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martedì 9 giugno 2009

Le domande e i nemici

Un bell'articolo di Rachel Donadio corrispondente a Roma del NYT. Un suo amico giornalista italiano le riferisce del ragionamento di un magistrato (magistrato!) a proposito di un suo pezzo critico su Berlusconi. "Si chiedeva il magistrato, in tutta serietà, se l'articolo poteva essere la prova che il sindaco di NY Bloomberg, invidioso dell'impero mediatico di Berlusconi, stesse usando lei (e il il NYT ndr) per attaccare il primo ministro italiano". Potete immaginare le risate che si è fatta la giornalista.

mercoledì 1 ottobre 2008

Di tutti o di nessuno

Ne discutevo giorni fa con amici. Il problema non è destra e sinistra, prima ancora c’è l’idea stessa che noi abbiamo di bene pubblico. Faccio l’esempio che mi viene spesso, quello dei parchi. Prendete Battery, la punta estrema di Manhattan, lungo il fiume ci sono chilometri di verde attrezzato, manutenuto, sorvegliato, pulito, illuminato bene. Chi paga? Ebbene si, non paga il comune ma i residenti, cioè gli abitanti dei lussuosi condomini che su quel verde si affacciano. Circolo privato quindi? Niente affatto perché i prati di Battery park sono assolutamente gratuiti e aperti a tutti. Questo provoca anche un piccolo miracolo, tutti quelli che ci vanno non sporcano, non fanno danni e non creano problemi. Si può spiegare con il circolo virtuoso noto per cui tu se trovi un posto bello nel quale stai bene cerchi di mantenerlo così. Ma non basta. Dietro ci sono risposte diverse a questo problema: definite il bene pubblico. A New York, in America e in gran parte delle società europee dicono: un bene di tutti. Da noi temo che molti pensino, senza aver il coraggio di dirlo: una cosa di nessuno. Se non si comincia da qui, non c’è politica che tenga. (pubblicato su Dnews)

mercoledì 30 luglio 2008

Gloria, la casa e il soldato

New York. Le casette di Jamaica Queens sembrano quelle delle bambole. Una di fianco all'altra, cottage di legno un piano e una soffitta, giardini minuscoli e verande dove al massimo ci sta una sedia, e quasi sempre un vecchio seduto sopra. Sono loro quelli che hanno acquistato casa venti o trenta anni fa, i giovani adesso non ce la fanno, vanno via a cercare quartieri piu convenienti. Quelli che ci hanno provato a comperarla, adesso fanno i conti con la crisi dei mutui che in zone come queste ha picchiato durissimo. In certe strade quasi una casa su quattro è pignorata. Cartelli con scritto su "vendesi" spuntano ad ogni angolo. L'incubo di non riuscire a pagare le rate, assieme a quello di non avere piu soldi per fare il pieno, colpisce al cuore le famiglie americane, come i fantasmi di due guerre che sembrano non volere finire. Con l’Afghanistan che adesso fa di nuovo più paura dell’Iraq. L’economia in crisi è quella che piano piano ti impedisce di usare l’automobile, perché la benzina è schizzata a oltre quattro dollari al gallone, ma soprattutto è quella che d’improvviso ti toglie la casa che speravi di avere conquistato. E vederle tutte in fila queste piccole case, con i peluche alle finestre, con la bandiera a stelle e strisce che sventola, ti fa capire che cosa voglia dire per una famiglia perderla, quando la banca te la riprende indietro, è il sogno piu' grande che fallisce. Le guerre invece sono quel rumore di fondo che punteggia da anni le stagioni, con qualche ragazzo che non torna dal fronte e se hai fortuna è sempre uno che non conoscevi.
La storia di Gloria racconta bene di questi giorni americani, li mette a fuoco perfettamente e non ti lascia scampo.
Andiamo a trovarla nel Queens, all’angolo di Liberty avenue, nella zona di South Ozone park, quartiere nero, povero, dignitoso. Ci aspetta sulla scale di casa.
Gloria, ventitre anni, la casa la vuole salvare ma la sta perdendo. La banca l’ha pignorata, non sono riusciti a pagare le rate del mutuo. Non ce l’ha fatta lei, ma soprattutto Andrew, il suo compagno, che per evitare di perderla era tornato per la seconda volta in guerra. Dopo l’Iraq, l’Afghanistan “lo stipendio questa volta era più alto”, ci dice Gloria e invece a giugno, sulla strada di Kandahar, una bomba lo ha ucciso. Ci fa vedere la sua targhetta di soldato che adesso lei ha appesa al collo, poi le foto di lui, con i bambini, sul divano, in divisa con i compagni di missione. Misura le parole Gloria, quando le chiediamo se qualcuno la sta aiutando “per adesso non so cosa accadrà” la banca ha i suoi tempi e non discute, gli amici e i parenti sono come loro, in difficoltà a tirare avanti. Non erano nemmeno sposati, la burocrazia statale, l’esercito, non si è fatto vivo nessuno. Non sa rispondere Gloria ma ci vuole portare nel parco giochi del quartiere, qualche centinaio di metri più in là. Lì, davanti a un muro di cemento, una decina di lumini spenti a terra ricordano la loro storia, articoli di giornale attaccati con il nastro adesivo “la guerra colpisce la casa” le ultime parole del soldato “resisti, non mollare la casa”. Le chiediamo della guerra, ci dice “è terribile ma Andrew ci è andato per il suo paese, per noi, per la nostra libertà”. Nessun rancore porta Gloria, anche quando tra le lagrime sussurra “che cosa puoi fare quando quello che ti succede è troppo grande da sopportare”. Difficile lasciare quel parco dove bambini neri continuano a giocare.(pubblicato su Dnews)

