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martedì 22 aprile 2008

Riproducibilità tecnica


Wittgenstein, Benjamin e le coincidenze londinesi. Alzi la mano chi, scagli la prima pietra, cose così.

Riassunto italiano


Riotta scrive del dopo elezioni sul Wall street journal. Meno male che Camillo ci fa la rassegna stampa americana.

lunedì 21 aprile 2008

Cortesie per gli ospiti



Hanno aspettato che ripartisse Benedetto e poi...

Noccioline


Il buon vecchio Carter annuncia che Hamas accetterà Israele come vicino di casa.

Copywriter


Si chiamava "antiche tradizioni" l'olio colorato con clorofilla e carotene scoperto in quel di Foggia.

Conquistadores



Papa Ratzinger trionfa in nordamerica. L'ex vescovo Lugo conquista il Paraguay. Il bipartitismo continua. Sia pure nelle proporzioni ormai note.

Traslochi

Mentre continua l’asta tra chi promette più sicurezza in vista del ballottaggio romano, io darei un cent per essere invece, in questi giorni, nei corridoi di Montecitorio o di palazzo Madama. Vorrei vedere chi fa gli scatoloni, vorrei seguirli per vedere dove li portano. Mi immagino i silenzi, gli sguardi, le pacche sulle spalle, i saluti mentre il rumore del nastro adesivo risuona nel palazzo ancora deserto. Ormai è una settimana che tutti, veterani o arruolati dell’ultima ora, si fanno domande e si danno risposte su quello che è stato. Non ci permettiamo di aggiungere nulla se non un dettaglio che ci ha colpito in questi giorni di autoanalisi collettiva via giornali e televisione. Un dettaglio nascosto nella catena di interviste a volti e nomi che ci erano comunque divenuti familiari, comunisti italiani, rifondazione, verdi, socialisti e rose nel pugno, sinistra democratica e arcobaleno, e poi anche le signore e i signori della destra e delle altre sigle dell’ultimo mese. Tutti attorno a loro, a chiedere perché, che cosa non avevano previsto, che cosa non avevamo capito. Faceva quasi tenerezza sentirli dire “ricominceremo” ma la cosa più singolare, il dettaglio appunto, era il senso di partecipazione che mostravano, anche senza volere, i cronisti che sapevano in cuor loro che quella sarebbe stata l’ultima volta. Già, l’ultima volta, ma per tutti. Non ci saranno più dichiarazioni da registrare, non ci saranno più telefonate da ricevere, non più decine di uffici stampa da chiamare, portavoce da sollecitare. Se la rivoluzione elettorale ha spazzato via due decine di gruppi parlamentari anche il mondo dell’informazione politica non potrà fare finta di niente. Ci sarà pure un po’ di sollievo in quelle redazioni, nei telegiornali ma non solo, dove da sempre gli equilibrismi per dare visibilità a tutti i rappresentanti del parlamento contribuivano a stressare oltremodo capi e redattori, ma col passare dei giorni si dovrà pur pensare a qualcosa da fare. Non si potrà più riempire la pagina o i minuti con la guerra delle parole tra questo, quello e quell’altro ancora, attenti solo a che non manchi nessuno, perché tra le cose chiare dette dal voto ce n’è sicuramente una: d’ora in poi quelli titolati a parlare, secondo la vecchia logica delle dichiarazioni contrapposte, si riducono, al massimo, a quattro o cinque. Chissà allora che non sia questa la volta buona per farsi qualche domanda su come la raccontiamo, la politica, su quello che noi giornalisti abbiamo capito di quest’Italia che ci cambiava sotto gli occhi mentre eravamo impegnati a raccogliere parole di partiti che poi sarebbero scomparsi o ripetere all’infinito quelle dei vincitori o dei loro concorrenti. Chissà che non si decida per esempio che i cronisti politici d’ora in poi, anziché restare chiusi nelle sale stampa aspettando la frase da non perdere, vadano loro a scoprire che ci sono gli operai che votano Lega, a perlustrare gli umori delle periferie dove italiani impauriti combattono contro stranieri disperati, a capire se e dove si accendono le spie del malessere e della voglia di protezione che questo paese ha segnalato con il voto. Qualcuno ci sta provando in questi giorni, fioriscono inchieste lampo sulla Padania, è tutto un incitare, torniamo in strada, andiamo sul territorio ma temo che non durerà.
Aspettiamo solo che si riempiano di nuovo i corridoi dei due palazzi e poi via, si ricomincerà a registrare le dichiarazioni di tutti gli esponenti del grande partito di maggioranza o del grande partito di opposizione, si saluteranno i vecchi che sono tornati, ci si organizzerà per entrare in confidenza con i nuovi arrivati. Tutti insieme, chiusi dentro, a raccontare l’Italia. Con gli scatoloni di quelli rimasti fuori che chissà in quale territorio saranno andati a finire. (da DNews)

sabato 19 aprile 2008

Regole



Non so quale sia la tradizione della casa ma per me sabato e domenica è chiuso. Salvo emergenze.

venerdì 18 aprile 2008

Senilità

Montezemolo, prima di uscire, attacca violentemente i sindacati. Contentissima la Marcegaglia, appena entrata.




Minuzie



Mi chiedevo, prima o poi anche Diaco supererà i trent'anni. Ma è stato un attimo, è già passato.

Arrivano i russi



Berlusconi apre all'Aeroflot. Ve lo dico subito, basta, non si può andare avanti cosi. Mi finiscono i post-it.

Zio e nipote


Altro che cordata italo-francese.

giovedì 17 aprile 2008

Alleati di ferro

Di Pietro. Ricordarsi del senatore De Gregorio.

La casa bianca



Giuro, è una cosa che volevo fare. Ma che Antonio ha fatto meglio.

Libero di scusarsi


La storia dell'uomo scaletta è finita.

Morto sul lavoro


Le colline spesso sono tutte uguali. Poi lì in fondo, tra gli alberi e le case, il lampo, silenzioso, poi il rumore, piccolo, poi il nero.

A cinque secondi dal via

Gaza. Fadel Shana, 23 anni, operatore della Reuters, riprende il colpo che lo ucciderà. Sparato da un carro armato israeliano.

