Li ho visti già una volta così, qualche anno fa, nei salottini al pianoterra delle banche, o peggio in strada, inforcare gli occhiali, strizzare gli occhi davanti ai televisori dei borsini, per accertarsi se quello che vedevano era vero. Me li immagino ancora lì, a guardare con lo sguardo fisso i monitor che nel frattempo saranno diventati al plasma, rinserrandosi un poco nel primo soprabito d’autunno che a una certa età il freddo si fa sentire. Erano impiegati, portieri, artigiani, poi diventati pensionati, e anziché fermarsi al bar, tutti i giorni facevano visita alla loro banca. Li ho sentiti telefonare oggi alla trasmissione alla radio per chiedere consigli “Sono entrato in xyz, me l’hanno consigliato, lei che ne pensa?” In genere l’esperto farfuglia qualcosa di tecnico e li rassicura, oggi ho sentito un esperto sincero o depresso che diceva “no era meglio se stava fermo, non so che succederà, ma non è finita”. Ora, una cosa sola vorrei dire, vi prego, non passate gli ultimi giorni davanti alle vetrine delle banche a guardare i numeri dei televisori, che adesso viene l’inverno vero (pubblicato su DNews).
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mercoledì 8 ottobre 2008
Uomini e borsini
Li ho visti già una volta così, qualche anno fa, nei salottini al pianoterra delle banche, o peggio in strada, inforcare gli occhiali, strizzare gli occhi davanti ai televisori dei borsini, per accertarsi se quello che vedevano era vero. Me li immagino ancora lì, a guardare con lo sguardo fisso i monitor che nel frattempo saranno diventati al plasma, rinserrandosi un poco nel primo soprabito d’autunno che a una certa età il freddo si fa sentire. Erano impiegati, portieri, artigiani, poi diventati pensionati, e anziché fermarsi al bar, tutti i giorni facevano visita alla loro banca. Li ho sentiti telefonare oggi alla trasmissione alla radio per chiedere consigli “Sono entrato in xyz, me l’hanno consigliato, lei che ne pensa?” In genere l’esperto farfuglia qualcosa di tecnico e li rassicura, oggi ho sentito un esperto sincero o depresso che diceva “no era meglio se stava fermo, non so che succederà, ma non è finita”. Ora, una cosa sola vorrei dire, vi prego, non passate gli ultimi giorni davanti alle vetrine delle banche a guardare i numeri dei televisori, che adesso viene l’inverno vero (pubblicato su DNews).
lunedì 23 giugno 2008
La tessera del signor Umberto
Immagino la prima volta che il signor Umberto riceverà la piccola carta allo sportello della Posta. Lo sguardo compassionevole dell’impiegata che gliela farà scivolare assieme alla ricevuta e alle quattro o cinque banconote della pensione. Dovrà firmare qualcosa forse ma non deve preoccuparsi, tutto sarà anonimo, così hanno assicurato i superiori. Il signor Umberto non sa se deve ringraziare, si guarderà intorno poi prenderà tutto e andrà via in fretta, che il percorso tra la Posta e la casa in certi giorni è il più pericoloso. Ha sentito i telegiornali, li sente sempre perché ha tanto tempo a disposizione e non mancano mai di parlare di quelli come lui, che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Anziani e pensionati soprattutto, si sentono le voci dei giornalisti mentre scorrono immagini di vecchi con la busta per la spesa, qualche volta addirittura parlano proprio quelli come lui, pochi secondi col microfono davanti, “è vero non ce la facciamo più” e poi via, altro servizio sui cuccioli di foca o sulle sfilate di moda, insomma si sa, i tg hanno poco tempo e le cose da dire sono tante. Ma quella della carta l’aveva sentita, la social card, cosi l’aveva chiamata il ministro, quattrocento euro, al mese, all’anno, una volta sola, questo non l’avevano spiegato ma i quattrocento euro, si, l’avevano detto chiaro e tondo. Per quelli che non riescono a comperare il pane e il latte, cosi aveva detto il ministro. I soldi li prendiamo ai petrolieri, aveva aggiunto e il signor Umberto aveva pensato, ben detto, che tanto io non ho la macchina e non ho problemi con la benzina. Avevano anche spiegato che serviva per avere sconti al supermercato o per pagare di meno le bollette della luce e del gas.Adesso la tessera è tra le sue mani, la gira e rigira e pensa a come usarla, dove andare a spendere quella fortuna inaspettata. Quanta spesa avrebbe fatto, quante volte, bisognava organizzarsi, non poteva dilapidare. E allora prova a fare i conti, si ingarbuglia un poco poi decide che la cosa migliore è questa, avrebbe fatto la solita spesa, al solito supermercato sotto casa, nulla di più, nulla di diverso, solo con la carta nel portafoglio. Così si prepara, mette il guinzaglio al cane e si avvia verso il negozio. “Buongiorno signor Umberto” sorride il capo dei commessi che sistema i carrelli all’ingresso “il cane lo lasciamo fuori” “Si come sempre, stai buono qui, Flaik”. Spesa solita aveva detto e quindi non ci mette molto, compatibilmente con la velocità che si può permettere, semmai una scatoletta in più oggi, per il cane che l’aspetta fuori, pochi minuti e si ritrova davanti alla cassa. “Buongiorno signor Umberto” lo saluta la cassiera mentre passa la sua spesa al lettore ottico “sono 18 euro e 25, mi dà la tessera?”
