verrebbe da dire, se non fosse troppo filoamericano.(pubblicato su DNews)

lunedì 14 aprile 2008

Aspettando le tre

Dipende da quando leggerete, più o meno mancheranno poche ore all’inizio dello scrutinio. Potrete scegliere tra decine di maratone elettorali, studi tv illuminati a festa o forum via internet, ospiti eccentrici o tradizionali, insomma ce ne sarà per tutti i gusti, elezioni minuto per minuto, ma solo a partire da dopopranzo, dalle tre in poi. Fino ad allora che fare? Come smaltire l’ansia dell’attesa? Potete fare l’ultimo tentativo con quell’amico che stavolta vacilla e non va votare oppure staccare telefoni, computer e uscire, anche solo per un po’ d’aria. In questo caso ci sarà una sosta al vostro bar preferito, prenderete questo giornale ed ecco che vi ritrovate qui, a leggere la storia del seggio numero 85, l’ultimo scrutinio che ho visto.
Pakistan, meno di due mesi fa. Come dovunque, le sezioni sono numerate, più difficile invece orientarsi con l’indirizzo, numeri anche in questo caso, settore G7 barra 3 e 4. Si, perchè strade e quartieri di Islamabad, città costruita apposta per essere capitale, non hanno nomi, si dividono in zone, insomma meglio avere qualcuno del posto che vi porti a destinazione. Il nostro autista si chiama Subani, un ragazzo sveglissimo che ha già votato e che non ha difficoltà a trovare quello che volevamo, una sezione in un quartiere popolare, lontana, per quanto possibile, dagli occhi e dalle orecchie di funzionari e poliziotti del Ministero dell’Interno. È il diciotto febbraio di quest’anno, poliziotti e funzionari sono quelli di Pervez Musharraf, il generale presidente che con queste elezioni si gioca gran parte del suo potere. Non è un voto qualsiasi, dire che è un voto sofferto è poco, ci sono stati centinaia di morti, campagna elettorale sospesa, stato d’emergenza per tre settimane, decine di attentati; uno in particolare, uccide Benazir Bhutto, la donna politica tornata dall’esilio che tutti consideravano la speranza di riavvicinare il paese alla democrazia. Il voto slitta di un mese ma alla fine ci siamo. Parentesi, pensate che da noi per qualche giorno si era pensato ad un rinvio per via del signor Pizza, chiusa parentesi. L’assillo degli ultimi giorni e delle ultime ore anche qui si chiama brogli, tutti sono convinti che il generale presidente possa manovrare i risultati a suo piacimento, per questo ci sono osservatori internazionali, europei e americani, e decine di giornalisti. È con queste idee in testa che arriviamo al seggio 85. Sta per cominciare lo spoglio, nessuno può entrare, tranne gli autorizzati. Ma -prima sorpresa- noi si, noi siamo stranieri, dobbiamo poter vedere. Così ci accompagnano in quella che è poi la palestra di una scuola, c’è anche un piccolo palcoscenico per le recite. Tutti vogliono rassicurarci, dagli scrutatori ai poliziotti, guardate com’è tutto regolare, trasparente. Noi diffidenti pensiamo, ecco la recita del regime, tutto è stato previsto. Passano i minuti comincia lo spoglio. Ci chiamano a vedere, quasi a partecipare, tutti assieme sul palcoscenico a dividere le schede, riconoscere i voti validi, discutere su quelli dubbi. L’atmosfera sembra quella eccitata di una prima volta, a mano a mano che si contano le schede la nostra diffidenza diventa stupore. Stanno vincendo i partiti dell’opposizione, quello del presidente generale quasi scompare, pochi, pochissimi voti. Alla fine il nostro stupore si mescola ai loro sorrisi, a quello che adesso possiamo decifrare meglio, l’orgoglio del seggio 85 di aver fatto vedere a noi, stranieri, che quelle erano elezioni vere. Certo Musharraf è ancora là ma adesso deve trattare, quelli che hanno vinto non sono santi ma li hanno scelti loro, insomma la democrazia è strada lunga da fare ma ogni passo conquistato diventa cosa preziosa, da mostrare al mondo.
Ora sono quasi le tre, potete mettervi in poltrona e guardare noi, dove siamo arrivati. (da DNews)

lunedì 7 aprile 2008

Crescita zero o no?