No polemiche, please


Condannato a tre anni per tangenti l'ex ministro della sanità Sirchia. "I giudici non mi hanno creduto" ha detto amareggiato. La pena è coperta dall'indulto.

Realismo magico

Un mendicante a Genova. Su uno dei miei blog preferiti Haramlik.

mercoledì 16 aprile 2008

Sfortuna


Mentre il Papa incontra Bush e insieme ribadiscono "un comune impegno in difesa della vita", la corte suprema americana sentenzia che è legittimo usare le iniezioni letali per i condannati a morte.

La firma del boss


Bruce appoggia Obama con una lettera firmata in prima pagina sul suo sito. Bello, soprattutto il sito.

Minuzie


Penso ora se ci sarà una semplificazione delle redazioni politiche di giornali e tv.

lunedì 14 aprile 2008

Che aggiungere


Alla fine è stata la vendetta di Ceppaloni. Muoia Mastella con tutti i nanetti.

Sorprendente ma non troppo


Se ho visto bene, Adornato inveiva contro Berlusconi... adesso è passato all'Udc...
ps. la vera sorpresa è che qualcuno lo intervisti ancora.

Alle tre, accontentarsi


Il PD primo partito...

Aspettando le tre

Dipende da quando leggerete, più o meno mancheranno poche ore all’inizio dello scrutinio. Potrete scegliere tra decine di maratone elettorali, studi tv illuminati a festa o forum via internet, ospiti eccentrici o tradizionali, insomma ce ne sarà per tutti i gusti, elezioni minuto per minuto, ma solo a partire da dopopranzo, dalle tre in poi. Fino ad allora che fare? Come smaltire l’ansia dell’attesa? Potete fare l’ultimo tentativo con quell’amico che stavolta vacilla e non va votare oppure staccare telefoni, computer e uscire, anche solo per un po’ d’aria. In questo caso ci sarà una sosta al vostro bar preferito, prenderete questo giornale ed ecco che vi ritrovate qui, a leggere la storia del seggio numero 85, l’ultimo scrutinio che ho visto.
Pakistan, meno di due mesi fa. Come dovunque, le sezioni sono numerate, più difficile invece orientarsi con l’indirizzo, numeri anche in questo caso, settore G7 barra 3 e 4. Si, perchè strade e quartieri di Islamabad, città costruita apposta per essere capitale, non hanno nomi, si dividono in zone, insomma meglio avere qualcuno del posto che vi porti a destinazione. Il nostro autista si chiama Subani, un ragazzo sveglissimo che ha già votato e che non ha difficoltà a trovare quello che volevamo, una sezione in un quartiere popolare, lontana, per quanto possibile, dagli occhi e dalle orecchie di funzionari e poliziotti del Ministero dell’Interno. È il diciotto febbraio di quest’anno, poliziotti e funzionari sono quelli di Pervez Musharraf, il generale presidente che con queste elezioni si gioca gran parte del suo potere. Non è un voto qualsiasi, dire che è un voto sofferto è poco, ci sono stati centinaia di morti, campagna elettorale sospesa, stato d’emergenza per tre settimane, decine di attentati; uno in particolare, uccide Benazir Bhutto, la donna politica tornata dall’esilio che tutti consideravano la speranza di riavvicinare il paese alla democrazia. Il voto slitta di un mese ma alla fine ci siamo. Parentesi, pensate che da noi per qualche giorno si era pensato ad un rinvio per via del signor Pizza, chiusa parentesi. L’assillo degli ultimi giorni e delle ultime ore anche qui si chiama brogli, tutti sono convinti che il generale presidente possa manovrare i risultati a suo piacimento, per questo ci sono osservatori internazionali, europei e americani, e decine di giornalisti. È con queste idee in testa che arriviamo al seggio 85. Sta per cominciare lo spoglio, nessuno può entrare, tranne gli autorizzati. Ma -prima sorpresa- noi si, noi siamo stranieri, dobbiamo poter vedere. Così ci accompagnano in quella che è poi la palestra di una scuola, c’è anche un piccolo palcoscenico per le recite. Tutti vogliono rassicurarci, dagli scrutatori ai poliziotti, guardate com’è tutto regolare, trasparente. Noi diffidenti pensiamo, ecco la recita del regime, tutto è stato previsto. Passano i minuti comincia lo spoglio. Ci chiamano a vedere, quasi a partecipare, tutti assieme sul palcoscenico a dividere le schede, riconoscere i voti validi, discutere su quelli dubbi. L’atmosfera sembra quella eccitata di una prima volta, a mano a mano che si contano le schede la nostra diffidenza diventa stupore. Stanno vincendo i partiti dell’opposizione, quello del presidente generale quasi scompare, pochi, pochissimi voti. Alla fine il nostro stupore si mescola ai loro sorrisi, a quello che adesso possiamo decifrare meglio, l’orgoglio del seggio 85 di aver fatto vedere a noi, stranieri, che quelle erano elezioni vere. Certo Musharraf è ancora là ma adesso deve trattare, quelli che hanno vinto non sono santi ma li hanno scelti loro, insomma la democrazia è strada lunga da fare ma ogni passo conquistato diventa cosa preziosa, da mostrare al mondo.
Ora sono quasi le tre, potete mettervi in poltrona e guardare noi, dove siamo arrivati. (da DNews)

lunedì 7 aprile 2008

Crescita zero o no?

