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mercoledì 24 marzo 2010

Pane acqua e bambini

Fossimo un paese normale in una campagna elettorale normale che deve eleggere amministratori di città, province e regioni magari potremmo appassionarci a storie come quella che arriva da un paesino in provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore. Succede in quel di Montecchio che ieri l’altro nell’asilo comunale all’ora di pranzo, con i bambini seduti forchette e coltelli in mano, si scodella pastasciutta, secondo e contorno per tutti meno che per nove piccoli i quali si vedono depositare sul piatto un pezzo di pane. “Disposizioni del Comune” dicono all’asilo “le famiglie dei ragazzi non pagano la retta della refezione ormai da mesi” e quindi ecco l’avvertimento, pane e acqua fino a nuovo ordine. Ora immaginate la scena, il tuo vicino di banco inforca i bucatini e tu, occhi lucidi e pane nel piatto. Per fortuna, a quanto dicono le cronache, è scattata più o meno spontanea la solidarietà e i bambini con l’aiuto delle maestre si sono ridivise le porzioni offrendo agli sfortunati un poco del loro e così per quel giorno è andata. Ma il problema, a parte l’inutilmente crudele tentativo di soluzione, resta tutto lì, cosa sono i servizi sociali in un paese civile, come la crisi morde famiglie e comuni, che alternative ha un buon amministratore. Ecco, fossimo un paese normale avremmo avuto faccia a faccia dei candidati anche sulla storia di Montecchio, invece di dare i numeri su Piazza San Giovanni. (pubblicato su DNews)

mercoledì 16 dicembre 2009

Il clima e i suoi mandanti


Le quarantotto ore trascorse dopo lo sciagurato gesto contro il capo del governo sembrano essere passate invano. Lo spaesamento che aveva fermato l’Italia a vedere quel volto sanguinante, per la prima volta interrogarsi, lui e noi, su una soglia che mai e mai andava oltrepassata, quell’attimo di coscienza muto, si è subito perso nel diluvio di parole sparate a vista dai professionisti delle dichiarazioni. Sono ormai allenati a tutto e al contrario di tutto, sono d’accordo con Napolitano che invita a misurarle, le parole, ma subito dopo incitano a individuare i mandanti del clima d’odio. Clima, la parola più utilizzata in queste ore e non per raccontare l’emergenza del pianeta che annaspa alla conferenza di Copenaghen ma per addossare, prima l’uno e poi l’altro, le responsabilità di quello che è successo al nemico di turno. Questa del clima, di chi lo provoca e lo genera, è forse la fotografia più deprimente di una classe politica che fa fatica a capire quali siano le linee del campo di gioco e che continua a darsele anche negli spogliatoi. Bastava seguire la discussione in parlamento, con le lodevoli eccezioni naturalmente, per capire che prendersela con i gruppi di internet fan pro o contro lo sciagurato lanciatore di souvenir era solo un modo per non guardarsi allo specchio ed ammettere che il clima è fatto di esempi, e quelli che danno i dichiaratori di professione sono lì, sotto gli occhi di tutti. (pubblicato su DNews)

domenica 7 giugno 2009

Tre date



Ho guardato la lista. Ho scelto tre date, le più recenti. Ho scritto i tre nomi. Buona fortuna.

