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domenica 1 novembre 2009

Sballottaggio


Afghanistan. Variazioni impreviste all'esportazione della democrazia.

mercoledì 23 settembre 2009

Il dolore e i numeri


Adesso che sono tornati davvero a casa, nei loro paesi, adesso, forse, si può fare una domanda. Siamo stati tre giorni dentro la cerimonia, domenica a Campino, lunedì nella basilica, ieri nelle parrocchie dei loro quartieri. Siamo stati inondati dalle lacrime in dettaglio, dai silenzi riempiti cogli applausi, dai campi lunghi delle bare e dei picchetti d’onore. Siamo stati aiutati da due bambini, che ci hanno indicato la strada, rompendo le righe dei funerali di Stato, una via d’uscita tutta italiana alla quale giornali e televisioni si sono aggrappati per dire che non era retorica, che la nostra era commozione vera. E allora eccoci alla domanda, o al grappolo di domande che si tengono l’una all’altra, aggrovigliate al raspo di nessuna certezza. Quanto si espone il dolore? Come funziona la matematica dei morti nei funerali di Stato? Fossero stati quattro, o tre o due i parà morti, che avremmo fatto? E fossero dieci domani, o venti domani l’altro, cosa faremmo ancora? E cosa dovrebbero fare gli americani con i loro 800 morti, e gli inglesi con duecento e olandesi e danesi che con meno soldati di noi hanno avuto il doppio delle perdite? Non in queste righe si discute della guerra giusta o del che fare, qui si domanda di un paese che ogni volta si stupisce di quanto sia brutta e cattiva, la guerra, si addolora in diretta per tre giorni di seguito, e poi, passa ad altro. (pubblicato su DNews)

domenica 26 luglio 2009

Guerra e magliette di lana


Ancora titoli cubitali sui soldati italiani nel mirino in Afghanistan. Anche quando -per fortuna- ci sono solo feriti lievi. Che caratteri di stampa dovrebbero usare inglesi e americani?

mercoledì 22 luglio 2009

Oppio, soldati e democrazia

Afghanistan, meno di un mese alle elezioni. Karzai alla prova del fuoco, la coalizione guidata dalla Nato alla prova del fuoco. Un passaggio cruciale per capire la direzione che prenderà il futuro di questo paese. E noi ci siamo in mezzo davvero. Arrivano altri cinquecento soldati, alla fine saranno più di tremila. Quasi tutti dislocati nell'ovest della regione, anche quelli che oggi sono a Kabul li raggiungeranno. E lì i tremila italiani ormai sono in mezzo ad una guerra insidiosa, dove il prezzo di un attentatore suicida viene valutato poco più di mille dollari, ma soprattutto dove gli insorgenti, così li chiamano adesso, sono un miscuglio inestricabile di talebani, mercanti di droga e criminali comuni. "Se ci fossero talebani disposti a trattare" dice il ministro della Difesa La Russa volato a trovare le truppe, "nessuna preclusione ideologica a farlo ma per ora così non è". Resta almeno la consapevolezza comune, da Obama a La Russa, che se si vince in Afghanistan non sarà solo con le armi. Se si vince sarà perchè qualcuno offrirà ai contadini che adesso vivono coltivando oppio comprato dai talebani qualcosa di diverso con cui provare ad immaginare un altro futuro. Parole come ricostruzione e sviluppo peseranno sempre più. Nel frattempo prepariamoci ad un'altra estate rischiosa, perchè l'estate è la stagione perfetta per chi vuol fare la guerra. (pubblicato su DNews)

giovedì 7 maggio 2009

La scuola di religione

Tra le storie ascoltate a Farah (si, proprio il posto in Afghanistan dove gli americani hanno fatto strage di civili qualche giorno fa) c'è quella raccontata dal colonnello Gabriele Toscani De Col della Folgore (si, a Farah ci sono i paracadustisti italiani) a proposito della scuola per falegnami, eletricisti e carpentieri realizzata dagli americani in quella zona. Appena costruita per un po' è rimasta vuota (non c'erano tecnici insegnanti nè macchinari) poi i locali hanno pensato bene di trasformarla in una madrassa, una scuola di religione, islamica.

domenica 9 novembre 2008

Gloria, la casa e il soldato - il video


L'intervista è del luglio di quest'anno, per il Tg2. La storia l'ho raccontata anche qui. Non ho il coraggio di chiamare Gloria per sapere come è andata a finire. Perchè temo che sia andata a finire male. Nonostante Obama.