Se le promesse sono promesse e se gli italiani ci credono la vedo dura per il palazzo Chigi. Il primo Consiglio dei Ministri si farà a Napoli e non mi muoverò da lì fino a quando non sarà di nuovo linda e pinta, dice Berlusconi. Il secondo Consiglio lo faremo a Malpensa, dice Maroni, e non stiamo qui a prevedere quando si muoveranno da lì, il tempo che ci serve. Confidiamo nel fatto che, dovesse vincere Veltroni, non fosse che per abitudine, una riunione a Roma ogni tanto la farà ma insomma il fine settimana politico, a meno di una settimana dal voto, se si esclude che si litiga su come sono fatte le schede e che Bossi vuole prendere i fucili, non ha brillato più di tanto. Invece la notizia c’era, non era fresca certo, non era nemmeno sicura ma è di quelle che la politica, soprattutto in campagna elettorale, fugge come la peste. È la storia della crescita zero. Badate non è storia di giornata, perchè da mesi ormai riecheggia nelle discussioni tra economisti, nei computer dei mercati finanziari e soprattutto nei portafogli di tutti, ma certo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale che danno il mondo in frenata, l’Europa di più, l’Italia praticamente ferma quest’anno, sono lì. Pessimistiche, dicono in coro banchieri e ministri europei, ma nessuno nega il rischio e anzi -aggiungono- il peggio deve ancora venire. Ora fin qui si sono usate per l’argomento parole comuni, come rischio, pessimismo, crisi, insomma quando si parla di crescita zero questo è il lessico, non si scappa. Provate invece a chiudere gli occhi un momento e a dire: crescere ma fino a che punto? Correre per andare dove? Azzardate ora: e se fermarsi un momento fosse utile anche a pensare la direzione migliore da prendere? Lo so che si rischiano più fischi dell’ultimo Ferrara a fare ragionamenti così e però ci si prova lo stesso, anche usando strumenti alla rinfusa, tutta roba reperibile durante il week end, nessuna primizia insomma, solo un libro, un film e qualche ricordo. La storia della crescita zero comincia con le pagine de “la paura e la speranza” scritto da Giulio Tremonti, si proprio lui, l’ex o il futuro Ministro dell’economia. Quelle dedicate alla paura sono illuminanti, feroci con il capitalismo di oggi, le sue degenerazioni in idolatria del mercato, con le superbanche universali e irresponsabili, con una società che ha generato il mostro del consumo totalizzante “come se l’universo fosse un supermercato, stiamo consumando il futuro dei nostri figli” e va sempre peggio “stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini”. E se ci sono, sono bambini come Lara, la figlia della centralinista del call center nel bel film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti” abbandonata ore davanti alla tv aspettando che il cellulare vibri (la telefonata costa) per sapere se la mamma sta tornando. Il mega centralino di Virzì sembra la sala macchine della società mercatista lucidamente descritta da Tremonti che corre disperata verso il nulla. E qui che arrivano i ricordi. Vecchi di anni, nomi e ragionamenti come quello di Ignacio Ellacuria, gesuita, uno dei protagonisti della Teologia della Liberazione, un movimento che mise a soqquadro per un po’ il mondo cattolico, la Chiesa schierata apertamente dalla parte dei più deboli. Ellacuria parlava di “civilizzazione” della povertà, come risposta al fallimento della globalizzazione che non sarebbe riuscita a dare ricchezza a tutti. Scegliere cioè la sobrietà, non come impoverimento universale ma come stile di vita degli uomini e del mondo. Ellacuria fu assassinato nella sua università in Salvador, assieme ad altri cinque gesuiti professori. Era l’89, cadeva il muro di Berlino ma resistevano i generali sudamericani. Quasi vent’anni dopo siamo qui, con le carte rimescolate dalla storia ma con il mostro più vivo che mai. Crescere senza sapere perché. (da DNews)

lunedì 31 marzo 2008

Noi il Tibet e la Cina

Sarà un romanzo a puntate la storia del Tibet e della Cina, un giallo in crescendo almeno fino all’agosto di quest’anno. Poi gran finale e copie al macero ma per ora è lì che tiene tutti sulla corda. Intanto perché i personaggi sono avvincenti, il Dalai Lama che prega e lancia appelli al mondo, i monaci in tunica rosso bruciato che prendono bastonate dalla polizia (e qualcuno più giovane risponde anche) e poi perché c’è il gigante che davvero è diventato l’incubo del mondo e da qualche anno ormai lascia tutti stupefatti, da qualunque lato lo si guardi, qualunque sia il punto di vista. I balbettii e i tentennamenti che governi e paesi hanno quando devono confrontarsi con la Cina, fossero i dazi per fermare le invasioni commerciali o le proteste per i diritti umani, sono ormai rivelatori di un complesso d’inferiorità che va molto oltre il realismo politico o il velleitarismo impotente di fronte al colosso da più di un miliardo di uomini e miliardi di dollari investiti dovunque. C’è qualcosa di più inquietante nell’Occidente che si ferma e barcolla dinanzi alle posizioni di Pechino, quasi il timore di ammettere che la Cina possa essere in realtà nient’altro che la prossima puntata del mondo, quella che ha portato a sintesi brutale le ideologie che ci hanno dilaniato il secolo scorso e che invece, tra i grattacieli di Shangai e la diga delle Tre Gole, sembrano oggi risorgere a nuova e devastante vita. Perché -proviamo a dirlo- la Cina ormai non è più soltanto l’ultimo dei grandi stati comunisti ma è forse il primo enorme prototipo del capitalismo che sta vincendo, quello che in nome di scelte pianificate da oligarchie senza controlli, decide del futuro di tutti, cinesi e resto del mondo. È questa la fascinazione del gigante, che tutti trattano con prudenza e una sacca gonfia di retropensieri. Vuotiamola la sacca e scopriremo per esempio che molti sognano ad occhi aperti la capacità di decidere che la Cina esibisce in tema di grandi, sarebbe meglio dire gigantesche, opere pubbliche. Non c’erano comitati nei villaggi delle Tre Gole quando un milione di persone hanno dovuto abbandonare le case per far posto all’acqua devastante della diga. Oppure le straordinarie performance dell’economia, una crescita con numeri che da noi si sognano la notte ma lì non ci sono sindacati a discutere orari e contratti. E ancora i consumi invogliati, le mode, gli accessori, in tutto e per tutto simili al nostro mondo, semmai moltiplicati per mille, e di fatto usati per evitare che ci si occupi di altro, pensare per esempio, o distrarsi con le opinioni. E infine sono più di un miliardo, un oceano di consumatori e chissà che non ci scappi un affare, uno scambio, un commercio, anche se solo uno su cento fosse ricco, sarebbe come se tutti i romani e i milanesi fossero milionari. Insomma a guardar bene la Cina di oggi sembra un gigantesco supermercato geneticamente modificato e in continua espansione, senza nemmeno la fatica di quella cosa ingombrante e farraginosa che si chiama democrazia. Ecco perché lascia tutti con mezze parole, al massimo sommessamente la si invita alla moderazione, perché è come se fosse uno specchio in cui si riflettono gli incubi del nostro passato mescolati agli idoli del nostro presente. Lo so che adesso si dirà, ma no non è vero, guarda il Tibet, guarda la rivolta che cresce e che non riescono a imbavagliare. Lo so, spero anch’io che questa volta la straordinaria potenza organizzativa cinese, applicata ai giochi come alla repressione, al mercato come alla censura, agli affari come alla pena di morte, si inceppi per uno di quei casi della storia. Resterà sempre il dubbio che alla fine noi, tra timore e segreta ammirazione, guardiamo paralizzati il gigante perché ha trovato la famosa terza via e però, come direbbe il santone di Guzzanti, è quella sbagliata. (da DNews)