mercoledì 3 giugno 2009

Miracolo a Palermo


Le avvisaglie ci sono già. Il miracolo dei rifiuti di Palermo che spariscono in una settimana è in corso d’opera. Vola in Sicilia Bertolaso, appare l’esercito ma soprattutto arrivano garanzie per gli addetti alle pulizie, autocompattatori da tutta la Sicilia e ai tg le dichiarazioni più che concilianti, patriottiche dei netturbini ribelli. “Torniamo in strada a lavorare” dicono gli stessi che giusto due giorni fa lanciavano ai medesimi tg parole di fuoco “non possiamo uscire in queste condizioni” urlavano “guardate le ruote lisce e che puzza c’è li dentro” indicando i loro camioncini. Intanto in strada si accumulavano i sacchetti maleodoranti, di notte telegenici falò a drammatizzare, insomma l’emergenza era bella che servita, confezionata al punto tale che anche l’itinerante segretario dei Democratici Franceschini non ha saputo resistere e ha segnalato lo scandalo durante la tappa elettorale di Palermo. Perfetto, avranno pensato a palazzo Chigi. Ed ecco che scatta l’intervento miracoloso, due parole del capo sul “problemuccio” siciliano, parte il sottosegretario tuttofare e, tempo una settimana, la spazzatura sparisce dalle strade. Che settimana direte voi, proprio quella che ci separa dalle urne. Ora inutile fare previsioni sul voto, la storia di Palermo era solo per ricordare a tutti che la partita difficilmente la vince chi diventa parte del gioco senza nemmeno averlo capito. (pubblicato su DNews)

lunedì 1 giugno 2009

A proposito del fondo toccato

Sarà banale e scontato ma è inutile nasconderselo. Il problema non è lui,  siamo noi (italiani). Prima o poi sarà evidente anche ai più testardi.  

lunedì 20 ottobre 2008

L'esempio

Insisteva molto, nell'ultimo periodo, sull'idea e l'importanza dell'esempio. "E' scomparso dall'Italia politica di oggi" diceva così, più o meno, in tutte le ultime occasioni di conversazione che ha avuto con i suoi fortunati interlocutori. Buon viaggio a Vittorio Foa.

mercoledì 1 ottobre 2008

Di tutti o di nessuno

Ne discutevo giorni fa con amici. Il problema non è destra e sinistra, prima ancora c’è l’idea stessa che noi abbiamo di bene pubblico. Faccio l’esempio che mi viene spesso, quello dei parchi. Prendete Battery, la punta estrema di Manhattan, lungo il fiume ci sono chilometri di verde attrezzato, manutenuto, sorvegliato, pulito, illuminato bene. Chi paga? Ebbene si, non paga il comune ma i residenti, cioè gli abitanti dei lussuosi condomini che su quel verde si affacciano. Circolo privato quindi? Niente affatto perché i prati di Battery park sono assolutamente gratuiti e aperti a tutti. Questo provoca anche un piccolo miracolo, tutti quelli che ci vanno non sporcano, non fanno danni e non creano problemi. Si può spiegare con il circolo virtuoso noto per cui tu se trovi un posto bello nel quale stai bene cerchi di mantenerlo così. Ma non basta. Dietro ci sono risposte diverse a questo problema: definite il bene pubblico. A New York, in America e in gran parte delle società europee dicono: un bene di tutti. Da noi temo che molti pensino, senza aver il coraggio di dirlo: una cosa di nessuno. Se non si comincia da qui, non c’è politica che tenga. (pubblicato su Dnews)

