Fossimo un paese normale in una campagna elettorale normale che deve eleggere amministratori di città, province e regioni magari potremmo appassionarci a storie come quella che arriva da un paesino in provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore. Succede in quel di Montecchio che ieri l’altro nell’asilo comunale all’ora di pranzo, con i bambini seduti forchette e coltelli in mano, si scodella pastasciutta, secondo e contorno per tutti meno che per nove piccoli i quali si vedono depositare sul piatto un pezzo di pane. “Disposizioni del Comune” dicono all’asilo “le famiglie dei ragazzi non pagano la retta della refezione ormai da mesi” e quindi ecco l’avvertimento, pane e acqua fino a nuovo ordine. Ora immaginate la scena, il tuo vicino di banco inforca i bucatini e tu, occhi lucidi e pane nel piatto. Per fortuna, a quanto dicono le cronache, è scattata più o meno spontanea la solidarietà e i bambini con l’aiuto delle maestre si sono ridivise le porzioni offrendo agli sfortunati un poco del loro e così per quel giorno è andata. Ma il problema, a parte l’inutilmente crudele tentativo di soluzione, resta tutto lì, cosa sono i servizi sociali in un paese civile, come la crisi morde famiglie e comuni, che alternative ha un buon amministratore. Ecco, fossimo un paese normale avremmo avuto faccia a faccia dei candidati anche sulla storia di Montecchio, invece di dare i numeri su Piazza San Giovanni. (pubblicato su DNews)
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mercoledì 24 marzo 2010
Pane acqua e bambini
Fossimo un paese normale in una campagna elettorale normale che deve eleggere amministratori di città, province e regioni magari potremmo appassionarci a storie come quella che arriva da un paesino in provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore. Succede in quel di Montecchio che ieri l’altro nell’asilo comunale all’ora di pranzo, con i bambini seduti forchette e coltelli in mano, si scodella pastasciutta, secondo e contorno per tutti meno che per nove piccoli i quali si vedono depositare sul piatto un pezzo di pane. “Disposizioni del Comune” dicono all’asilo “le famiglie dei ragazzi non pagano la retta della refezione ormai da mesi” e quindi ecco l’avvertimento, pane e acqua fino a nuovo ordine. Ora immaginate la scena, il tuo vicino di banco inforca i bucatini e tu, occhi lucidi e pane nel piatto. Per fortuna, a quanto dicono le cronache, è scattata più o meno spontanea la solidarietà e i bambini con l’aiuto delle maestre si sono ridivise le porzioni offrendo agli sfortunati un poco del loro e così per quel giorno è andata. Ma il problema, a parte l’inutilmente crudele tentativo di soluzione, resta tutto lì, cosa sono i servizi sociali in un paese civile, come la crisi morde famiglie e comuni, che alternative ha un buon amministratore. Ecco, fossimo un paese normale avremmo avuto faccia a faccia dei candidati anche sulla storia di Montecchio, invece di dare i numeri su Piazza San Giovanni. (pubblicato su DNews)mercoledì 10 marzo 2010
Le loro elezioni e le nostre