lunedì 14 luglio 2008

NY wastepaper/4

I giornali e i tg sono pieni di storie che hanno a che fare con la crisi economica, tutta l'america fa poor cover story, tutte le storie sono rideclinate con il timbro della depressione. Resta sempre che devi trovare il dettaglio, come per esempio ben fa Maurizio Molinari sulla Stampa, racconta che i sofisticati ed esclusivi condomini di Manhattan non guardano più di buon occhio i nuovi acquirenti se questi sono manager neo-milionari che come garanzie esibiscono "solo" le favolose stock options della stagione scorsa. Diffidenti i condomini pensano che ne sarà l'anno prossimo di tanta effimera ricchezza? Insomma voglio dire che il tema che ti danno da fare è sempre lo stesso, solo che ora ti dicono dipingilo di blues e però distinguiti anche un po'.

lunedì 9 giugno 2008

Lettere, diari, archivi

Capita che le lettere siano chiare da sole e non serva rispondere, ma rileggerle ancora sì. Così riprendo quella che la signora Ilaria ha inviato qualche giorno fa a Corrado Augias pubblicata senza commento su Repubblica assieme ad altre, sull’Ici, sui suv, sulla Turchia. Scrive Ilaria “Sabato scorso, anche se il cielo è coperto decidiamo comunque di andare a Idromania, un parco acquatico alle porte di Roma. Io, i miei due figli e i loro due amici. Alla biglietteria non c’è fila. Mi accingo a comprare i biglietti, avanti a noi c’è una famiglia composta da padre, madre e una bambina di circa un anno. Assistiamo a una breve discussione: alla coppia con la bambina viene negato l’accesso. La coppia insiste chiedendo di voler acquistare, come noi, regolarmente i biglietti ma a questo punto interviene la vigilanza che invita la famigliola ad allontanarsi definitivamente. Il padre prova ad insistere ancora ma la moglie rassegnata convince il marito a rinunciare e si allontanano. Io e i bambini assistiamo a questa scena e allora chiedo alla vigilanza perché era stato impedito l’ingresso a quella famigliola. Mi rispondono: “Signora, lei vorrebbe che suo figlio facesse il bagno in piscina con uno zingaro?”. La famiglia oramai è in auto e si allontana, resto da sola a cercare le parole per spiegare ai miei figli perché noi possiamo entrare e loro no”.
Capita che nella mia libreria confusionaria riesca a ritrovare “La spartenza” il diario di Tommaso Bordonaro, un siciliano emigrato in America che così racconta il suo arrivo a New York “…una veduta di palazi che facevano impressione a guardarli, macchine, villi che pareva veramente il paradiso che noi non abiamo ancora visto…” ma tre mesi dopo “…quando dicevo che avevo cinque bambini nessuno mi ha voluto affittare neanche un garage dove chiudevano il carro”.
Mi è capitato per lavoro di visitare l’archivio del centro studi dei Padri Scalabriniani, missionari che da più di cent’anni si occupano di migrazione, ieri delle partenze degli italiani, oggi degli arrivi degli stranieri. Mi ricordo ancora l’effetto di avere tra le mani la relazione dattiloscritta di Don Pietro Maldotti, missionario inviato al porto di Genova. Scriveva a proposito dei rimpatri, oggi diremmo delle espulsioni degli italiani, scriveva in una lettera ai superiori, facendo il bilancio dell’anno 1922 “…furono quasi 2000 gli infortunati della nostra emigrazione, rimandati in patria dalla terra straniera, in condizione di salute deplorevole e nella più squallida miseria, da noi raccolti in 54 piroscafi in arrivo dall’America. Furono ben 1705 gli indigenti da noi soccorsi con 316 bambini, di cui 107 orfani di padre e di madre.”
Lettere, diari, archivi. Di oggi, di ieri e dell’altro ieri. E il problema è sempre lo stesso, come sistemiamo la memoria, come organizziamo il passato per usarlo quando serve, quando il frastuono del presente invade il nostro tempo di emergenze, di paure che si trasformano in veleno, giorno dopo giorno. Apre una bella mostra a Genova al Museo del Mare sui viaggi degli italiani fino a Ellis Island, a metà luglio a San Rossore in Toscana ci sarà una due giorni organizzata dalla Regione che come titolo ha “C’è una sola razza. Quella umana”. Chissà forse ci si possono fare due salti, per ricordarci chi eravamo e provare a capire quello che vorremmo diventare. C’è un mio amico, una specie di Don Chisciotte della tecnologia, che adesso si è messo in testa di vendere libri elettronici. Me ne ha fatto vedere uno, in effetti sembra proprio un libro, solo che dentro ci puoi mettere tutto il tuo archivio di ricordi, ragionamenti, diari, lettere, libri ovviamente e puoi portartelo appresso sempre e dovunque. Anche a Idromania, signora Ilaria, così forse troviamo le parole per spiegare le cose ai bambini.(da DNews)