lunedì 21 aprile 2008

Traslochi

Mentre continua l’asta tra chi promette più sicurezza in vista del ballottaggio romano, io darei un cent per essere invece, in questi giorni, nei corridoi di Montecitorio o di palazzo Madama. Vorrei vedere chi fa gli scatoloni, vorrei seguirli per vedere dove li portano. Mi immagino i silenzi, gli sguardi, le pacche sulle spalle, i saluti mentre il rumore del nastro adesivo risuona nel palazzo ancora deserto. Ormai è una settimana che tutti, veterani o arruolati dell’ultima ora, si fanno domande e si danno risposte su quello che è stato. Non ci permettiamo di aggiungere nulla se non un dettaglio che ci ha colpito in questi giorni di autoanalisi collettiva via giornali e televisione. Un dettaglio nascosto nella catena di interviste a volti e nomi che ci erano comunque divenuti familiari, comunisti italiani, rifondazione, verdi, socialisti e rose nel pugno, sinistra democratica e arcobaleno, e poi anche le signore e i signori della destra e delle altre sigle dell’ultimo mese. Tutti attorno a loro, a chiedere perché, che cosa non avevano previsto, che cosa non avevamo capito. Faceva quasi tenerezza sentirli dire “ricominceremo” ma la cosa più singolare, il dettaglio appunto, era il senso di partecipazione che mostravano, anche senza volere, i cronisti che sapevano in cuor loro che quella sarebbe stata l’ultima volta. Già, l’ultima volta, ma per tutti. Non ci saranno più dichiarazioni da registrare, non ci saranno più telefonate da ricevere, non più decine di uffici stampa da chiamare, portavoce da sollecitare. Se la rivoluzione elettorale ha spazzato via due decine di gruppi parlamentari anche il mondo dell’informazione politica non potrà fare finta di niente. Ci sarà pure un po’ di sollievo in quelle redazioni, nei telegiornali ma non solo, dove da sempre gli equilibrismi per dare visibilità a tutti i rappresentanti del parlamento contribuivano a stressare oltremodo capi e redattori, ma col passare dei giorni si dovrà pur pensare a qualcosa da fare. Non si potrà più riempire la pagina o i minuti con la guerra delle parole tra questo, quello e quell’altro ancora, attenti solo a che non manchi nessuno, perché tra le cose chiare dette dal voto ce n’è sicuramente una: d’ora in poi quelli titolati a parlare, secondo la vecchia logica delle dichiarazioni contrapposte, si riducono, al massimo, a quattro o cinque. Chissà allora che non sia questa la volta buona per farsi qualche domanda su come la raccontiamo, la politica, su quello che noi giornalisti abbiamo capito di quest’Italia che ci cambiava sotto gli occhi mentre eravamo impegnati a raccogliere parole di partiti che poi sarebbero scomparsi o ripetere all’infinito quelle dei vincitori o dei loro concorrenti. Chissà che non si decida per esempio che i cronisti politici d’ora in poi, anziché restare chiusi nelle sale stampa aspettando la frase da non perdere, vadano loro a scoprire che ci sono gli operai che votano Lega, a perlustrare gli umori delle periferie dove italiani impauriti combattono contro stranieri disperati, a capire se e dove si accendono le spie del malessere e della voglia di protezione che questo paese ha segnalato con il voto. Qualcuno ci sta provando in questi giorni, fioriscono inchieste lampo sulla Padania, è tutto un incitare, torniamo in strada, andiamo sul territorio ma temo che non durerà.
Aspettiamo solo che si riempiano di nuovo i corridoi dei due palazzi e poi via, si ricomincerà a registrare le dichiarazioni di tutti gli esponenti del grande partito di maggioranza o del grande partito di opposizione, si saluteranno i vecchi che sono tornati, ci si organizzerà per entrare in confidenza con i nuovi arrivati. Tutti insieme, chiusi dentro, a raccontare l’Italia. Con gli scatoloni di quelli rimasti fuori che chissà in quale territorio saranno andati a finire. (da DNews)

