Sulla social card tutti avevamo già scritto ma come sempre la realtà supera l'immaginazione.
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giovedì 15 gennaio 2009
venerdì 12 settembre 2008
Lo chef 2

Non so come finirà oggi la storia dell'Alitalia ma a volte le frittate restano attaccate al soffitto.
mercoledì 10 settembre 2008
lunedì 23 giugno 2008
La tessera del signor Umberto
Immagino la prima volta che il signor Umberto riceverà la piccola carta allo sportello della Posta. Lo sguardo compassionevole dell’impiegata che gliela farà scivolare assieme alla ricevuta e alle quattro o cinque banconote della pensione. Dovrà firmare qualcosa forse ma non deve preoccuparsi, tutto sarà anonimo, così hanno assicurato i superiori. Il signor Umberto non sa se deve ringraziare, si guarderà intorno poi prenderà tutto e andrà via in fretta, che il percorso tra la Posta e la casa in certi giorni è il più pericoloso. Ha sentito i telegiornali, li sente sempre perché ha tanto tempo a disposizione e non mancano mai di parlare di quelli come lui, che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Anziani e pensionati soprattutto, si sentono le voci dei giornalisti mentre scorrono immagini di vecchi con la busta per la spesa, qualche volta addirittura parlano proprio quelli come lui, pochi secondi col microfono davanti, “è vero non ce la facciamo più” e poi via, altro servizio sui cuccioli di foca o sulle sfilate di moda, insomma si sa, i tg hanno poco tempo e le cose da dire sono tante. Ma quella della carta l’aveva sentita, la social card, cosi l’aveva chiamata il ministro, quattrocento euro, al mese, all’anno, una volta sola, questo non l’avevano spiegato ma i quattrocento euro, si, l’avevano detto chiaro e tondo. Per quelli che non riescono a comperare il pane e il latte, cosi aveva detto il ministro. I soldi li prendiamo ai petrolieri, aveva aggiunto e il signor Umberto aveva pensato, ben detto, che tanto io non ho la macchina e non ho problemi con la benzina. Avevano anche spiegato che serviva per avere sconti al supermercato o per pagare di meno le bollette della luce e del gas.Adesso la tessera è tra le sue mani, la gira e rigira e pensa a come usarla, dove andare a spendere quella fortuna inaspettata. Quanta spesa avrebbe fatto, quante volte, bisognava organizzarsi, non poteva dilapidare. E allora prova a fare i conti, si ingarbuglia un poco poi decide che la cosa migliore è questa, avrebbe fatto la solita spesa, al solito supermercato sotto casa, nulla di più, nulla di diverso, solo con la carta nel portafoglio. Così si prepara, mette il guinzaglio al cane e si avvia verso il negozio. “Buongiorno signor Umberto” sorride il capo dei commessi che sistema i carrelli all’ingresso “il cane lo lasciamo fuori” “Si come sempre, stai buono qui, Flaik”. Spesa solita aveva detto e quindi non ci mette molto, compatibilmente con la velocità che si può permettere, semmai una scatoletta in più oggi, per il cane che l’aspetta fuori, pochi minuti e si ritrova davanti alla cassa. “Buongiorno signor Umberto” lo saluta la cassiera mentre passa la sua spesa al lettore ottico “sono 18 euro e 25, mi dà la tessera?”