domenica 30 marzo 2008

Avviso


Per parenti e amici. D'ora in poi (e fino a nuovo avviso) la rubrica via posta su Dnews sarà pubblicata ogni lunedi e non più ogni mercoledi. Dunque appuntamento a domani.

mercoledì 26 marzo 2008

Campagne elettorali

Meno di tre settimane e poi sapremo come va a finire. Chi vince chi perde, chi entra chi resta fuori. Noi avremo partecipato con la nostra X su una lista senza nemmeno aver letto un nome, perché come ormai tutti ci siamo detti dappertutto, non serve a nulla leggerli visto che la X non può preferire questo o quel nome, ma solo questo o quell’elenco di nomi e la differenza fra entrare e restare fuori sta nel posto che gli hanno assegnato, il quarto, il decimo e cosi via computando, da quella graduatoria dipende la sua sorte. Grosso modo abbiamo capito che ci sono tre tipi di numeri, i numeri primi secondi o terzi (dipende poi da quante X prende l’elenco) che sono praticamente sicuri di entrare anche se non vanno a bussare a nessuna porta, distribuire nessun volantino, nemmeno uscire di casa devono, solo aspettare i risultati in tv. All’opposto ci sono i numeri ultimi, penultimi e via a salire, nemmeno loro devono fare nulla, sanno già che non entrano, hanno detto sì all’elenco per ragioni varie, nobilissime, meno nobili o fate voi, sorridono agli amici e ai colleghi, facendo capire che è stata una scelta d’affetto, di pensiero ma insomma pure questi alla fine staranno davanti alla tv ad aspettare i risultati senza patemi d’animo. Poi ci sono loro. Difficile parlarne senza un filo di imbarazzo, che quasi trascolora in malinconia. Sono quelli destinati ad una fatica inenarrabile, senza nessuna certezza se non quella di correre, sbracciarsi, dannarsi perchè ogni X guadagnata all’elenco potrebbe fare il miracolo. Sono i numeri traballanti, a rischio, quelli che stanno a cavallo tra l’ultimo nome certo di diventare onorevole e il primo dei maledetti destinati a vedere da fuori il portone che si chiude. Queste settimane sono il loro momento di gloria e dannazione, di vertigine tra il volo e l’abisso. Sono proprio loro quelli che sudano per organizzare i convegni dove (forse) verranno i big, che si prestano alle interviste e ai comizi più improbabili nella provincia profonda. Vi verranno a cercare, questi candidati con i numeri appena sotto la linea di confine, chiedono la X per il simbolo, lo devono fare perché è la loro unica speranza. Parenti amici colleghi forza decidetevi, fate il miracolo. “Se il nostro elenco va forte vinceremo e il paese cambierà” -dicono ad alta voce-, se va forte -pensano ma non sta bene dirlo- anziché tre numeri, magari ne entrano quattro è il quarto sono io, quello che tutti davano per spacciato, quello che al partito guardano con commiserazione ché tanto non ce la farà mai. Parenti e amici, fatelo per loro, anche se non li potete scegliere, scegliete l’elenco, sì, proprio quell’elenco che non sapete chi, dove, come e quando l’ha deciso, con tanto di saluti ai gazebo e alle primarie. Ecco, è così che siamo ridotti.
Poi ci sono i programmi. E qui si potrebbe saltare direttamente nella marmellata dei dibattiti in tv dove, litigando, spesso si ripetono le stesse cose: abbassare le tasse e salvare l’Alitalia, aumentare i salari e risanare i conti pubblici, difendere il Tibet senza dare fastidio alla Cina. E invece no, vi vogliamo segnalare una mail che ci arriva da Londra, quattro ragazzi italiani che sono lì a studiare, peraltro in una delle scuole più prestigiose del mondo la London School of Economics, e che hanno avuto una idea semplice e ingenua al punto tale che, chissà, potrebbe indicare una via. Hanno messo su internet, (quattrogattilse.googlepages.com) diapositive e ragionamenti sui conti pubblici italiani, parlano della differenza tra pressione fiscale e aumento delle tasse, spiegano chi ha guadagnato e chi perso nel corso di questi due ultimi governi. Ci vogliono cinque minuti di attenzione e di silenzio, da soli davanti al computer, e si capiscono molte cose. Un’altra campagna elettorale -almeno quella- è possibile. (da DNews)