Già l’altra volta, qualche anno fa, quando gli uomini e soprattutto le donne irachene si misero in fila sfidando razzi e bombe per andare a votare provammo un senso di orgoglio e di imbarazzo misto assieme. Il loro coraggio a sfidare la paura di morire per andare deporre la scheda nell’urna, quelle foto sorridenti in cui mostravano il dito bagnato d’inchiostro, prova inconfutabile del voto che li rendeva anche bersaglio della violenza, ci investiva in qualche modo di responsabilità. Avevano scelto di provare la nostra strada, quella della democrazia, pur avendo ancora soldati stranieri per le strade e una guerra portata in casa che, giusta o sbagliata, ha fatto morti a migliaia. Questa volta le scene si sono ripetute, le file, le dita inchiostrate, i volti sorridenti ma anche concentrati a leggere per bene nomi e cognomi dei candidati sulle liste nei seggi. Come se questa seconda prova di democrazia fosse più sacra della prima. Ecco allora che cresce in noi l’imbarazzo. Probabilmente non sapranno nulla di decreti salva liste, di panini fuori tempo massimo, dello scempio barbarico che qui si prova e si riprova a fare delle regole di quella stessa democrazia che le donne e gli uomini d’Iraq hanno scelto guardando anche a paesi come il nostro. Certo sarebbe difficile spiegare loro che cosa è il Tar del Lazio, meglio sperare che questi giorni italiani passino inosservati. Almeno a Bagdad. (pubblicato su DNews)
lunedì 15 dicembre 2008
mercoledì 5 novembre 2008
Non possiamo stare dietro a tutto
Questa pagina non sa chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Fatevene una ragione. Voi si. Questa pagina potrebbe chiedervelo, farvi una domanda e voi, tra un cappuccino e una brioche, sapreste rispondere. Questa pagina invece vi chiede se ricordate questo nome. Asha. Adesso provateci, fate mente locale, tra giornali, internet, tv, tra facebook e social network, tra maratone e dibattiti, discussioni on line, manifestazioni e occupazioni. Asha. Qualcosa vi dice oppure no? Si forse qualcosa riaffiora, adesso. Una cosa africana, frammenti, dettagli, ronzii. Allora questa pagina vi aiuta un po’. 23 anni, no anzi, forse tredici. Nessuna immagine, sarebbe troppo facile, niente youtube, solo qualche testimonianza di seconda e terza mano. Era una ragazza, forse una bambina Asha. Lunedì l’altro l’hanno sepolta fino al collo in una piazza di Chisimaio, in Somalia. E poi, una pietra dopo l’altra, l’hanno uccisa. Aveva denunciato uno stupro, l’hanno accusata di adulterio. Lapidata. E noi? Non possiamo stare dietro a tutto, eravamo impegnati, nel mondo, a votare il nuovo Presidente degli Stati Uniti (pubblicato su DNews)
lunedì 3 novembre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
Occhio ad Harlem
Fossi un direttore manderei comunque un inviato nei quartieri neri di NY e LA. Se Obama perde per poco e tra i sospetti ci sarebbero grandi storie di cronaca. Se vince grandi pezzi di colore.
giovedì 4 settembre 2008
Conventions

Possibile che l'altro ieri era il trionfo di Obama e ieri quello della Palin? Non è che stanotte per caso trionfa Mc Cain?
giovedì 28 agosto 2008
Scena e retroscena

Sarà anche vero che Hillary ha un piano, che Bill una ne fa e cento ne pensa, ma francamente non ne possiamo più di quelli che ci spiegano che i Clinton hanno "concesso" a Obama la vittoria e che ne vedremo ancora delle belle. Una volta tanto guardiamo sul palco e non nei camerini. Alla fine si capirebbero più cose.
