Ora che per Mauro, Laura e Raphael tutto è finito bene si può dire. Ma quelli di Msf li scelgono con un casting come ER?
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domenica 15 marzo 2009
Bravi e belli
Ora che per Mauro, Laura e Raphael tutto è finito bene si può dire. Ma quelli di Msf li scelgono con un casting come ER?
sabato 8 dicembre 2007
Uomini e fiumi
Diciamo la verità i più avvertiti lo hanno già capito da un po’. Dietro guerre e conflitti di oggi, nelle più vicine o remote terre del mondo quasi sempre c’è il petrolio. Non aggiungiamo dettagli perché qui vogliamo parlare delle guerre che verranno, quelle che si scateneranno per accaparrarsi un’altra di quelle risorse della terra che ora sembra normale avere a disposizione senza limiti di sorta ma domani chissà. Per questo l’immagine di un vescovo, saio e sandali, chino sulla sponda del fiume, quasi a pregare la corrente che scorre lenta del rio Sao Francisco, nordest del Brasile, colpisce come una visione, di quello che potrebbe essere il futuro, combattere metro per metro, giorno per giorno, per non perdere l’acqua. Gia perchè è di acqua che stiamo parlando, proprio di quella cosa che scorre a litri mentre ci laviamo i denti e non ci facciamo caso. Invece don Frei Luis Flavio Cappio lo ha capito benissimo e da una settimana ha deciso di fare tutto quello che può, preghiera e sciopero della fame assieme, perché non accada l’irreparabile al fiume che ha deciso di difendere con tutti gli indigeni che gli vivono attorno. Si batte don Cappio contro un mega progetto di deviazione delle acque che dovrebbe servire ad irrigare l’arido territorio del nordeste, 720 chilometri di canali artificiali di cui, a stare ai documenti ufficiali, dovrebbero beneficiare 12 milioni di persone, contadini innanzitutto. E siccome al governo del Brasile adesso c’è Lula, amico del popolo, indigeni e contadini dovrebbero fidarsi. Invece non sembra essere cosi, in molti si sono schierati con il vescovo ambientalista che contesta metodi e merito del mega progetto. A dar man forte al francescano anche studi e ricerche di università che hanno valutato costi e benefici dell’opera che finirebbe, dicono, per far danni più grandi dei vantaggi che produrrebbe, questi ultimi soprattutto alle grandi aziende agricole. Propongono piani alternativi ma per ora il governo sembra non voler tornare indietro e anzi usa l’esercito per la deforestazione che spianerà la strada ai canali. Non siamo in grado da qui di valutare realmente quello che sta succedendo laggiù, di sicuro ci arriva l’eco di un metodo applicato, in nome dello sviluppo, in molte parti del mondo. In Africa, abbiamo visto crescere una gigantesca diga che sbarrerà la strada al Nilo, in Sudan, e lo trasformerà in un lago artificiale lungo quasi duecento chilometri. Saranno cancellati decine di villaggi, spostate a forza 50mila persone, cancellate per sempre tracce archeologiche di un passato prezioso. Tutto questo nei prossimi mesi, nel silenzio assoluto. Bisognerebbe avvertire don Cappio o cominciare noi a capire che l’acqua, già oggi, è più importante del petrolio.
mercoledì 21 novembre 2007
Altre italiane
Nella piccola hall dell’hotel Acropole archeologi, inviati, ingegneri, camionisti da deserto si fermano a riposare e leggere i giornali. Sono quelli che ognuno porta con sé e regala alla bacheca comune quando arriva a Khartoum, Sudan. Per cui può esserci il Financial Times di ieri, Le Monde di due giorni fa, La Repubblica che ci avevano dato in aereo, insomma, notizie non proprio freschissime ma non importa. Allora uno sfoglia i giornali e pensa all’Italia, citata solo una volta a proposito dello stop al campionato di calcio. Così gli tornano in mente gli italiani che ha incontrato qui in Africa in questi giorni e decide che si, vale la pena dedicare a loro questo biglietto perchè non hanno mai pensato di andare in televisione o su un giornale. Ne scelgo tre, capita che sono tutte e tre donne e scrivo subito il loro nome, Bianca, Gabriella e Francesca.
Bianca ha più di settant’anni e vive qui da quasi cinquanta. Quando la andiamo a trovare nella Casa delle suore comboniane ci accoglie con un sorriso come se ci conoscesse da sempre. Gli chiediamo se è difficile vivere qui e ci racconta che si, facile non è stato, soprattutto nei venti anni della guerra civile che aveva diviso il sud cristiano dal nord mussulmano ma che mai aveva perso la speranza in una convivenza possibile e oggi, nonostante tutto, il sogno si è fatto vicino. Vuole che la mattina dopo andiamo con lei nel loro ospedale. Era una struttura nata per madri cattoliche e straniere, oggi donne mussulmane, anche loro, vengono li a far nascere i loro figli. Ci porta in giro per i reparti, non si stanca mai, la salutiamo mentre spiega in arabo al nostro autista la strada che dobbiamo fare.
Gli occhi chiarissimi di Gabriella sono l’unica cosa che vediamo tra cuffia e mascherina ma anche lei parla e spiega, vuole che capiamo bene quello che stanno facendo ora. È la trecentesima operazione a cuore aperto, in una sala operatoria che forse nemmeno in Italia, e qui siamo nel cuore dell’Africa. Lei è anestesista alle Molinette ed è qui da tre mesi, fa il suo turno per Emergency e poi tornerà indietro. Forse racconterà agli amici di questo ospedale che sembra quello di dr.House solo che attorno c’è il deserto e quelli che hanno bisogno vengono operati, gratis.