mercoledì 17 ottobre 2007

Le Primarie che verranno, se verranno

Avranno già sistemato i piccoli paraventi di cartone nel ripostiglio, buttati no, che non si sa mai. Avranno riposto con cura nei cassetti i registri e le liste di chi ha partecipato e riorganizzato la sala per vedere la prossima partita. Sui muri le liste dei candidati erano affisse tra il poster di Totti e il calendario del campionato, che si faceva fatica a trovarli ma solo per chi aveva fretta e domenica nessuno aveva fretta. È la seconda volta che vedo votare in un circolo di tifosi di calcio e spero che non sia l’ultima. Perché anche questa cosa dei luoghi dove sono andati, o meglio tornati, i tre milioni e passa di italiani delle primarie ha un suo piccolo senso. Certo, sezioni di partiti ma anche librerie, ristoranti, tende, club dei generi più vari, aperti tutti i giorni della vita e anche quella domenica lì. Posti dove le persone si incontrano e dove, prudenti, tranquille, senza rulli e tamburi hanno dato, per la seconda volta, un segnale a tutta la politica e indicato una strada, una possibile via d’uscita, forse addirittura un metodo. In fondo gli italiani delle primarie hanno inventato un soggetto nuovo, a metà strada tra il vecchio militante, il funzionario, il consigliere, l’assessore, insomma i professionisti della materia e l’elettore classico, chiamato al voto tra opinioni sempre meno ragionate e interessi sempre più indefinibili, nel rombo di campagne politiche o amministrative da finta e immobile ultima spiaggia. A ben vedere, le primarie dimostrano invece che non è un’utopia invitare milioni di persone a scegliere, oggi un segretario, domani chissà. “Aspettatevi decisioni che vi sorprenderanno, aspettatevi discontinuità” frasi ripetute dopo il trionfo, dal duo di testa Walter e Dario. E allora proviamo l’azzardo, diciamo l’indicibile, che le primarie diventino uno strumento costitutivo del partito nuovo e della buona politica, che i tre milioni siano chiamati tutte le volte che su una questione importante il nuovo partito non riesca a trovare la strada. È vero, i Democratici scommettono sulla sintesi tra le culture, le identità, le provenienze, avranno le loro assemblee, i loro dirigenti, le loro discussioni. Ma dovesse succedere che su una scelta importante la nave si incagliasse su vecchi scogli, non sarebbe male ricordarsi che dietro, silenziosi ma testardi ci sono quei tre milioni che se invitati pacatamente hanno risposto, “eccoci”. Basterebbe chiamarli a scegliere per decidere, a maggioranza, la via maestra della democrazia. “Rispondo a quei tre milioni” altra frase di Veltroni nella notte del trionfo. Ecco, appunto, a quelli del club della Roma, a Monteverde vecchio, tenete sempre pronti i paraventi di cartone, se ci fosse bisogno.

giovedì 11 ottobre 2007

Italiani a New York

Sarà stata la visione di Mastella con lo sfondo dei grattacieli, lunedì sera a Porta a Porta, o quello che diceva riferendosi alla sfilata per il Columbus Day, “qui mi conoscono in tanti”. Fatto sta che ci è tornato in mente l’archivio storico del New York Times e la benemerita decisone di renderlo totalmente free. Tutti gli articoli del prestigioso quotidiano accessibili, dal 1981 ad oggi, basta cercare. Si può scavare come in una miniera o anche giocare e vedere l’effetto che fa. Scegliamo di giocare e digitiamo i nomi di quattro uomini politici italiani, diciamo tra quelli che più riempiono le pagine dei nostri giornali, tipo Prodi e Berlusconi, Fini e Veltroni. Vogliamo vedere quando è stata l’ultima volta che il NYT si è occupato di loro e a che proposito. Cominciamo dal capo del governo in carica, l’ultima citazione per Romano Prodi è dell’8 ottobre, riguarda gli incontri avvenuti in Kazakhstan per il giacimento sotto il mar Caspio, l’Eni rischia di essere tagliata fuori, Prodi incontra il presidente Nazarbayev e forse qualcosa ottiene visto che il NYT titola così “il leader kazaco attenua la tensione sul progetto petrolio”. Più o meno un capo di governo che prova a fare il suo lavoro, un po’ grigio, un po’ concreto, insomma Prodi. Veniamo agli altri. Preparatevi. L’ultima traccia del Cavaliere risale al 27 settembre e arriva da fonte imprevedibile, “la nostra esperienza multietnica è nata dopo il governo Berlusconi e la sua legge anti immigrazione”. A parlare è il direttore dell’orchestra di Piazza Vittorio, Mario Tronco, intervistato dal NYT all’indomani dell’impensabile trionfale concerto al Teatro dell’Opera. Quando si dice l’ironia. Digitiamo “Fini”, si torna molto più indietro, l’ultima volta che il NYT ha scritto il suo nome è stata l’estate di un anno fa, il 25 giugno 2006, a proposito delle disavventure del suo portavoce “Mr. Sottile, who works for Gianfranco Fini”, in un lungo articolo che riassumeva la storia delle intercettazioni telefoniche e derivati, poi, fino ad oggi, nient’altro. È la volta di Veltroni, il politico americano per eccellenza, andiamo sul sicuro. Clic. “A Roma, un nuovo rituale su un vecchio ponte”, 6 agosto scorso, l’ultima citazione per il sindaco di Roma riguarda i lucchetti dell’amore di ponte Milvio. Però, questi americani. Non abbiamo giocato con il nome del Ministro della Giustizia che di questi tempi sembra brutto ma abbiamo fatto un ultimo tentativo, abbiamo scritto “italian”, cerchiamo l’ultimo italiano segnalato, è venuto fuori Claudio Magris, “the italian novelist”, dato come favorito al Nobel per la Letteratura. Siamo qui, con il suo “Infinito viaggiare” tra le mani, a incrociare le dita.