lunedì 21 aprile 2008
Traslochi
Mentre continua l’asta tra chi promette più sicurezza in vista del ballottaggio romano, io darei un cent per essere invece, in questi giorni, nei corridoi di Montecitorio o di palazzo Madama. Vorrei vedere chi fa gli scatoloni, vorrei seguirli per vedere dove li portano. Mi immagino i silenzi, gli sguardi, le pacche sulle spalle, i saluti mentre il rumore del nastro adesivo risuona nel palazzo ancora deserto. Ormai è una settimana che tutti, veterani o arruolati dell’ultima ora, si fanno domande e si danno risposte su quello che è stato. Non ci permettiamo di aggiungere nulla se non un dettaglio che ci ha colpito in questi giorni di autoanalisi collettiva via giornali e televisione. Un dettaglio nascosto nella catena di interviste a volti e nomi che ci erano comunque divenuti familiari, comunisti italiani, rifondazione, verdi, socialisti e rose nel pugno, sinistra democratica e arcobaleno, e poi anche le signore e i signori della destra e delle altre sigle dell’ultimo mese. Tutti attorno a loro, a chiedere perché, che cosa non avevano previsto, che cosa non avevamo capito. Faceva quasi tenerezza sentirli dire “ricominceremo” ma la cosa più singolare, il dettaglio appunto, era il senso di partecipazione che mostravano, anche senza volere, i cronisti che sapevano in cuor loro che quella sarebbe stata l’ultima volta. Già, l’ultima volta, ma per tutti. Non ci saranno più dichiarazioni da registrare, non ci saranno più telefonate da ricevere, non più decine di uffici stampa da chiamare, portavoce da sollecitare. Se la rivoluzione elettorale ha spazzato via due decine di gruppi parlamentari anche il mondo dell’informazione politica non potrà fare finta di niente. Ci sarà pure un po’ di sollievo in quelle redazioni, nei telegiornali ma non solo, dove da sempre gli equilibrismi per dare visibilità a tutti i rappresentanti del parlamento contribuivano a stressare oltremodo capi e redattori, ma col passare dei giorni si dovrà pur pensare a qualcosa da fare. Non si potrà più riempire la pagina o i minuti con la guerra delle parole tra questo, quello e quell’altro ancora, attenti solo a che non manchi nessuno, perché tra le cose chiare dette dal voto ce n’è sicuramente una: d’ora in poi quelli titolati a parlare, secondo la vecchia logica delle dichiarazioni contrapposte, si riducono, al massimo, a quattro o cinque. Chissà allora che non sia questa la volta buona per farsi qualche domanda su come la raccontiamo, la politica, su quello che noi giornalisti abbiamo capito di quest’Italia che ci cambiava sotto gli occhi mentre eravamo impegnati a raccogliere parole di partiti che poi sarebbero scomparsi o ripetere all’infinito quelle dei vincitori o dei loro concorrenti. Chissà che non si decida per esempio che i cronisti politici d’ora in poi, anziché restare chiusi nelle sale stampa aspettando la frase da non perdere, vadano loro a scoprire che ci sono gli operai che votano Lega, a perlustrare gli umori delle periferie dove italiani impauriti combattono contro stranieri disperati, a capire se e dove si accendono le spie del malessere e della voglia di protezione che questo paese ha segnalato con il voto. Qualcuno ci sta provando in questi giorni, fioriscono inchieste lampo sulla Padania, è tutto un incitare, torniamo in strada, andiamo sul territorio ma temo che non durerà.Aspettiamo solo che si riempiano di nuovo i corridoi dei due palazzi e poi via, si ricomincerà a registrare le dichiarazioni di tutti gli esponenti del grande partito di maggioranza o del grande partito di opposizione, si saluteranno i vecchi che sono tornati, ci si organizzerà per entrare in confidenza con i nuovi arrivati. Tutti insieme, chiusi dentro, a raccontare l’Italia. Con gli scatoloni di quelli rimasti fuori che chissà in quale territorio saranno andati a finire. (da DNews)