Non so che tessera tirerà fuori il signor Umberto, spero quella del supermercato e perdonate anche la sfrontatezza del richiamo al protagonista del film di De Sica, so solo che più di cinquant’anni fa con Umberto D. questo paese raccontava la tenerezza, il pudore, la dignità, lo strazio di ritrovarsi in povertà e immaginava una società in cui fosse un diritto per tutti il lavoro, la scuola, l’assistenza. Oggi una tessera per i poveri viene sbandierata come una trovata geniale, una storia da raccontare in televisione come la politica economica del ventunesimo secolo, quella in grado di togliere ai cattivi che si sono arricchiti un po’ troppo per distribuire qualcosa ai più poveri, a patto che alzino la mano e si facciano riconoscere. Torna in mente la scena in cui Umberto D. dopo mille ferite dell’anima prova a tendere la mano per chiedere l’elemosina ma non ce la fa, è più forte di lui e quando un passante si avvicina la gira improvvisamente sul dorso come a dire, chissà, forse sta per piovere. Ma quello era neorealismo, oggi va molto Robin Hood.(pubblicato su DNews)
lunedì 26 maggio 2008
Annunci e sfumature
Immagino l’ansia di quei portavoce che in questi giorni non avevano preparato niente da annunciare, un provvedimento, una norma, un progetto ma anche solo una data, qualcosa bisognava dire per sfruttare a pieno il clima tutto decisione e concretezza che la geometrica potenza del Consiglio dei Ministri a Napoli aveva dispiegato. Lasciamo da parte Berlusconi che ha scelto la strada del grande statista e parlerà solo quando sarà il tempo, lasciamo stare anche Tremonti che ormai ha l’aria di chi si occupa di cose più importanti e Ici, straordinari e mutui in effetti si sono rivelate (chiedete ai consumatori) solo cosette o nuovi problemi (chiedete ai comuni) ma tutti i ministri più accorti avevano qualcosa di pronto. Maroni innanzitutto e il suo pacchetto sicurezza che introduce il reato di immigrazione clandestina ma poi preciserà (e meno male), non vale per quelli che si trovano in Italia prima che diventi legge (e qualcuno ci spieghi chi dei clandestini eventualmente fermati sosterrà di essere entrato in Italia dopo l’approvazione della legge), in scia Scajola il giorno dopo, si riparte con il nucleare, dice, tra cinque anni la prima pietra di una centrale di terza generazione migliorata (come fossero nuovi modelli di forni a microonde), poi Matteoli che si accoda e fa titolare “il governo accelera sul ponte di Messina” (accelera?) tra due anni primo colpo di piccone, infine Brunetta chiama i giornali e proclama, tutti i dipendenti pubblici, subito stipendi e assenze su internet, così staniamo i fannulloni (a proposito l’idea che la rete sia gogna o trasparenza a seconda di chi decide di usarla andrebbe approfondita) ma insomma, il fine settimana era vicino, l’effetto annuncio già si annebbiava e la realtà si riprendeva un po’ di spazio, con tutte le sue sfumature. Per esempio la storia dei rifiuti a Napoli, la sua complicata disperazione, ha reso improvvidi commenti a distanza come quelli di Casini che chiede pugno di ferro, parlando di camorra, di fronte agli scontri di Chiaiano; semmai ha riproposto, con tutto il suo peso, il tema della decisione e del consenso. Per affrontare cose così, in teoria, era nata la politica.
In più, a volte, la realtà si prende anche delle piccole, tristi, rivincite sulle emergenze e sugli annunci. Così il week-end italiano è passato registrando la cronaca di una anziana signora di Lainate, Lombardia, denunciata per averridotto in schiavitù la sua badante rumena, la rinchiudeva in casa, una doccia al mese e solo acqua fredda, stipendio neanche a parlarne doveva solo ringraziare per l’accoglienza, altrimenti espulsione, in fondo sei straniera. Poi altri italiani, questa volta a Roma, quartiere Pigneto, forse per un portafoglio rubato o chissà che, decidono non di chiamare la polizia ma, bastoni in mano, di devastare negozi e picchiare i rispettivi proprietari solo perché venuti da lontano. A Torino, in un centro di permanenza gestito dallo Stato italiano, un immigrato muore, senza soccorsi, dicono i suoi compagni. Infine ancora a Roma, quei quattro ragazzi, uno sulla grande berlina del papà guida senza patente perché già interdetto alla guida, accanto la fidanzata, formalmente doveva essere a casa perché sottoposta ai domiciliari, gli altri due su un motorino tornavano a casa al quartiere San Lorenzo, stavano per laurearsi, sono stati uccisi perché quello della grande berlina era convinto che il mondo fosse il suo, con o senza patente. Qui non ci sono stranieri, vittime e colpevoli tutti italiani, semmai si parla di figli.