mercoledì 19 marzo 2008

I silenzi di Napoli

Quello che colpisce di più è il silenzio, di Napoli. Lo so che non sono titolato, non sono nato lì e non ci vado da diversi anni, forse non è nemmeno questo il giornale giusto per dirlo, perché loro, i napoletani non possono averlo tra le mani e buttarlo via incazzati dopo aver letto ma lo ripeto, quello che colpisce di più è il silenzio. Non ci possiamo rassegnare soltanto alle parole della signora che esce di casa con il sacchetto in mano, incontra il microfono del tg e dice “non ce la facciamo più”, poi indica la montagna di spazzatura che si è formata fuori la porta e lì getta il sacchetto, il suo. Non ci possiamo rassegnare nemmeno ai tentativi del neo assessore al turismo della Regione che da qualche imprecisata fiera rassicura che tutto è a posto e si può andare in vacanza sul golfo. Non sono queste le parole che aspettavamo da Napoli, e non le vogliamo nemmeno dai politici, che speriamo tacciano per pudore. No, quello che colpisce, e spero di sbagliarmi, che qualcosa mi sia sfuggito, è il silenzio di quella città che abbiamo sempre considerato pezzo di corpo e anima del nostro paese. La Napoli degli scrittori, degli intellettuali, degli artisti, uso con sfrontata semplificazione queste parole, sta in silenzio, muta, di fronte a questo ennesimo andirivieni del degrado.
I rifiuti -mi raccontano- sanno benissimo come sparire miracolosamente dalle strade del centro e dei quartieri alti mentre invece si sistemano, si aggiustano in via definitiva nell’altra Napoli, quella che sconfina nell’indefinita provincia di sé stessa, azzannata ogni giorno da camorra e telegiornali che ripetono a tutti noi che non c’è niente da fare. E loro zitti. Non tutti per la verità. Il caso di Roberto Saviano e del suo best seller Gomorra sta lì, incastonato nella casella eccezione, che si è quasi trasformato in un marchio di fabbrica. I suoi interventi, con tanto di copyright, sembrano già dei classici, e quindi sorprendono meno. Poi ci sono quelli che sono andati via dalla voragine di bellezza e fango che impasta insieme questa città. Vecchia storia quella di abbandonare, dal “fujtevénne a Nàpule” urlato da Eduardo fino ai distacchi più dolorosi e meno ricordati come quello di Anna Maria Ortese che nel suo libro più bello e controverso il mare non bagna Napoli, ripubblicato da Adelphi, scriveva “E dopo? Dopo venne il tempo di partire. Partimmo (o morimmo?) a poco a poco tutti…il cortile era là, vuoto e muto. Tutti gli addii erano stai recitati”. La Ortese se ne andò in solitudine e in polemica proprio con gli intellettuali della città che non avevano gradito il ritratto di Napoli, al tempo stesso realista e visionario, che lei aveva dipinto nelle novelle di quel libro. Erano i primi anni 50 e da allora ancora oggi, a dieci anni dalla sua morte, il 9 marzo del 98, si fa fatica a squarciare il silenzio su quella che è considerata, più all’estero che da noi, una delle voci definitive della letteratura italiana del novecento. Forse per questo diventa ancora più prezioso un piccolo libro di Adelia Battista, Ortese segreta, uscito in questa stagione per minimum fax. Cento pagine che raccontano di un insperato carteggio tra la scrittrice e la giovane studiosa che si trasforma poi in amicizia delicata tra le due donne e che permette a noi di riconoscere il dolore dell’isolamento e del distacco vissuto dalla Ortese per quasi tutta la sua vita. “Con il mare non bagna Napoli volevo fare del bene alla mia città, perché mi sentivo parte di essa” racconta in uno degli incontri nel suo esilio ligure di Rapallo e in un biglietto indirizzato al professore della ragazza “chissà che un giorno non venga a Napoli, magari in compagnia di Adelia. Sarebbe un sogno.” A Napoli non riuscì più a tornare. Quante storie racconta il silenzio. (da DNews)

mercoledì 12 marzo 2008

Dimenticare Baghdad

Cinque anni fa, tra inverno e primavera, si bombardava Baghdad. Mai un anniversario sembra così lontano nel tempo, rimosso dalla memoria. Come gesto, come evento si tende a dimenticarlo, si è trasformato invece in una sorta di assuefazione alla morte e alla violenza, in quella città e non solo. A mettere assieme le agenzie di oggi, mentre scrivo, si fa rassegna di un doppio attentato in Pakistan, kamikaze a Lahore culla della cultura e della storia di quel paese, soldati americani uccisi in Iraq, l’Onu che fa il bilancio delle vittime in Afghanistan, ottomila solo nel 2007, millecinquecento civili, attacchi suicidi passati in un anno da 120 a 160; la Gran Bretagna che fa i conti delle sterline spese finora, bruciati dieci miliardi per mantenere soldati tra il Tigri e l’Eufrate e ai piedi delle meravigliose montagne afgane dell’Hindukush, spesa raddoppiata nell’ultimo anno. Solo ad allargare lo sguardo si intravede poi il tragico confine tra Gaza e Israele, i razzi lanciati da una parte, bombardamenti e carri armati dall’altra e ancora, l’instabilità pericolosa del Pakistan e l’enigma iraniano alla vigilia di elezioni tutte da decifrare. Insomma il quadro non è per nulla colori pastello e paesaggi rassicuranti eppure si fa fatica a fare un bilancio, a tirare le somme di quella sventurata guerra che durò tre settimane, a stare agli annunci di Bush, e che invece si è trasformata in un progressivo slittamento delle visioni del mondo, insinuando nella vita quotidiana di tutti l’idea che il peggio può sempre arrivare e che dunque i danni collaterali vanno presi come inevitabili.
Sento già il brusio vivace dell’obiezione. Non è Bush che ha cominciato, non è stato lui ad attaccare. Vero. Nessuno può dimenticare che l’inizio della storia fu l’11 settembre del 2001. Non lo fanno gli americani che ancora oggi, sullo sfondo di tutte le loro discussioni, respirano la polvere e le schegge di quella mattina. Leggere anche solo le ultime pagine de l’uomo che cade il libro che Don DeLillo ha scritto lentamente in questi anni per essere sicuro di afferrare quello che era stato e come avrebbe segnato per sempre la vita di New York, fa capire che ogni archiviazione è impossibile. Per loro e per noi.
Forse proprio per questo, però, fa rabbia ripensare alla sicumera con la quale il comandante in capo di quel paese ferito a morte e i suoi consiglieri sbagliarono, una dopo l’altra, quasi tutte le mosse successive. Non tanto i primi mesi in Afghanistan quando tutto il mondo gli diede mandato di cercare e trovare il responsabile di quella guerra sferrata al cuore dell’America, quanto poi la virata, rivelatasi bugiarda e nefasta, per puntare sull’Iraq. Chi si ricorda non solo le fialette che il buon Colin Powell dovette esibire al Palazzo di vetro per giustificare l’attacco a Saddam ma soprattutto la proterva certezza, rivelatasi tragicamente dilettantesca, che tutto si sarebbe sistemato in pochi mesi, il paese del dittatore trasformato in una base sicura per gli Stati Uniti, da lì avrebbero governato i rubinetti del petrolio e gli equilibri dell’intera regione. Anche ammesso (e niente affatto concesso) che fossero giusti e morali quei piani, così non è andata. Ecco allora, prepariamoci al quinto anniversario di Baghdad, chissà se qualcuno di quelli impegnati a girare il nostro paese, spiegando o stracciando programmi, si ricorderà di parlare chiaro agli amici americani, impegnati a scegliere, almeno loro, il futuro comandante in capo. Prima che ci chiedano altri soldati proviamo a dirgli ad alta voce perchè sentano bene: mai più una guerra così stupidamente ideologica, mai più trascinare alleati senza chiamarli a discutere. Perché combattere il terrorismo è una cosa seria. (da DNews)