lunedì 14 aprile 2008
Aspettando le tre
Dipende da quando leggerete, più o meno mancheranno poche ore all’inizio dello scrutinio. Potrete scegliere tra decine di maratone elettorali, studi tv illuminati a festa o forum via internet, ospiti eccentrici o tradizionali, insomma ce ne sarà per tutti i gusti, elezioni minuto per minuto, ma solo a partire da dopopranzo, dalle tre in poi. Fino ad allora che fare? Come smaltire l’ansia dell’attesa? Potete fare l’ultimo tentativo con quell’amico che stavolta vacilla e non va votare oppure staccare telefoni, computer e uscire, anche solo per un po’ d’aria. In questo caso ci sarà una sosta al vostro bar preferito, prenderete questo giornale ed ecco che vi ritrovate qui, a leggere la storia del seggio numero 85, l’ultimo scrutinio che ho visto.Pakistan, meno di due mesi fa. Come dovunque, le sezioni sono numerate, più difficile invece orientarsi con l’indirizzo, numeri anche in questo caso, settore G7 barra 3 e 4. Si, perchè strade e quartieri di Islamabad, città costruita apposta per essere capitale, non hanno nomi, si dividono in zone, insomma meglio avere qualcuno del posto che vi porti a destinazione. Il nostro autista si chiama Subani, un ragazzo sveglissimo che ha già votato e che non ha difficoltà a trovare quello che volevamo, una sezione in un quartiere popolare, lontana, per quanto possibile, dagli occhi e dalle orecchie di funzionari e poliziotti del Ministero dell’Interno. È il diciotto febbraio di quest’anno, poliziotti e funzionari sono quelli di Pervez Musharraf, il generale presidente che con queste elezioni si gioca gran parte del suo potere. Non è un voto qualsiasi, dire che è un voto sofferto è poco, ci sono stati centinaia di morti, campagna elettorale sospesa, stato d’emergenza per tre settimane, decine di attentati; uno in particolare, uccide Benazir Bhutto, la donna politica tornata dall’esilio che tutti consideravano la speranza di riavvicinare il paese alla democrazia. Il voto slitta di un mese ma alla fine ci siamo. Parentesi, pensate che da noi per qualche giorno si era pensato ad un rinvio per via del signor Pizza, chiusa parentesi. L’assillo degli ultimi giorni e delle ultime ore anche qui si chiama brogli, tutti sono convinti che il generale presidente possa manovrare i risultati a suo piacimento, per questo ci sono osservatori internazionali, europei e americani, e decine di giornalisti. È con queste idee in testa che arriviamo al seggio 85. Sta per cominciare lo spoglio, nessuno può entrare, tranne gli autorizzati. Ma -prima sorpresa- noi si, noi siamo stranieri, dobbiamo poter vedere. Così ci accompagnano in quella che è poi la palestra di una scuola, c’è anche un piccolo palcoscenico per le recite. Tutti vogliono rassicurarci, dagli scrutatori ai poliziotti, guardate com’è tutto regolare, trasparente. Noi diffidenti pensiamo, ecco la recita del regime, tutto è stato previsto. Passano i minuti comincia lo spoglio. Ci chiamano a vedere, quasi a partecipare, tutti assieme sul palcoscenico a dividere le schede, riconoscere i voti validi, discutere su quelli dubbi. L’atmosfera sembra quella eccitata di una prima volta, a mano a mano che si contano le schede la nostra diffidenza diventa stupore. Stanno vincendo i partiti dell’opposizione, quello del presidente generale quasi scompare, pochi, pochissimi voti. Alla fine il nostro stupore si mescola ai loro sorrisi, a quello che adesso possiamo decifrare meglio, l’orgoglio del seggio 85 di aver fatto vedere a noi, stranieri, che quelle erano elezioni vere. Certo Musharraf è ancora là ma adesso deve trattare, quelli che hanno vinto non sono santi ma li hanno scelti loro, insomma la democrazia è strada lunga da fare ma ogni passo conquistato diventa cosa preziosa, da mostrare al mondo.