mercoledì 30 luglio 2008

Gloria, la casa e il soldato

New York. Le casette di Jamaica Queens sembrano quelle delle bambole. Una di fianco all'altra, cottage di legno un piano e una soffitta, giardini minuscoli e verande dove al massimo ci sta una sedia, e quasi sempre un vecchio seduto sopra. Sono loro quelli che hanno acquistato casa venti o trenta anni fa, i giovani adesso non ce la fanno, vanno via a cercare quartieri piu convenienti. Quelli che ci hanno provato a comperarla, adesso fanno i conti con la crisi dei mutui che in zone come queste ha picchiato durissimo. In certe strade quasi una casa su quattro è pignorata. Cartelli con scritto su "vendesi" spuntano ad ogni angolo. L'incubo di non riuscire a pagare le rate, assieme a quello di non avere piu soldi per fare il pieno, colpisce al cuore le famiglie americane, come i fantasmi di due guerre che sembrano non volere finire. Con l’Afghanistan che adesso fa di nuovo più paura dell’Iraq. L’economia in crisi è quella che piano piano ti impedisce di usare l’automobile, perché la benzina è schizzata a oltre quattro dollari al gallone, ma soprattutto è quella che d’improvviso ti toglie la casa che speravi di avere conquistato. E vederle tutte in fila queste piccole case, con i peluche alle finestre, con la bandiera a stelle e strisce che sventola, ti fa capire che cosa voglia dire per una famiglia perderla, quando la banca te la riprende indietro, è il sogno piu' grande che fallisce. Le guerre invece sono quel rumore di fondo che punteggia da anni le stagioni, con qualche ragazzo che non torna dal fronte e se hai fortuna è sempre uno che non conoscevi.
La storia di Gloria racconta bene di questi giorni americani, li mette a fuoco perfettamente e non ti lascia scampo.
Andiamo a trovarla nel Queens, all’angolo di Liberty avenue, nella zona di South Ozone park, quartiere nero, povero, dignitoso. Ci aspetta sulla scale di casa.
Gloria, ventitre anni, la casa la vuole salvare ma la sta perdendo. La banca l’ha pignorata, non sono riusciti a pagare le rate del mutuo. Non ce l’ha fatta lei, ma soprattutto Andrew, il suo compagno, che per evitare di perderla era tornato per la seconda volta in guerra. Dopo l’Iraq, l’Afghanistan “lo stipendio questa volta era più alto”, ci dice Gloria e invece a giugno, sulla strada di Kandahar, una bomba lo ha ucciso. Ci fa vedere la sua targhetta di soldato che adesso lei ha appesa al collo, poi le foto di lui, con i bambini, sul divano, in divisa con i compagni di missione. Misura le parole Gloria, quando le chiediamo se qualcuno la sta aiutando “per adesso non so cosa accadrà” la banca ha i suoi tempi e non discute, gli amici e i parenti sono come loro, in difficoltà a tirare avanti. Non erano nemmeno sposati, la burocrazia statale, l’esercito, non si è fatto vivo nessuno. Non sa rispondere Gloria ma ci vuole portare nel parco giochi del quartiere, qualche centinaio di metri più in là. Lì, davanti a un muro di cemento, una decina di lumini spenti a terra ricordano la loro storia, articoli di giornale attaccati con il nastro adesivo “la guerra colpisce la casa” le ultime parole del soldato “resisti, non mollare la casa”. Le chiediamo della guerra, ci dice “è terribile ma Andrew ci è andato per il suo paese, per noi, per la nostra libertà”. Nessun rancore porta Gloria, anche quando tra le lagrime sussurra “che cosa puoi fare quando quello che ti succede è troppo grande da sopportare”. Difficile lasciare quel parco dove bambini neri continuano a giocare.(pubblicato su Dnews)

mercoledì 2 luglio 2008

NY wastepaper/3

Il numero dei soldati americani morti in Afghanistan supera a giugno quelli morti in Iraq. lo stesso è successo a maggio. Qualcosa vorrà pur dire. Ma si può anche soprassedere. Il fatto è che per una certa idea di italiani quello che arriva dall'america deve più o meno rassomigliare a quello che arriva da un grande, eccentrico luna park, questo vale sempre, a maggior ragione in estate, quindi niente notizie riflessive e nemmeno complicate. Tanto da un luna park qualcosa viene sempre fuori, basta rovistare un po' qui e un po' là.

martedì 1 luglio 2008

Ignazio

Il ministro della Difesa La Russa annuncia meno "caveat" per i nostri soldati in Afghanistan proprio nel giorno giusto.

lunedì 30 giugno 2008

NY wastepaper/1

Prima o poi vi racconterò del terminal n.5 di Fiumicino, la risposta italiana alla supersicurezza dei voli a rischio. Per ora vi dico solo che dopo aver fatto tre controlli di bagaglio e documenti sotto la mira di poliziotti armati ben in vista tutti i passeggeri diretti in America vengono caricati su un autobus che li riporta indietro all'aeroporto quello normale e qui si rimescolano beatamente con tutti gli altri. Insomma davvero una soluzione italiana, un teatrino come sappiamo fare noi.