mercoledì 5 marzo 2008

Quell'Italia che va a gas

Oggi si riuniscono i signori dell’Opec, con il petrolio sopra i cento dollari c’è poco da scherzare. Fior di analisti sbattono la testa per spiegare chi ci guadagna e chi no, perché quando cresce il greggio è automatico, sale il prezzo della benzina ma il contrario non succede quasi mai. E così tornano di moda i servizi dei tg confezionati al distributore più vicino alla redazione, dettagli delle pompe, mani che si passano euro, e soprattutto automobilisti stressati. Brevi commenti sonori “e chi si può permettere il pieno oggi” oppure “io metto sempre venti euro” e via a raccontare una elementare contraddizione del nostro tempo: siamo tutti legati mani e piedi, ruote e frizioni, a quell’arnese che si chiama automobile. Arnese talmente diabolico che costa sempre di più, sia comprarlo che muoverlo, ma nessuno osa metterlo in discussione. Totem contemporaneo che le ha passate tutte, simbolo di stato o di riscatto sociale, rifugio o bunker per proteggersi dalla giungla metropolitana, basta andare a fare il pieno in un distributore per osservare quanto ha trasformato il mondo. Pensate solo ai dettagli, a quelli che si mettono in fila al “servito”, anche se il “fai da te” è vuoto perchè non sia mai che si dica che uno pensa al centesimo, oppure quelli che vanno di fretta e non sopportano gli altri che davanti a loro si fanno controllare ogni giorno le gomme e lustrare i vetri anche se sono puliti. Insomma il distributore di benzina è davvero uno specchio del mondo. Ma fortunatamente non è l’unico.
Provate ad andare una domenica mattina per esempio, perché non bisogna avere fretta, a fare rifornimento in un distributore di metano o gas (la sigla è gpl) e rischiate di imbattervi in un’altra Italia, anche questa piena di contraddizioni, ma con un tasso di tranquillità più evidente. Non è facile dire se si tratti di serenità vera o rassegnazione, di sicuro l’atmosfera è molto diversa. Intanto chi arriva si mette in fila senza problemi perché fare il pieno (e con il gas si fa ancora il pieno) dura diversi minuti e non si può essere insofferenti. La sosta diventa quasi un appuntamento, in genere si scende dalla macchina e spesso ci scappano anche due parole. Si scopre così che gli italiani che vanno a gas ormai sono una comunità multiforme, molto distante dai luoghi comuni che la volevano relegata solo a commessi viaggiatori e maniaci del risparmio. Loro ci sono ancora naturalmente e si riconoscono dall’esperienza che hanno nel predisporre bocchettoni e prepararsi al lunghissimo rifornimento di serbatoi giganti nascosti nei bagagliai di improbabili berline. Ma si mette in fila anche la giovane madre, femminista da ragazza, con la vecchia Panda recuperata per ragioni di ecologia, la segue una 500 del 64, trasformata ed esibita come una piccola rivincita per chi voleva cancellarle tutte, quelle che andavano a benzina rossa. E poi, naturalmente, ci sono tutti quelli che non hanno potuto fare altrimenti, che non potevano permettersi un’automobile nuova, nonostante tutte le rottamazioni del mondo e gli eco-incentivi pubblicizzati ogni dove. È un’Italia in penombra ma per niente dimessa, che guarda gli spot alla tv dei nuovi modelli che sfrecciano tra deserti e cyber-spazi e poi, per fortuna, fa tutto il contrario. Capita che si passino il secchio e lo spazzolone per pulire il parabrezza, che si informino con calma su cosa sia meglio fare per aggiustarle e renderle meno inquinanti, queste quattro ruote, senza buttarle sempre e comunque, come tutti i megafoni invitano a fare.
Lo so che sono cose che non va bene dire, in un paese dove i partiti litigano su tutto ma non sul totem della crescita e dello sviluppo, sempre e comunque. Ma andate una domenica mattina con quelli che vanno a gas. Non sarà una soluzione ma un po’ fa pensare. (da DNews)

mercoledì 27 febbraio 2008

Sabir e la voglia di votare

Alla fine non so se Sabir è davvero andato a votare. Quando l’ho incontrato in una delle corsie dell’ospedale di Rawalpindi era deciso a farlo. Doveva solo capire se, con la gamba destra amputata dopo l’attentato, sarebbe stato dimesso in tempo. Sabir è un commerciante di frutta, era attorno all’auto blindata di Benazir Bhutto quando l’esplosione squarciò l’aria e almeno trenta persone, senza contare quelle come lui, mutilate più o meno indelebilmente. Le elezioni in Pakistan furono rinviate dopo la strage del 27 dicembre, si è votato dieci giorni fa. Quasi pacificamente, quasi regolarmente. Così hanno sentenziato gli osservatori internazionali, americani ed europei in testa. Il partito del dittatore “democratico” Musharraf è stato travolto, ma non lui, almeno non per ora. Adesso è cominciata a Islamabad, la capitale del paese meno trasparente del mondo, una lunga trattativa tra i vincitori, due storici nemici dell’ex generale, per capire quale sarà il suo destino.
Ma qui sono gli occhi tranquilli e la voce decisa di Sabir che ci interessa raccontare, uno che è quasi morto perché andava a un comizio, e che ci sarebbe tornato subito, col dolore nel cuore, perché il partito di Benazir doveva vincere, anche e soprattutto in suo nome. Sabir non sapeva nulla del programma del Partito Popolare Pakistano, anche perché nessuno, di nessun partito, ha mai fatto cenno alle cose da fare. La battaglia elettorale di questi giorni in Pakistan è stata pro o contro le persone e i simboli, Musharraf e le sue leggi liberticide, Benazir Bhutto e il suo martirio, Navaz Sharif e la sua rivincita personale contro chi lo aveva cacciato dal paese.
Ora il punto è, quanto è lontano il Pakistan dalle nostre elezioni, quanto è distante dalla corsa delle primarie americane? Certo, se ci mettiamo a contare il numero di morti e feriti, il tasso di paura e violenza che ha scosso questo paese durante la campagna elettorale, allora ci separa un abisso da quello che comunque è stato definito all’unisono dall’Occidente un “importante passo verso il ritorno alla democrazia”. Fa riflettere, semmai, come il tasso di democraticità di un paese venga realisticamente censito a seconda delle necessità politiche del nostro mondo. Per cui un generale al potere può diventare dittatore o presidente a seconda dei bisogni, soprattutto di Washington.
Se invece restiamo all’incontro con Sabir, allora dobbiamo decidere una cosa che può riguardarci da vicino in questi giorni di elezioni, se cioè votare un simbolo sia segno di immaturità e arretratezza oppure voglia di sperare, comunque, di essere in vita. Nel secondo caso fate così, mescolate Obama, un repubblicano a piacere, Veltroni, Berlusconi, e scegliete d’istinto. Sperando che Barak tenga duro, almeno fino al 13 aprile. (da DNews)