Non so che tessera tirerà fuori il signor Umberto, spero quella del supermercato e perdonate anche la sfrontatezza del richiamo al protagonista del film di De Sica, so solo che più di cinquant’anni fa con Umberto D. questo paese raccontava la tenerezza, il pudore, la dignità, lo strazio di ritrovarsi in povertà e immaginava una società in cui fosse un diritto per tutti il lavoro, la scuola, l’assistenza. Oggi una tessera per i poveri viene sbandierata come una trovata geniale, una storia da raccontare in televisione come la politica economica del ventunesimo secolo, quella in grado di togliere ai cattivi che si sono arricchiti un po’ troppo per distribuire qualcosa ai più poveri, a patto che alzino la mano e si facciano riconoscere. Torna in mente la scena in cui Umberto D. dopo mille ferite dell’anima prova a tendere la mano per chiedere l’elemosina ma non ce la fa, è più forte di lui e quando un passante si avvicina la gira improvvisamente sul dorso come a dire, chissà, forse sta per piovere. Ma quello era neorealismo, oggi va molto Robin Hood.(pubblicato su DNews)
venerdì 29 giugno 2007
La lunga vita
Che il problema pensioni sia complicato è davvero sotto gli occhi di tutti. Almeno da una decina d’anni, quattro o cinque governi, tutti gli schieramenti, se lo ritrovano sul tavolo. Provano di volta in volta se non a risolverlo almeno a rinviarlo alla stagione successiva, non senza prima aver vissuto momenti di drammatica tensione con i sindacati, vertici notturni, scioperi generali. In genere le parti in scena sono queste: i rappresentanti dei lavoratori che frenano, dicono le cose stanno bene così, i governi che premono, guardate che se non si fa nulla, il sistema non regge. Questa volta le parti sono invertite per via dello scalone, cioè della simpatica trovata dell’ex ministro Maroni di aumentare l’età per andare in pensione da 57 a 60 anni da un giorno all’altro, dal 31 dicembre al 1 gennaio del prossimo anno. Cosicché questa volta sono i sindacati a premere perché si faccia qualcosa, cioè si cancelli quella norma e il governo di turno a barcamenarsi con la patata consegnatagli da quello precedente.
Diciamo subito che non parleremo, qui davvero ci sono fior di specialisti, della faticosa ricerca di un’intesa, della calcolatrice di Padoa-Schioppa contrapposta ai lavori usuranti, dello scalone ammorbidito ma non troppo, delle quote e di tutte le tabelle che seguiranno. No, vorremmo solo sommessamente ricordare che il “macigno” pensioni in realtà è, al fondo, davvero un bel problema. Non solo nel senso di una sua difficile soluzione ma in quello letterale del termine, cioè, è una “bella” questione che si pone, non a caso, soltanto in società del benessere in cui uomini e donne vivono più a lungo. Se i conti non tornano più, nel dare e avere tra lavoratori e pensioni, è infatti perché la vita media degli italiani, uomini e donne, si è allungata. In altre parole trent’anni fa si andava in pensione a 55 anni ma mediamente si godeva del meritato e retribuito riposo per sei o 7 anni. Oggi si lascia il lavoro a 57 (domani chissà) ma aumentano gli anni in cui si è a carico del sistema perché, per fortuna, ripetiamo, per fortuna, si vive molto di più. Certo poi c’è tutto il resto, il monte contributi che decresce perché non crescono i lavori stabili, l’incertezza che accompagna i nuovi lavori, c’è tutto quello, insomma, che determina la fragilità finanziaria delle pensioni future. E però se finalmente una volta, al prossimo vertice, tutti insieme, ministri e rappresentanti dei lavoratori si alzassero a dire: abbiamo si un problema ma è un problema che nasce dal fatto che gli italiani, nonostante tutto, stanno di più al mondo, ecco, forse, allora, saremmo già entrati nell’epoca del vituperato buonismo, o almeno, in quella del buonumore. E chissà che, sotto il segno di Walter, non ci scappi un accordo.
Diciamo subito che non parleremo, qui davvero ci sono fior di specialisti, della faticosa ricerca di un’intesa, della calcolatrice di Padoa-Schioppa contrapposta ai lavori usuranti, dello scalone ammorbidito ma non troppo, delle quote e di tutte le tabelle che seguiranno. No, vorremmo solo sommessamente ricordare che il “macigno” pensioni in realtà è, al fondo, davvero un bel problema. Non solo nel senso di una sua difficile soluzione ma in quello letterale del termine, cioè, è una “bella” questione che si pone, non a caso, soltanto in società del benessere in cui uomini e donne vivono più a lungo. Se i conti non tornano più, nel dare e avere tra lavoratori e pensioni, è infatti perché la vita media degli italiani, uomini e donne, si è allungata. In altre parole trent’anni fa si andava in pensione a 55 anni ma mediamente si godeva del meritato e retribuito riposo per sei o 7 anni. Oggi si lascia il lavoro a 57 (domani chissà) ma aumentano gli anni in cui si è a carico del sistema perché, per fortuna, ripetiamo, per fortuna, si vive molto di più. Certo poi c’è tutto il resto, il monte contributi che decresce perché non crescono i lavori stabili, l’incertezza che accompagna i nuovi lavori, c’è tutto quello, insomma, che determina la fragilità finanziaria delle pensioni future. E però se finalmente una volta, al prossimo vertice, tutti insieme, ministri e rappresentanti dei lavoratori si alzassero a dire: abbiamo si un problema ma è un problema che nasce dal fatto che gli italiani, nonostante tutto, stanno di più al mondo, ecco, forse, allora, saremmo già entrati nell’epoca del vituperato buonismo, o almeno, in quella del buonumore. E chissà che, sotto il segno di Walter, non ci scappi un accordo.
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