Ho visto tre film sul volo Delta airlines. La guerra di Charlie Wilson, il doc di Scorsese sul concerto dei Rolling Stones e Lo scafandro e la farfalla. Tutti e tre sotto coperta per via di un'aria troppo condizionata. La storia del deputato che riesce a far finanziare la guerra segreta in Afghanistan contro i sovietici era perfetta oggi che il New Yorker svela il moltiplicarsi delle missioni segrete Usa in Iran. La parte migliore dei Rolling Stones è quella in cui Scorsere prepara il concerto, fino all'arrivo di Bill Clinton che lo presenta. Era l'epoca in cui ancora il Presidente raccoglieva soldi e non i debiti della signora. Il film di Julian Schnabel, newyorkese, è fulminante, la storia del giornalista francese Jean-Dominique Bauby ti lascia senza fiato, al solo pensiero dell'uso del tempo, parole cercate e trovate lettera per lettera con il battito delle ciglia, parole che alla fine scrivono un libro, persone che passano ore ad ascoltare e crescere. "Mi resta solo la memoria e l'immaginazione per fuggire dallo scafandro".

Per tre giorni a Soho poi mi sposto in riva al fiume. Per il resto non ho visto Spagna Germania e non ho capito chi si deve scusare con chi tra Berlusconi e Di Pietro.

sabato 26 aprile 2008

Riconoscenza


Karzai critica la gestione americana e inglese della guerra al terrorismo in Afghanistan. E lo fa sul nyt.

giovedì 10 maggio 2007

Se la guerra ci viene a cercare


A proposito degli italiani e delle missioni di pace. Eravamo uno sparuto drappello di cronisti al seguito dei primi 40 alpini che andavano a sistemarsi a Khost, sulle montagne ai confini con il Pakistan. Era il febbraio di quattro anni fa. Roger King, generale americano allora comandante della missione Enduring Freedom, salutò i soldati italiani, indicò le bellissime cime innevate che circondavano la piana di Kabul e disse: “Le vedete lì in fondo, beh, quella è roba vostra, benvenuti in Afghanistan” e poi a noi aggiunse “questa è una combat mission” e non c’era bisogno di traduzione. Noi scrivemmo e puntuale, a stretto giro d’agenzie, arrivò la precisazione da Roma “Non scherziamo, la nostra è una missione di pace, i nostri ragazzi sono destinati a zone non a rischio e sono ben protetti”. Firmato il ministro della Difesa di allora, Antonio Martino.L’episodio mi torna in mente in questa primavera, a proposito delle preoccupazioni di un altro ministro della Difesa Arturo Parisi che qualche giorno fa, dopo l’ennesima giornata di combattimenti nel sud e nell’ovest dell’Afghanistan, con gli americani che snocciolavano dettagli e cifre dei talebani uccisi e sorvolavano sulle manifestazioni di protesta della popolazione di quei luoghi per i cosiddetti effetti collaterali (decine di civili morti), dettava così alle agenzie “siamo preoccupati per un eventuale coinvolgimento degli italiani in operazioni estranee alla missione votata dal Parlamento”. Già perchè anche questa volta gli italiani ci sono, sono acquartierati ad Herat, città capoluogo di una provincia del paese che dista poco più di cento chilometri dalle zone dove si combatte e anche questa volta trattasi di “missione di pace”, o meglio di “assistenza alla sicurezza” della nascente democrazia afgana. Ora, quanto devono durare i giochi di parole? È vero, le missioni non sono le stesse, quella “Enduring Freedom” a guida americana non è quella “Isaf” a guida Nato, le regole d’ingaggio sono diverse, ogni contingente e ogni paese ha i suoi “caveat”, cioè i limiti autoimposti ai propri soldati e però la guerra non fa tante differenze. Di sicuro non ne fanno i talebani, tutt’altro che morti e sepolti. Semmai potrebbe riproporsi, nelle chiacchiere tra soldati alleati, il vecchio e logoro luogo comune degli italiani abili solo in cucina e in salmeria. Dunque giusta la preoccupazione del ministro Parisi, giusto chiedere un coordinamento tra gli alleati per evitare sovrapposizioni e incoerenze nelle catene di comando ma il problema resta lì, tutto intero, a mano a mano che la primavera avanza. Se la guerra ci viene a cercare, che ne facciamo delle missioni di pace?