Via posta ordinaria


Fare un giornale nuovo in meno di due mesi, farlo integrando carta e internet come mi pare nessuno in Italia oggi. Diciamo che l'avventura di DNews, già solo per questo, sembra fuori dal comune in un paese che non sa a che santo votarsi. E noi, inguaribili ottimisti, proviamo a partecipare. Così da oggi torniamo a scrivere qualche biglietto su questo nuovo quotidiano al quale facciamo davvero gli auguri di cuore. Da oggi i biglietti tornano in "Via posta", questo il titolino della rubrica, così restiamo in tema di spedizione e di pensieri ordinari.

giovedì 7 febbraio 2008

Yes We Can or not?


Speriamo che porti bene a tutti. Dopo poco più di un mese ripartiamo da qui. Da quelle, queste (le nostre) e le altre elezioni. In America, in Italia e in Pakistan. Vi dovrei raccontare di come è andata a finire con Epolis. In realta c'è poco da dire. La strada, un bivio, uno, l'editore, va di là, molti di noi da un'altra parte. Ma può essere che i biglietti ricomincino a spuntare affissi qua e là magari di nuovo in qualche bar. Per ora cantiamo con Obama.

venerdì 28 dicembre 2007

L'ultimo dell'anno

Key West è l’ultima delle isolette che si allungano come un pontile dalla Florida verso Cuba. Più vicina a l’Avana che a Miami è una specie di circo turistico dove si va per i tramonti, per misurare la distanza dall’altro mondo, per bere nei bar dove una volta si fermava Hemingway e che adesso si contendono visitatori a colpi di sosia (dello scrittore) e feroci battaglie pubblicitarie. Eppure uno di quei bar vince la sfida della curiosità per un dettaglio: le sue pareti sono interamente tappezzate da biglietti. Per lo più da visita ma anche semplici pezzi di carta con su scritte due parole e un nome. A centinaia ricoprono tutti i muri, attaccati con le puntine, il nastro adesivo, incollati in qualche modo. Da lontano niente di più di una maniera singolare di arredare il locale, da vicino si potrebbe stare ore a fantasticare sul commesso viaggiatore di aspirapolveri del New Jersey che sta accanto al broker di Chicago, a fianco il titolare di una ditta di trattori del Connecticut, quasi sovrapposto alla professoressa di un college dello Iowa, tutti passati lì almeno una volta, tutti che si sono fermati almeno un minuto. Chissà cosa pensavano, se erano tristi o allegri, se sono entrati soli e usciti insieme o il contrario e perchè hanno voluto lasciare una traccia. Biglietti in un bar. Giornale in un bar come quello che state leggendo. In questi ultimi giorni dell’anno ho pensato al piccolo caffè del quartiere romano dove qualche volta passo a prenderne una copia, ho immaginato le migliaia di piccoli e grandi posti dove mani casuali o affezionate hanno aperto questi fogli, ho riletto le mail che ho ricevuto, gli sms arrabbiati dei lettori pubblicati ogni giorno su qualunque argomento, specialmente il governo e le cose che non vanno. Che grande idea e che strumento potente questo di lasciare l’informazione gratis sul bancone di un bar, perchè tutti la possano leggere e commentare. Aggiungo che ancora più grande è stato il modo di guidare questa esperienza un po’ visionaria un po’ corsara. Si poteva alzare il volume, gridare, argomentare sommariamente, fomentare passioni, tanto siamo nei bar e invece, liberi noi di scrivere ma sempre sulla rotta del ragionamento, provando a spiegare che le cose sono molto spesso più complicate di uno slogan o di una dichiarazione in tv.
Ora ci sono gli auguri per il nuovo anno, a questo giornale, a chi resta e a chi, come me, saluta. Ma soprattutto a chi legge oggi e leggerà domani, l’augurio di non fermarsi mai alla prima opinione, nemmeno se offerta gratis al bancone. Quanto ai biglietti che ho scritto in questi mesi, un po’ come gli avventori di Key West, sono stati messaggi lasciati per provare a capirsi. Qualche volta succede, anche nei bar.