Francesca la incontriamo, in mezzo al deserto. Nel senso che il campo tendato che dirige sta proprio sulle dune di fronte alle piramidi di Meroe. Ha ventisette anni, il padre la voleva in banca, lei ha studiato scienze naturali e voleva stare all’aria aperta. Ora ci sta davvero. Si è conquistata il rispetto di tutti quando ha chiesto a quelli che lavorano al campo di portarle tutti i tipi di insetti che capitavano a tiro, per poterli vedere da vicino. Italiane, altre italiane.
Bianca ha più di settant’anni e vive qui da quasi cinquanta. Quando la andiamo a trovare nella Casa delle suore comboniane ci accoglie con un sorriso come se ci conoscesse da sempre. Gli chiediamo se è difficile vivere qui e ci racconta che si, facile non è stato, soprattutto nei venti anni della guerra civile che aveva diviso il sud cristiano dal nord mussulmano ma che mai aveva perso la speranza in una convivenza possibile e oggi, nonostante tutto, il sogno si è fatto vicino. Vuole che la mattina dopo andiamo con lei nel loro ospedale. Era una struttura nata per madri cattoliche e straniere, oggi donne mussulmane, anche loro, vengono li a far nascere i loro figli. Ci porta in giro per i reparti, non si stanca mai, la salutiamo mentre spiega in arabo al nostro autista la strada che dobbiamo fare.
Gli occhi chiarissimi di Gabriella sono l’unica cosa che vediamo tra cuffia e mascherina ma anche lei parla e spiega, vuole che capiamo bene quello che stanno facendo ora. È la trecentesima operazione a cuore aperto, in una sala operatoria che forse nemmeno in Italia, e qui siamo nel cuore dell’Africa. Lei è anestesista alle Molinette ed è qui da tre mesi, fa il suo turno per Emergency e poi tornerà indietro. Forse racconterà agli amici di questo ospedale che sembra quello di dr.House solo che attorno c’è il deserto e quelli che hanno bisogno vengono operati, gratis.
Francesca la incontriamo, in mezzo al deserto. Nel senso che il campo tendato che dirige sta proprio sulle dune di fronte alle piramidi di Meroe. Ha ventisette anni, il padre la voleva in banca, lei ha studiato scienze naturali e voleva stare all’aria aperta. Ora ci sta davvero. Si è conquistata il rispetto di tutti quando ha chiesto a quelli che lavorano al campo di portarle tutti i tipi di insetti che capitavano a tiro, per poterli vedere da vicino. Italiane, altre italiane.
venerdì 16 novembre 2007
Quel film ottimista, volando verso l'Africa
Certe volte fa uno strano effetto il film visto su un aeroplano. In genere uno lo sceglie a caso, qualche volta decide di vedere quello che al cinema rimanda sempre e così capita che si ritrovi davanti a uno straordinario musical americano mentre vola in Africa ed ecco che l'effetto è assicurato. Si sta parlando di “Hairspray”, quello dove John Travolta interpreta irresistibilmente una madre, tenera e sovrappeso, sempre alle prese con i panni da stirare, un marito stralunato ma romantico e una figlia che torna da scuola di corsa per ballare in salotto, davanti alla tv. Ma attenzione niente a che vedere con le aspiranti veline di oggi. Quello di Hairspray non solo è un divertente affresco degli anni sessanta ma è anche un racconto nella migliore tradizione hollywoodiana, che mescola per bene gli ingredienti del sogno americano e ricorda a tutti da dove si era partiti, dall’idea che l’integrazione razziale, per esempio, fosse un valore da conquistare allora e per sempre. La storia ruota attorno a una trasmissione della locale tv che consacra i migliori ballerini della città. Prima era riservata solo ai bianchi poi, in un crescendo di trovate e personaggi, tra risate e lagrime, diventerà il palcoscenico della nascente società di uomini e donne tutti uguali. “Tv is black and white” è la battuta migliore del film, non la dice nessuno, è solo una delle scritte sui cartelli della spontanea manifestazione di protesta davanti agli studi dell’allora televisione in bianco e nero. Insomma un gran bel film e però, quando finisce, uno si guarda intorno, si ricorda che sta andando in uno di quei posti che l’America di Bush inserisce nella lista nera degli Stati di cui diffidare e allora prova un certo disagio. Non per la lista nera ma per quella America che sembra non esserci più. La fabbrica dei sogni che testardamente continua con i suoi uomini migliori a costruire storie positive può insomma provocare un effetto nostalgia sullo spettatore di oggi. La televisione per esempio, lì raccontata come luogo simbolo dell’integrazione, oggi è invasa dalle sequenze di guerre o dagli sproloqui di Bin Laden, rilanciate, le une e gli altri, da un punto all'altro del mondo, in un rincorrersi di paure e incomunicabilità. Così uno scende dall’aereo olandese nel paese africano, mette da parte la favola del film e in conto diffidenza per quello che può incontrare.
Poi capita di ritrovarsi una anziana signora che al tramonto, ai piedi di una montagna considerata sacra fin dalla notte dei tempi arranca verso di te, che sei a metà strada, per offrirti un dolcetto solo perchè tu prima, in cima alla salita, l’avevi salutata. Allora ti torna in mente il film e ti viene da pensare che abbia ragione Hollywood ad essere così testardamente ottimista.
Poi capita di ritrovarsi una anziana signora che al tramonto, ai piedi di una montagna considerata sacra fin dalla notte dei tempi arranca verso di te, che sei a metà strada, per offrirti un dolcetto solo perchè tu prima, in cima alla salita, l’avevi salutata. Allora ti torna in mente il film e ti viene da pensare che abbia ragione Hollywood ad essere così testardamente ottimista.
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