Ora sono quasi le tre, potete mettervi in poltrona e guardare noi, dove siamo arrivati. (da DNews)
mercoledì 26 marzo 2008
Campagne elettorali
Meno di tre settimane e poi sapremo come va a finire. Chi vince chi perde, chi entra chi resta fuori. Noi avremo partecipato con la nostra X su una lista senza nemmeno aver letto un nome, perché come ormai tutti ci siamo detti dappertutto, non serve a nulla leggerli visto che la X non può preferire questo o quel nome, ma solo questo o quell’elenco di nomi e la differenza fra entrare e restare fuori sta nel posto che gli hanno assegnato, il quarto, il decimo e cosi via computando, da quella graduatoria dipende la sua sorte. Grosso modo abbiamo capito che ci sono tre tipi di numeri, i numeri primi secondi o terzi (dipende poi da quante X prende l’elenco) che sono praticamente sicuri di entrare anche se non vanno a bussare a nessuna porta, distribuire nessun volantino, nemmeno uscire di casa devono, solo aspettare i risultati in tv. All’opposto ci sono i numeri ultimi, penultimi e via a salire, nemmeno loro devono fare nulla, sanno già che non entrano, hanno detto sì all’elenco per ragioni varie, nobilissime, meno nobili o fate voi, sorridono agli amici e ai colleghi, facendo capire che è stata una scelta d’affetto, di pensiero ma insomma pure questi alla fine staranno davanti alla tv ad aspettare i risultati senza patemi d’animo. Poi ci sono loro. Difficile parlarne senza un filo di imbarazzo, che quasi trascolora in malinconia. Sono quelli destinati ad una fatica inenarrabile, senza nessuna certezza se non quella di correre, sbracciarsi, dannarsi perchè ogni X guadagnata all’elenco potrebbe fare il miracolo. Sono i numeri traballanti, a rischio, quelli che stanno a cavallo tra l’ultimo nome certo di diventare onorevole e il primo dei maledetti destinati a vedere da fuori il portone che si chiude. Queste settimane sono il loro momento di gloria e dannazione, di vertigine tra il volo e l’abisso. Sono proprio loro quelli che sudano per organizzare i convegni dove (forse) verranno i big, che si prestano alle interviste e ai comizi più improbabili nella provincia profonda. Vi verranno a cercare, questi candidati con i numeri appena sotto la linea di confine, chiedono la X per il simbolo, lo devono fare perché è la loro unica speranza. Parenti amici colleghi forza decidetevi, fate il miracolo. “Se il nostro elenco va forte vinceremo e il paese cambierà” -dicono ad alta voce-, se va forte -pensano ma non sta bene dirlo- anziché tre numeri, magari ne entrano quattro è il quarto sono io, quello che tutti davano per spacciato, quello che al partito guardano con commiserazione ché tanto non ce la farà mai. Parenti e amici, fatelo per loro, anche se non li potete scegliere, scegliete l’elenco, sì, proprio quell’elenco che non sapete chi, dove, come e quando l’ha deciso, con tanto di saluti ai gazebo e alle primarie. Ecco, è così che siamo ridotti.Poi ci sono i programmi. E qui si potrebbe saltare direttamente nella marmellata dei dibattiti in tv dove, litigando, spesso si ripetono le stesse cose: abbassare le tasse e salvare l’Alitalia, aumentare i salari e risanare i conti pubblici, difendere il Tibet senza dare fastidio alla Cina. E invece no, vi vogliamo segnalare una mail che ci arriva da Londra, quattro ragazzi italiani che sono lì a studiare, peraltro in una delle scuole più prestigiose del mondo la London School of Economics, e che hanno avuto una idea semplice e ingenua al punto tale che, chissà, potrebbe indicare una via. Hanno messo su internet, (quattrogattilse.googlepages.com) diapositive e ragionamenti sui conti pubblici italiani, parlano della differenza tra pressione fiscale e aumento delle tasse, spiegano chi ha guadagnato e chi perso nel corso di questi due ultimi governi. Ci vogliono cinque minuti di attenzione e di silenzio, da soli davanti al computer, e si capiscono molte cose. Un’altra campagna elettorale -almeno quella- è possibile. (da DNews)
mercoledì 27 febbraio 2008
Sabir e la voglia di votare
Alla fine non so se Sabir è davvero andato a votare. Quando l’ho incontrato in una delle corsie dell’ospedale di Rawalpindi era deciso a farlo. Doveva solo capire se, con la gamba destra amputata dopo l’attentato, sarebbe stato dimesso in tempo. Sabir è un commerciante di frutta, era attorno all’auto blindata di Benazir Bhutto quando l’esplosione squarciò l’aria e almeno trenta persone, senza contare quelle come lui, mutilate più o meno indelebilmente. Le elezioni in Pakistan furono rinviate dopo la strage del 27 dicembre, si è votato dieci giorni fa. Quasi pacificamente, quasi regolarmente. Così hanno sentenziato gli osservatori internazionali, americani ed europei in testa. Il partito del dittatore “democratico” Musharraf è stato travolto, ma non lui, almeno non per ora. Adesso è cominciata a Islamabad, la capitale del paese meno trasparente del mondo, una lunga trattativa tra i vincitori, due storici nemici dell’ex generale, per capire quale sarà il suo destino.Ma qui sono gli occhi tranquilli e la voce decisa di Sabir che ci interessa raccontare, uno che è quasi morto perché andava a un comizio, e che ci sarebbe tornato subito, col dolore nel cuore, perché il partito di Benazir doveva vincere, anche e soprattutto in suo nome. Sabir non sapeva nulla del programma del Partito Popolare Pakistano, anche perché nessuno, di nessun partito, ha mai fatto cenno alle cose da fare. La battaglia elettorale di questi giorni in Pakistan è stata pro o contro le persone e i simboli, Musharraf e le sue leggi liberticide, Benazir Bhutto e il suo martirio, Navaz Sharif e la sua rivincita personale contro chi lo aveva cacciato dal paese.