mercoledì 19 dicembre 2007

Le maestre del Metropolitan

Abbiamo tante cose a cui pensare, alle dimissioni speciali di un generale della guardia di finanza con annessa mozione di sfiducia individuale per il suo nemico ministro o anche al fidanzamento, semplice semplice come le sue canzoni, di una delle italiane più francesi sulla piazza di Parigi: quindi non so se ci sia ancora tempo e voglia per riflettere un poco sul tema del malessere del nostro paese sollevato qualche giorno fa da un’inchiesta americana ma ci provo. Ci sono state repliche difensive, qualche ammissione, autoanalisi ricorrenti sui perchè di una nazione bloccata che ha paura del futuro, insomma materiale più o meno utile a intercettare quello stato d’animo collettivo che sembra oggi mutare di segno, virare sul pessimismo, sulla poca voglia di scommettere sul domani e quello che sarà. Per questo, come piccolo antidoto, voglio raccontarvi quello che ho visto in una mezza giornata passata al Metropolitan di New York. Come tutte le mattine di giorni feriali a popolare le sale immense di quello che è uno dei musei più grandi del mondo ci sono soprattutto ragazzi e ragazze, da soli o con i genitori ma quasi sempre organizzati in visite delle scuole. Sciamano tra i sarcofagi dei faraoni egizi con quaderni per prendere appunti, si fermano davanti alla potenza degli impressionisti, si perdono nella traboccante contaminazione delle sale che nonostante i grandi spazi sembrano ammassare gomito a gomito la bellezza del mondo, un pezzo sull’altro, con un inevitabile effetto di stordimento soprattutto per chi entra la prima volta. Tutto sembra condurre verso una inebriante quanto prevedibile confusione soprattutto per i più piccoli, invece è a questo punto che arrivano le maestre. Ne ho vista una, bianca, occhiali tondi, capelli raccolti, mani sottili che spiegava il tema dell’animismo davanti alle antiche maschere delle civiltà africane. Lei era in piedi che quasi recitava davanti a venti piccoli cuccioli neri, bambini e bambine, accovacciati per terra come una tribù davanti al fuoco. Mi sono fermato un poco a sentire lei che chiedeva, che cosa è la morte? E loro che alzavano la mano, si tu, dimmi, quando non si respira maestra, va bene e adesso tu, là in fondo, cosa rimane, cosa c’è dopo. E tutti con il braccio in alto, tutti volevano dire la loro, i bambini, e lei come un direttore d’orchestra. E qualche sala più in là ce n’erano altre, con i loro piccoli o grandi gruppi di cuccioli, a spiegare, a fare domande, a rispondere. Tutte insieme mi sono sembrate anche loro i pezzi che fanno uno stato d’animo, quello di una nazione che testardamente vuole guardare avanti. E pensare che quasi nessuna delle meraviglie esposte al Metropolitan parla di America. Semmai, almeno un po’, parla di noi.