Se le promesse sono promesse e se gli italiani ci credono la vedo dura per il palazzo Chigi. Il primo Consiglio dei Ministri si farà a Napoli e non mi muoverò da lì fino a quando non sarà di nuovo linda e pinta, dice Berlusconi. Il secondo Consiglio lo faremo a Malpensa, dice Maroni, e non stiamo qui a prevedere quando si muoveranno da lì, il tempo che ci serve. Confidiamo nel fatto che, dovesse vincere Veltroni, non fosse che per abitudine, una riunione a Roma ogni tanto la farà ma insomma il fine settimana politico, a meno di una settimana dal voto, se si esclude che si litiga su come sono fatte le schede e che Bossi vuole prendere i fucili, non ha brillato più di tanto. Invece la notizia c’era, non era fresca certo, non era nemmeno sicura ma è di quelle che la politica, soprattutto in campagna elettorale, fugge come la peste. È la storia della crescita zero. Badate non è storia di giornata, perchè da mesi ormai riecheggia nelle discussioni tra economisti, nei computer dei mercati finanziari e soprattutto nei portafogli di tutti, ma certo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale che danno il mondo in frenata, l’Europa di più, l’Italia praticamente ferma quest’anno, sono lì. Pessimistiche, dicono in coro banchieri e ministri europei, ma nessuno nega il rischio e anzi -aggiungono- il peggio deve ancora venire. Ora fin qui si sono usate per l’argomento parole comuni, come rischio, pessimismo, crisi, insomma quando si parla di crescita zero questo è il lessico, non si scappa. Provate invece a chiudere gli occhi un momento e a dire: crescere ma fino a che punto? Correre per andare dove? Azzardate ora: e se fermarsi un momento fosse utile anche a pensare la direzione migliore da prendere? Lo so che si rischiano più fischi dell’ultimo Ferrara a fare ragionamenti così e però ci si prova lo stesso, anche usando strumenti alla rinfusa, tutta roba reperibile durante il week end, nessuna primizia insomma, solo un libro, un film e qualche ricordo. La storia della crescita zero comincia con le pagine de “la paura e la speranza” scritto da Giulio Tremonti, si proprio lui, l’ex o il futuro Ministro dell’economia. Quelle dedicate alla paura sono illuminanti, feroci con il capitalismo di oggi, le sue degenerazioni in idolatria del mercato, con le superbanche universali e irresponsabili, con una società che ha generato il mostro del consumo totalizzante “come se l’universo fosse un supermercato, stiamo consumando il futuro dei nostri figli” e va sempre peggio “stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini”. E se ci sono, sono bambini come Lara, la figlia della centralinista del call center nel bel film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti” abbandonata ore davanti alla tv aspettando che il cellulare vibri (la telefonata costa) per sapere se la mamma sta tornando. Il mega centralino di Virzì sembra la sala macchine della società mercatista lucidamente descritta da Tremonti che corre disperata verso il nulla. E qui che arrivano i ricordi. Vecchi di anni, nomi e ragionamenti come quello di Ignacio Ellacuria, gesuita, uno dei protagonisti della Teologia della Liberazione, un movimento che mise a soqquadro per un po’ il mondo cattolico, la Chiesa schierata apertamente dalla parte dei più deboli. Ellacuria parlava di “civilizzazione” della povertà, come risposta al fallimento della globalizzazione che non sarebbe riuscita a dare ricchezza a tutti. Scegliere cioè la sobrietà, non come impoverimento universale ma come stile di vita degli uomini e del mondo. Ellacuria fu assassinato nella sua università in Salvador, assieme ad altri cinque gesuiti professori. Era l’89, cadeva il muro di Berlino ma resistevano i generali sudamericani. Quasi vent’anni dopo siamo qui, con le carte rimescolate dalla storia ma con il mostro più vivo che mai. Crescere senza sapere perché. (da DNews)