Ora il punto è, quanto è lontano il Pakistan dalle nostre elezioni, quanto è distante dalla corsa delle primarie americane? Certo, se ci mettiamo a contare il numero di morti e feriti, il tasso di paura e violenza che ha scosso questo paese durante la campagna elettorale, allora ci separa un abisso da quello che comunque è stato definito all’unisono dall’Occidente un “importante passo verso il ritorno alla democrazia”. Fa riflettere, semmai, come il tasso di democraticità di un paese venga realisticamente censito a seconda delle necessità politiche del nostro mondo. Per cui un generale al potere può diventare dittatore o presidente a seconda dei bisogni, soprattutto di Washington.
Se invece restiamo all’incontro con Sabir, allora dobbiamo decidere una cosa che può riguardarci da vicino in questi giorni di elezioni, se cioè votare un simbolo sia segno di immaturità e arretratezza oppure voglia di sperare, comunque, di essere in vita. Nel secondo caso fate così, mescolate Obama, un repubblicano a piacere, Veltroni, Berlusconi, e scegliete d’istinto. Sperando che Barak tenga duro, almeno fino al 13 aprile. (da DNews)
mercoledì 17 ottobre 2007
Le Primarie che verranno, se verranno
Avranno già sistemato i piccoli paraventi di cartone nel ripostiglio, buttati no, che non si sa mai. Avranno riposto con cura nei cassetti i registri e le liste di chi ha partecipato e riorganizzato la sala per vedere la prossima partita. Sui muri le liste dei candidati erano affisse tra il poster di Totti e il calendario del campionato, che si faceva fatica a trovarli ma solo per chi aveva fretta e domenica nessuno aveva fretta. È la seconda volta che vedo votare in un circolo di tifosi di calcio e spero che non sia l’ultima. Perché anche questa cosa dei luoghi dove sono andati, o meglio tornati, i tre milioni e passa di italiani delle primarie ha un suo piccolo senso. Certo, sezioni di partiti ma anche librerie, ristoranti, tende, club dei generi più vari, aperti tutti i giorni della vita e anche quella domenica lì. Posti dove le persone si incontrano e dove, prudenti, tranquille, senza rulli e tamburi hanno dato, per la seconda volta, un segnale a tutta la politica e indicato una strada, una possibile via d’uscita, forse addirittura un metodo. In fondo gli italiani delle primarie hanno inventato un soggetto nuovo, a metà strada tra il vecchio militante, il funzionario, il consigliere, l’assessore, insomma i professionisti della materia e l’elettore classico, chiamato al voto tra opinioni sempre meno ragionate e interessi sempre più indefinibili, nel rombo di campagne politiche o amministrative da finta e immobile ultima spiaggia. A ben vedere, le primarie dimostrano invece che non è un’utopia invitare milioni di persone a scegliere, oggi un segretario, domani chissà. “Aspettatevi decisioni che vi sorprenderanno, aspettatevi discontinuità” frasi ripetute dopo il trionfo, dal duo di testa Walter e Dario. E allora proviamo l’azzardo, diciamo l’indicibile, che le primarie diventino uno strumento costitutivo del partito nuovo e della buona politica, che i tre milioni siano chiamati tutte le volte che su una questione importante il nuovo partito non riesca a trovare la strada. È vero, i Democratici scommettono sulla sintesi tra le culture, le identità, le provenienze, avranno le loro assemblee, i loro dirigenti, le loro discussioni. Ma dovesse succedere che su una scelta importante la nave si incagliasse su vecchi scogli, non sarebbe male ricordarsi che dietro, silenziosi ma testardi ci sono quei tre milioni che se invitati pacatamente hanno risposto, “eccoci”. Basterebbe chiamarli a scegliere per decidere, a maggioranza, la via maestra della democrazia. “Rispondo a quei tre milioni” altra frase di Veltroni nella notte del trionfo. Ecco, appunto, a quelli del club della Roma, a Monteverde vecchio, tenete sempre pronti i paraventi di cartone, se ci fosse bisogno.