venerdì 14 dicembre 2007

Lo scontento italiano e il NYT

L'idea era quella di raccontare le frotte di italiani che si riversano in questi giorni per le strade di Manhattan felici di fare shopping scontato per via dell'euro forte. Avevo preso le solite informazioni sui posti, le convenienze, le specializzazioni, mi raccontano di agenzie tutto compreso che li imbarcano a gruppi per gite rapide tra Madison avenue e la Quinta strada e che li riportano indietro dopo tre giorni contenti di aver speso tredicesima e varie in computer e aggeggi digitali che in Italia li paghi il doppio e non importa se alla fine il viaggio ti costa come una tombola perchè comunque hai risparmiato, dipende dai punti di vista.
Cosi mi accomodo di mattina presto, per via del fuso orario, in uno Starbucks qualunque, cappuccino e giornale, a riordinare le idee prima di iniziare il viaggio nella felicità italiana delle spese scontate. E invece ecco che mi ritrovo a leggere di Italia sulla prima pagina del New York Times e non si parla di un paese felice, anzi. La parola usata, analizzata, che fa da filo conduttore alla inchiesta lunga una pagina intera del più importante quotidiano d'america sull'Italia di oggi è disagio, per essere precisi, ripetuta più volte, in italiano, "malessere". È un sentire comune dice l'autore Jan Fisher che riguarda la politica, l'economia e la vita sociale e che trova conferma in una ricerca dell'Università di Cambridge: gli italiani oggi si sentono il paese meno felice dell'Europa occidentale. Così comincia un'altro viaggio fatto di interviste a persone note e meno note che in poche parole tratteggiano l'altra faccia di questo paese. Ci sono i politici certo che dicono la loro, ma si ricordano anche le sortite di Beppe Grillo definito comico e blogger di 59 anni con una grande criniera grigia che grida in piazza "basta! Basta! Basta", una parola, traduce il Nyt, che significa ne abbiamo abbastanza. Poi si segnalano i due libri del malessere, "la casta" di Stella e Rizzo, "Gomorra" di Saviano, e soprattutto le considerazioni di italiani normali, studenti o giovani professionisti che raccontano della sensazione e della difficoltà a diventare il famoso paese normale che un tempo sembrava essere un obiettivo raggiungibile, tanto da farci titoli di libri. Ora invece la lunga e nemmeno cattiva indagine del New York Times sembra darci meno chance. Paragona il possibile destino dell'Italia a quello della Repubblica di Venezia, la città più bella del mondo, che dominò per secoli i commerci con l'Oriente e finì col perdersi senza nemmeno essere conquistata. Insomma non so alla fine se ce la faremo, so che qui a New York oggi, in questo caffè che adesso si e' riempito di ragazzi, cappello, sciarpe e computer portatili, di signore che scrivono sui quaderni e sorseggiano qualcosa di caldo, di turisti capitati per caso che aspettano l'apertura dei negozi, ho speso tre euro per colazione e giornale e ho capito qualcosa di più del posto dove sono nato.