Prevért in uno dei suo mirabili graffiti scriveva “Padri/guardatevi a sinistra/guardatevi a destra/Padri/guardatevi allo specchio/guardateci in faccia”. Anche in questo caso verrebbe da dividere tra un noi e un loro, ma si sa, con le sfumature è più difficile trovare il confine. (da DNews)
lunedì 7 aprile 2008
Crescita zero o no?
Se le promesse sono promesse e se gli italiani ci credono la vedo dura per il palazzo Chigi. Il primo Consiglio dei Ministri si farà a Napoli e non mi muoverò da lì fino a quando non sarà di nuovo linda e pinta, dice Berlusconi. Il secondo Consiglio lo faremo a Malpensa, dice Maroni, e non stiamo qui a prevedere quando si muoveranno da lì, il tempo che ci serve. Confidiamo nel fatto che, dovesse vincere Veltroni, non fosse che per abitudine, una riunione a Roma ogni tanto la farà ma insomma il fine settimana politico, a meno di una settimana dal voto, se si esclude che si litiga su come sono fatte le schede e che Bossi vuole prendere i fucili, non ha brillato più di tanto. Invece la notizia c’era, non era fresca certo, non era nemmeno sicura ma è di quelle che la politica, soprattutto in campagna elettorale, fugge come la peste. È la storia della crescita zero. Badate non è storia di giornata, perchè da mesi ormai riecheggia nelle discussioni tra economisti, nei computer dei mercati finanziari e soprattutto nei portafogli di tutti, ma certo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale che danno il mondo in frenata, l’Europa di più, l’Italia praticamente ferma quest’anno, sono lì. Pessimistiche, dicono in coro banchieri e ministri europei, ma nessuno nega il rischio e anzi -aggiungono- il peggio deve ancora venire. Ora fin qui si sono usate per l’argomento parole comuni, come rischio, pessimismo, crisi, insomma quando si parla di crescita zero questo è il lessico, non si scappa. Provate invece a chiudere gli occhi un momento e a dire: crescere ma fino a che punto? Correre per andare dove? Azzardate ora: e se fermarsi un momento fosse utile anche a pensare la direzione migliore da prendere? Lo so che si rischiano più fischi dell’ultimo Ferrara a fare ragionamenti così e però ci si prova lo stesso, anche usando strumenti alla rinfusa, tutta roba reperibile durante il week end, nessuna primizia insomma, solo un libro, un film e qualche ricordo. La storia della crescita zero comincia con le pagine de “la paura e la speranza” scritto da Giulio Tremonti, si proprio lui, l’ex o il futuro Ministro dell’economia. Quelle dedicate alla paura sono illuminanti, feroci con il capitalismo di oggi, le sue degenerazioni in idolatria del mercato, con le superbanche universali e irresponsabili, con una società che ha generato il mostro del consumo totalizzante “come se l’universo fosse un supermercato, stiamo consumando il futuro dei nostri figli” e va sempre peggio “stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini”. E se ci sono, sono bambini come Lara, la figlia della centralinista del call center nel bel film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti” abbandonata ore davanti alla tv aspettando che il cellulare vibri (la telefonata costa) per sapere se la mamma sta tornando. Il mega centralino di Virzì sembra la sala macchine della società mercatista lucidamente descritta da Tremonti che corre disperata verso il nulla. E qui che arrivano i ricordi. Vecchi di anni, nomi e ragionamenti come quello di Ignacio Ellacuria, gesuita, uno dei protagonisti della Teologia della Liberazione, un movimento che mise a soqquadro per un po’ il mondo cattolico, la Chiesa schierata apertamente dalla parte dei più deboli. Ellacuria parlava di “civilizzazione” della povertà, come risposta al fallimento della globalizzazione che non sarebbe riuscita a dare ricchezza a tutti. Scegliere cioè la sobrietà, non come impoverimento universale ma come stile di vita degli uomini e del mondo. Ellacuria fu assassinato nella sua università in Salvador, assieme ad altri cinque gesuiti professori. Era l’89, cadeva il muro di Berlino ma resistevano i generali sudamericani. Quasi vent’anni dopo siamo qui, con le carte rimescolate dalla storia ma con il mostro più vivo che mai. Crescere senza sapere perché. (da DNews)
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