p.s. Poi ha vinto Doris Lessing.

venerdì 1 giugno 2007

Il perdono e gli anniversari

Impegnati a dividerci tra politica e antipolitica, “presidente” e “segretario” per i più introdotti, destra e sinistra per i demodé, sarà difficile portarvi fino alla fine di questo biglietto.
Parlare di riconciliazione in un paese che non chiude mai una discussione, che non trova mai una salutare pausa alle torte in faccia sarà dura, eppure è giusto tentare. Almeno per quello che è stato. Lo diciamo subito, giocano contro di noi gli anniversari, ce ne sono sempre e si può star certi che, ogni volta, c’è un libro benvenuto a riaprire il caso. Fioriscono puntuali ad ogni scoccar di ricorrenza e via riparte lo scontro, le vittime e i carnefici, tutti ad accaparrarsi i testimoni del tempo da intervistare, tutti a scavare dentro rancori mai sopiti, divisioni mai sanate. È vero, a dare man forte a questo tratto del nostro carattere è sicuramente la lunga catena di tragedie insolute, verità mai completamente dimostrate, sentenze per insufficienza di prove che ci accompagnano da una vita. Cresciuti con Piazza Fontana, passati per Ustica, possiamo tornare indietro alla Resistenza, andare avanti di nuovo alla stazione di Bologna e oltre, discuteremmo per ore fino a sfinirci, non ci sarà mai traccia di riconciliazione, figuriamoci di perdono.
È per questo che voglio condividere con voi il ricordo di una giornata passata, qualche tempo fa, a Città del Capo, Sudafrica. C’è una riunione in una Community house (una cosa a metà tra Casa del popolo e comitato di quartiere), si lavora su un giorno dell’estate di venti anni prima. Un gigantesco incendio provocato dalla polizia e dagli squadroni della morte del governo di allora, quello dei bianchi razzisti per intenderci. Ci furono decine di morti e oggi in questa stanza ci sono i sopravvissuti. Prendono la parola donne, vecchi e ragazzi di allora. Raccontano quello che hanno subito aiutandosi con grandi disegni fatti da loro. “io ricordo le urla di un uomo dentro la baracca in fiamme” “La paura mi viene ancora oggi a pensare a quella donna incinta, uccisa davanti a me”. Provate a immaginarli, uno dopo l’altro, che si alzano, senza piangere, senza urlare, semplicemente narrano. Come cantastorie. A sentirli venivano i brividi, chiedevano ancora giustizia ma non c’era vendetta nei loro discorsi e, alla fine, applausi per tutti. Era una delle tante puntate di una storia gigantesca, quella di un paese che ha saputo trovare la forza di abbattere uno dei regimi più odiosi senza bagni di sangue e di ricominciare con la forza della verità e della riconciliazione. Gli aguzzini ottenevano il perdono ma solo dopo aver ammesso le colpe davanti alle vittime. Ho pensato tante volte a una cosa così in Italia, non me la ricordo.