giovedì 11 ottobre 2007

Italiani a New York

Sarà stata la visione di Mastella con lo sfondo dei grattacieli, lunedì sera a Porta a Porta, o quello che diceva riferendosi alla sfilata per il Columbus Day, “qui mi conoscono in tanti”. Fatto sta che ci è tornato in mente l’archivio storico del New York Times e la benemerita decisone di renderlo totalmente free. Tutti gli articoli del prestigioso quotidiano accessibili, dal 1981 ad oggi, basta cercare. Si può scavare come in una miniera o anche giocare e vedere l’effetto che fa. Scegliamo di giocare e digitiamo i nomi di quattro uomini politici italiani, diciamo tra quelli che più riempiono le pagine dei nostri giornali, tipo Prodi e Berlusconi, Fini e Veltroni. Vogliamo vedere quando è stata l’ultima volta che il NYT si è occupato di loro e a che proposito. Cominciamo dal capo del governo in carica, l’ultima citazione per Romano Prodi è dell’8 ottobre, riguarda gli incontri avvenuti in Kazakhstan per il giacimento sotto il mar Caspio, l’Eni rischia di essere tagliata fuori, Prodi incontra il presidente Nazarbayev e forse qualcosa ottiene visto che il NYT titola così “il leader kazaco attenua la tensione sul progetto petrolio”. Più o meno un capo di governo che prova a fare il suo lavoro, un po’ grigio, un po’ concreto, insomma Prodi. Veniamo agli altri. Preparatevi. L’ultima traccia del Cavaliere risale al 27 settembre e arriva da fonte imprevedibile, “la nostra esperienza multietnica è nata dopo il governo Berlusconi e la sua legge anti immigrazione”. A parlare è il direttore dell’orchestra di Piazza Vittorio, Mario Tronco, intervistato dal NYT all’indomani dell’impensabile trionfale concerto al Teatro dell’Opera. Quando si dice l’ironia. Digitiamo “Fini”, si torna molto più indietro, l’ultima volta che il NYT ha scritto il suo nome è stata l’estate di un anno fa, il 25 giugno 2006, a proposito delle disavventure del suo portavoce “Mr. Sottile, who works for Gianfranco Fini”, in un lungo articolo che riassumeva la storia delle intercettazioni telefoniche e derivati, poi, fino ad oggi, nient’altro. È la volta di Veltroni, il politico americano per eccellenza, andiamo sul sicuro. Clic. “A Roma, un nuovo rituale su un vecchio ponte”, 6 agosto scorso, l’ultima citazione per il sindaco di Roma riguarda i lucchetti dell’amore di ponte Milvio. Però, questi americani. Non abbiamo giocato con il nome del Ministro della Giustizia che di questi tempi sembra brutto ma abbiamo fatto un ultimo tentativo, abbiamo scritto “italian”, cerchiamo l’ultimo italiano segnalato, è venuto fuori Claudio Magris, “the italian novelist”, dato come favorito al Nobel per la Letteratura. Siamo qui, con il suo “Infinito viaggiare” tra le mani, a incrociare le dita.

p.s. Poi ha vinto Doris Lessing.

mercoledì 26 settembre 2007

New York, cani e altri esseri viventi

C’è una vetrina all’incrocio tra Harrison e Greenwich street che non potevo evitare di guardare. Di mattina quando risalivo il lungofiume e poi svoltavo all’interno dell’isola per andare al lavoro, al tramonto quando scendevo verso il parco di fronte al mio hotel, a duecento metri da ground zero. Mi avvicinavo ogni volta, schiacciavo naso e fronte contro il vetro e loro venivano a salutarmi. Tutti insieme e tutti diversi, a volte dieci a volte venti, i cuccioli non aspettavano altro, qualcuno che li venisse a riprendere, e così si ammucchiavano dall’altra parte del vetro ogni volta che un curioso si avvicinava. Cocker, fox terrier, beagle, una giostra di razze, si accavallavano a fare festa all’estraneo. Pochi secondi durava l’incontro ma ti lasciava un po’ di tutto, tenerezza a vedere come aspettavano, stupore per quanto diversi possano essere visti tutti assieme, fastidio per chi li aveva lasciati soli. È una delle immagini di New York che mi porto dietro, questa sorridente solitudine che spinge moltissimi ad avere animali per compagnia ma con le regole di ferro della metropoli, posteggi magari super lusso, quando serve. Forse anche per questo avevo di buon grado cominciato a leggere “i newyorkesi” ultimo romanzo di Cathleen Schine, scrittrice doc di Manhattan, presentato in bel modo dai nostri giornali. Storie intrecciate di uomini, donne e dei loro piccoli o grandi cuccioli. Scena iniziale passeggiata d’inverno dalle parti di Central Park, incontro casuale (tutto a NY è casuale) con uno sconosciuto per via proprio del cane e via avanti, con la descrizione di personaggi molto diversi ma con una costante sottintesa: tutti, fatte le somme, contenti di vivere lì e di raccontarcelo. Capita poi, a metà libro, di andare a vedere un concerto, anche questo presentato in bel modo dai nostri giornali. All’auditorium di Roma, una compositrice e cantante italiana che a New York ha trovato la sua strada. Torna a casa, a presentare il suo nuovo disco. Chiara Civello, jazz singer di talento indubbio, snocciola i suoi brani, quasi tutti in inglese, musica e atmosfera che riempie ma non coinvolge, forse per via anche del modo di presentarsi, una italiana, anche lei, contenta di raccontarci come si trova bene a New York. Insomma dall’epoca di Allen e della sua dichiarazione d’amore per Manhattan, molta acqua è passata nell’Hudson e capita a volte che “i newyorkesi” che ci propongono i nostri giornali, siano meno imprevedibili del previsto. E allora un consiglio, anzi due. Volateci di persona in città, che oggi, con l’euro forte, costa pure meno. Secondo, consultate prima l’archivio del nyt.com ovvero del New York Times, una vera miniera, che adesso è completamente free. Come E Polis.