venerdì 8 giugno 2007
il tassista e il metrò (di Atene)
A proposito dell’Italia divisa in due o delle due Italie e di come andrà a finire. Tema da treno, da taxi, da metropolitana, insomma da luogo comune, sappiamo bene il rischio che si corre a citare le opinioni di strada e però a volte esse illuminano, magari solo un flash, che ci rimane in testa e che non riusciamo a spiegare a chi dovrebbe per mestiere o per passione occuparsene tutti i giorni. Cominciamo da un tassista romano incrociato ieri, non abbiamo chiesto impressioni sulla situazione, che quello davvero è abusato espediente dei giornalisti, no abbiamo chiesto di lui, della vita sua e nel tragitto che abbiamo condiviso abbiamo saputo in sequenza che: voleva comprare anni fa una casa in centro, ne aveva trovata una, stava per fare un affare -i proprietari erano due ragazzi tossici che avevano bisogno di soldi- lui ci ha pensato poi ha rinunciato perchè non si sa mai, invece poi ha scelto un quartiere appena fuori, tutto abusivo sa, ma la mia no (naturalmente n.d.r.) aveva tanto di progetto e oggi, col prezzo di una, c’ho due casette e non mi posso lamentare. Pensi proprio ieri ho contrattato un televisore al plasma, sa, di quelli che costano un sacco di soldi, invece l’ho scambiato con la pubblicità sul taxi e via, adesso me lo godo senza cacciare una lira. Fine del tragitto. Atene, le nuove fermate della metropolitana inagurate in occasioni delle Olimpiadi sono bellissime, quasi dei musei sotterranei, ogni reperto che trovavano veniva recuperato, illuminato, incluso nella stazione. Subito dopo l’apertura il comune fece un’indagine per avere le impressioni dei cittadini utenti e tra le varie risposte molte suonavano più o meno cosi “quando so che devo prendere la nuova metropolitana mi vesto un po’ meglio, mi curo di più” insomma l’idea era quella di non voler sfigurare di fronte a tanta luce e bellezza, essere all’altezza di un luogo pubblico e desiderabile. Ecco, quello della desiderabilità sociale delle cose è uno dei temi sui quali avrebbe dovuto esercitarsi la politica. Il trasporto collettivo per esempio, il problema non è solo quanti lo sceglierebbero se fosse puntuale, pulito, illuminato ma come cambierebbero anche i cittadini utenti se diventasse un luogo comune desiderabile e perfino, chiediamo scusa, alla moda. Ora dunque torniamo ai desideri del tassista, dentro il quartiere abusivo, al televisore gigante al plasma goduto col baratto della pubblicità. Questa non c’è dubbio è una Italia che ormai c’è, l’altra non ha mai avuto modo di rispondere a nessun indagine su nuove desiderabili, illuminate, pulite, puntuali metropolitane. Se questa seconda Italia ormai stanca, sfiduciata, non va più a votare o diventa minoranza definitiva nel paese la partita è bella che chiusa.
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