Tutto cambia, niente cambia, suvvia qualcosa cambia. Stamattina per esempio, nella nostra solita passeggiata mattutina al parco, non solo sapevamo già come era andata, ma eravamo pieni di dettagli, di commenti, di precedenti, di previsioni, di video integrali, di sintesi, di foto, di battute. Come quella di Michael Moore che dice "ecco quello che succede quando si sceglie John Kerry come allenatore per il dibattito". Ora non sappiamo quanto tutto ciò determinerà il corso delle cose, di sicuro nuvole piene di link, cinquettii multimediali senza fuso orario, direttori mattinieri e ragazzi brillanti hanno circondato la nostra passeggiata. E a momenti mi scappavano via i cani.
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giovedì 4 ottobre 2012
venerdì 23 dicembre 2011
Ad occhi sgranati nel circo di Twitter

Ormai é quasi un anno e forse ci si può fermare per accennare a qualcosa che rassomigli a un pensiero. É anche tempo di Natale e forse ci si può concedere qualche errore da prima impressione ché siamo tutti più disposti al perdono. Così azzardiamo riflessione, parola grossa, sul modo italiano di invadere twitter, in particolare su quella impaurita frenesia di noi giornalisti di salire sul treno all'ultimo minuto, di scegliere il vagone giusto, di prenotarsi reciprocamente i posti e di chiudere le porte a quelli che stanno ancora cercando il binario. Per capirci l'era twitter della stampa italiana é cominciata quest'anno. Prima del 2011 c'erano i nativi, ragazzi e ragazze che nella pigra indifferenza dei media tradizionali, già cinguettavano seriamente e allegramente con il mondo, scovando reporter di strada e analisti di geopolitica che usavano #hashtag e 140 battute, costruendosi una fluida, viva, cangiante, e forse per questo a volte precipitosa, visione del mondo alternativa. Sento già il ronzio di chi tra i giornalisti storici obietta (tra sé e sé per carità) no guarda, io c'ero già: onore al merito delle mosche bianche ma erano bianche, appunto.
Il problema invece é nato quando una prima pattuglia di penne old fashion ha preso il trenino e si é guardata intorno. Finalmente facce nuove, si saranno detti, ma solo per un poco perché poi il vecchio vizio di spalleggiarsi l'uno l'altro, di fare comunella, di seguirsi con quella sottile perfidia di essere sempre attenti allo spread (che deve restare alto, altissimo) tra seguiti e seguaci ha preso il sopravvento. Allora il vecchio circo con tutti i suoi numeri, i suoi personaggi si é ricostruito. Ci sono i direttori dei grandi giornali che aprono il dibattito, ci sono i direttori che provocano più dibattito dei loro piccoli giornali, ci sono direttori senza più giornali che contano i seguaci, ci sono editorialisti più innamorati del loro tweet che del loro editoriale, ci sono reporter mitraglia da 200 tweet al giorno che poi nessuno legge più i pezzi, ci sono gli specialisti del retweet per far capire che nulla sfugge. Insomma la pattuglia si adatta, si conforma, si specializza, si arrangia, che il mestiere non gli manca. Naturalmente ci sono anche i tantissimi bravi e buoni, sennò che post di Natale sarebbe, quelli che davvero guardano con occhi sgranati la meraviglia, questa possibilità di intercettare e dialogare col mondo che fino a ieri era fantascienza. Ed é un po' la stessa differenza che ho sempre ritrovato tra gli inviati di guerra, quella tra chi, veterano o no, era capace ancora di stupore e chi invece si faceva scudo di aver visto già tutto. Così succede adesso tra i giornalisti esploratori nella meravigliosa jungla di twitter.
E nell'esplorazione si usano vecchi trucchi rimodernati, che un cool touch é d'obbligo in questi casi. Per esempio quello di circondare di complimenti alcuni dei nativi che davvero hanno fatto un gran lavoro (penso alla primavera araba e ai movimenti di #occupy) di contatti, selezione, ricerche, condivisione. Anch'io, giornalista della specie più stigmatizzata, quella dei tg per di più Rai, ho fatto così ma mi sono sempre presentato "ciao sono @angfigo un vecchio reporter di un vecchio tg". E buon Natale.
mercoledì 23 novembre 2011
Anna P. all'epoca di Twitter

Questo pomeriggio, mentre continuano gli scontri attorno a piazza Tahrir e noi, tweet dopo tweet, quasi ne sentiamo il respiro, mi sono ritrovato in una piccola libreria romana a parlare con amici, davanti a un caffè, di Anna Politkowskaja. Gli amici venivano a dirmi di una piccola casa editrice abruzzese (Carlo Spera editore) che sta per pubblicare un libro di Anna, inedito in Italia, i suoi primi scritti sulla Cecenia. E così é venuto spontaneo ripensare al suo modo torrenziale di scrivere, pagine e pagine minuziose di storie e denunce; in appendice al libro sua figlia Vera racconta che Anna scriveva sempre, dovunque lei bambina sentiva il ticchettare della tastiera del computer, anche nella casa di campagna quando si fermavano qualche volta per i fine settimana "tutt'intorno la natura, i boschi e lei in casa a scrivere sul computer.." . il risultato oggi sono i suoi articoli, centinaia, i suoi libri, migliaia di pagine, ricostruzioni, testimonianze, documentazione di quell'unico grande orrore che é stata non solo la guerra di Cecenia ma il tragico affresco della nuova Russia di Putin autoritaria e repressiva eppure alleata di noi Occidente. E però accanto al suo lavoro c'é sempre stato anche, impietoso e codardo, un velo denso di silenzio, reticenze dei giornalisti ufficiali mescolate alle calunnie del regime seminate ad arte, che giorno dopo giorno hanno costruito attorno a lei l'isolamento che alla fine le é stato fatale. Così oggi, il tempo di un caffè in libreria, ci siamo ritrovati a pensare a cosa sarebbe stata la storia di Anna all'epoca di Twitter. Cosa sarebbero stati il suo lavoro, le sue denunce, le sue storie e infine il suo rimanere sola. Forse sarebbe andata diversamente, forse no. Mi piace però immaginare l'onda del cinguettio da Grozny di una come lei. Comunque non avremmo potuto mai dire che non sapevamo.
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