La lettera e il video sono stati resi pubblici qualche giorno fa ma vogliamo parlarne ancora, come a tenere viva una fiammella. Non solo perché speriamo tutti in una svolta nella terribile storia di questa donna sequestrata ormai da anni nella giungla colombiana. Ma soprattutto perchè le parole scritte da Ingrid Betancourt vanno dritte al cuore e sono lezione di straordinaria educazione sentimentale. Sappiamo che la famiglia aveva definito la diffusione della lettera da parte delle autorità colombiane una violazione della intimità e una volta letta e riletta ne capiamo le ragioni. Sono le stesse però, che alla fine illuminano sul rigore, la sobrietà, il pudore e la forza di una donna che in condizioni disumane “io che vivo come una morta” riesce a parlare dei suoi cari e del suo paese come raramente ormai abbiamo occasione di ascoltare. Una testimonianza preziosa quindi, in questi tempi di affetti colmati con le cose, di come con le parole si possano costruire e stringere legami perenni, di come si possa dimostrare e chiedere amore su un piccolo pezzo di carta che dopo tre anni si ha la possibilità di riempire, nel breve tempo prima che i carcerieri vengano a prenderlo. Leggere come descrive e sembra vedere dinanzi agli occhi i figli, come sono cresciuti e come saranno diventati, Lorenzo “il mio musicista che canta e m’incanta, il signore del mio cuore”, Melanie “il mio sole di primavera” fa tremare all’idea di quelle famiglie mute la sera davanti alla tv. E con quale naturalezza chiede alla madre di dire ai ragazzi di “mandarmi tre messaggi alla settimana. Niente di speciale, se questo è anche il loro desiderio e se avranno voglia di farlo”. Ora immaginatela li, in mezzo alla giungla, in catene assieme ad altri prigionieri, che quasi non mangia e si sposta ogni notte da un posto all’altro, che chiede ai figli di scrivere con regolarità, sapendo che nulla probabilmente le giungerà di quel conforto. Viene il brivido a ripensare a certe conversazioni su che hai fatto a scuola, niente, vado di là, non rompere.
E poi c’è il Paese, il proprio Paese “quando la notte calava più buia la Francia è stata il faro”, “ammiro la capacità di mobilitarsi di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi”. Come si fa a non fremere un poco per parole così, a non riflettere su radici, identità e sulla maniera vigorosa e gentile di coltivarle tanto da scrivere queste cose dinanzi a un nuovo inverno di prigionia, lontano da tutto e da tutti. Poi certo c’è anche dell’altro, la fede e la politica, il tema scomodo dei sequestrati e della fermezza a combattere la guerriglia. Ma la lettera che arriva dalla giungla colpisce soprattutto perché fa riflettere tutti su sé stessi. Famiglie e Paesi.
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mercoledì 5 dicembre 2007
giovedì 13 settembre 2007
I primi giorni di scuola
Già il fatto che ci si torni, qui oggi, lì domani, laggiù addirittura la prossima settimana da l’idea. Aggiungeteci il corredo ripetitivo dello zainetto che costa sempre di più, i libri che pesano, le discussioni su ragazzi ignoranti e prof assenteisti, spruzzateci il ricordo dei video bulli su you tube, la cronaca più recente degli auricolari per superare i test di medicina, frullate il tutto ed ecco a voi, benvenuti in classe, si comincia, campanella, via alla stagione autunno inverno prossimo venturo. Parlare della scuola ad ogni inizio è come trovare le parole per dare i brividi raccontando l’esodo di ferragosto, però è giusto farlo. I primi giorni sono gli unici momenti in cui un po’ di riflettori sono accesi, ci si interroga sullo stato dell’arte, su aule, doppi turni e crediti formativi, sul perché quasi tutti sono scontenti di come si insegna e si impara in questo paese. Lasciamo stare questa volta la politica che pure ci ha dato dentro nel fare e disfare norme, riforme e controriforme. Concentriamoci invece sui tre protagonisti della commedia in cartellone: insegnanti, studenti e non ultimi, i genitori. Già perché da qualche anno ormai, questa terza categoria occupa la scena con sempre più audacia e qualche sicumera di troppo. Non sono solo i trucidi papà che prendono per il bavero il prof che ha avuto il torto di non considerare un genio il figlio in matematica, quanto piuttosto quegli italiani che danno per scontato che il lavoro si tramanda e si compra e che quindi scucire sottobanco 15mila euro per aiutare il rampollo ad iscriversi a medicina sia solo il normale prezzo da pagare per confermare quello che tutti danno per scontato, e cioè che il figlio di un medico, medico sarà e quello di un avvocato, cosa volete che faccia, è già pronta la toga; che insomma il tragitto in mezzo per il giovane predestinato sia soltanto una formalità, da passare tra videofonini e noia, con insegnanti malpagati, depressi e rassegnati. Ecco, un quadro come questo, che anno dopo anno aggiunge dettagli sempre più vividi e fantasiosi delle scorciatoie da seguire, preoccupa e fa rabbia un poco. Soprattutto perché la scuola non è tutta così e la parte migliore, la gran parte pensiamo, non sa raccontarlo. Prendete quegli insegnanti che ancora riescono a fare una domanda semplice ai ragazzi: che cosa ti piace gli chiedono e da lì cominciano il duro lavoro di accendere e coltivare una passione, per qualunque cosa, spiegando però che qualunque passione costa fatica ma ripaga sempre. Silenziosa, c’è anche questa scuola. Chissà se alla fine vince. Perché cominciato l’anno, sulle aule, tranne quelle che si incendiano o si allagano per questa o quella bravata, scende l’oblio e se ne riparla a giugno, sotto esami.
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