mercoledì 19 dicembre 2007

Le maestre del Metropolitan

Abbiamo tante cose a cui pensare, alle dimissioni speciali di un generale della guardia di finanza con annessa mozione di sfiducia individuale per il suo nemico ministro o anche al fidanzamento, semplice semplice come le sue canzoni, di una delle italiane più francesi sulla piazza di Parigi: quindi non so se ci sia ancora tempo e voglia per riflettere un poco sul tema del malessere del nostro paese sollevato qualche giorno fa da un’inchiesta americana ma ci provo. Ci sono state repliche difensive, qualche ammissione, autoanalisi ricorrenti sui perchè di una nazione bloccata che ha paura del futuro, insomma materiale più o meno utile a intercettare quello stato d’animo collettivo che sembra oggi mutare di segno, virare sul pessimismo, sulla poca voglia di scommettere sul domani e quello che sarà. Per questo, come piccolo antidoto, voglio raccontarvi quello che ho visto in una mezza giornata passata al Metropolitan di New York. Come tutte le mattine di giorni feriali a popolare le sale immense di quello che è uno dei musei più grandi del mondo ci sono soprattutto ragazzi e ragazze, da soli o con i genitori ma quasi sempre organizzati in visite delle scuole. Sciamano tra i sarcofagi dei faraoni egizi con quaderni per prendere appunti, si fermano davanti alla potenza degli impressionisti, si perdono nella traboccante contaminazione delle sale che nonostante i grandi spazi sembrano ammassare gomito a gomito la bellezza del mondo, un pezzo sull’altro, con un inevitabile effetto di stordimento soprattutto per chi entra la prima volta. Tutto sembra condurre verso una inebriante quanto prevedibile confusione soprattutto per i più piccoli, invece è a questo punto che arrivano le maestre. Ne ho vista una, bianca, occhiali tondi, capelli raccolti, mani sottili che spiegava il tema dell’animismo davanti alle antiche maschere delle civiltà africane. Lei era in piedi che quasi recitava davanti a venti piccoli cuccioli neri, bambini e bambine, accovacciati per terra come una tribù davanti al fuoco. Mi sono fermato un poco a sentire lei che chiedeva, che cosa è la morte? E loro che alzavano la mano, si tu, dimmi, quando non si respira maestra, va bene e adesso tu, là in fondo, cosa rimane, cosa c’è dopo. E tutti con il braccio in alto, tutti volevano dire la loro, i bambini, e lei come un direttore d’orchestra. E qualche sala più in là ce n’erano altre, con i loro piccoli o grandi gruppi di cuccioli, a spiegare, a fare domande, a rispondere. Tutte insieme mi sono sembrate anche loro i pezzi che fanno uno stato d’animo, quello di una nazione che testardamente vuole guardare avanti. E pensare che quasi nessuna delle meraviglie esposte al Metropolitan parla di America. Semmai, almeno un po’, parla di noi.

venerdì 14 dicembre 2007

Lo scontento italiano e il NYT

L'idea era quella di raccontare le frotte di italiani che si riversano in questi giorni per le strade di Manhattan felici di fare shopping scontato per via dell'euro forte. Avevo preso le solite informazioni sui posti, le convenienze, le specializzazioni, mi raccontano di agenzie tutto compreso che li imbarcano a gruppi per gite rapide tra Madison avenue e la Quinta strada e che li riportano indietro dopo tre giorni contenti di aver speso tredicesima e varie in computer e aggeggi digitali che in Italia li paghi il doppio e non importa se alla fine il viaggio ti costa come una tombola perchè comunque hai risparmiato, dipende dai punti di vista.
Cosi mi accomodo di mattina presto, per via del fuso orario, in uno Starbucks qualunque, cappuccino e giornale, a riordinare le idee prima di iniziare il viaggio nella felicità italiana delle spese scontate. E invece ecco che mi ritrovo a leggere di Italia sulla prima pagina del New York Times e non si parla di un paese felice, anzi. La parola usata, analizzata, che fa da filo conduttore alla inchiesta lunga una pagina intera del più importante quotidiano d'america sull'Italia di oggi è disagio, per essere precisi, ripetuta più volte, in italiano, "malessere". È un sentire comune dice l'autore Jan Fisher che riguarda la politica, l'economia e la vita sociale e che trova conferma in una ricerca dell'Università di Cambridge: gli italiani oggi si sentono il paese meno felice dell'Europa occidentale. Così comincia un'altro viaggio fatto di interviste a persone note e meno note che in poche parole tratteggiano l'altra faccia di questo paese. Ci sono i politici certo che dicono la loro, ma si ricordano anche le sortite di Beppe Grillo definito comico e blogger di 59 anni con una grande criniera grigia che grida in piazza "basta! Basta! Basta", una parola, traduce il Nyt, che significa ne abbiamo abbastanza. Poi si segnalano i due libri del malessere, "la casta" di Stella e Rizzo, "Gomorra" di Saviano, e soprattutto le considerazioni di italiani normali, studenti o giovani professionisti che raccontano della sensazione e della difficoltà a diventare il famoso paese normale che un tempo sembrava essere un obiettivo raggiungibile, tanto da farci titoli di libri. Ora invece la lunga e nemmeno cattiva indagine del New York Times sembra darci meno chance. Paragona il possibile destino dell'Italia a quello della Repubblica di Venezia, la città più bella del mondo, che dominò per secoli i commerci con l'Oriente e finì col perdersi senza nemmeno essere conquistata. Insomma non so alla fine se ce la faremo, so che qui a New York oggi, in questo caffè che adesso si e' riempito di ragazzi, cappello, sciarpe e computer portatili, di signore che scrivono sui quaderni e sorseggiano qualcosa di caldo, di turisti capitati per caso che aspettano l'apertura dei negozi, ho speso tre euro per colazione e giornale e ho capito qualcosa di più del posto dove sono nato.

sabato 8 dicembre 2007

Uomini e fiumi

Diciamo la verità i più avvertiti lo hanno già capito da un po’. Dietro guerre e conflitti di oggi, nelle più vicine o remote terre del mondo quasi sempre c’è il petrolio. Non aggiungiamo dettagli perché qui vogliamo parlare delle guerre che verranno, quelle che si scateneranno per accaparrarsi un’altra di quelle risorse della terra che ora sembra normale avere a disposizione senza limiti di sorta ma domani chissà. Per questo l’immagine di un vescovo, saio e sandali, chino sulla sponda del fiume, quasi a pregare la corrente che scorre lenta del rio Sao Francisco, nordest del Brasile, colpisce come una visione, di quello che potrebbe essere il futuro, combattere metro per metro, giorno per giorno, per non perdere l’acqua. Gia perchè è di acqua che stiamo parlando, proprio di quella cosa che scorre a litri mentre ci laviamo i denti e non ci facciamo caso. Invece don Frei Luis Flavio Cappio lo ha capito benissimo e da una settimana ha deciso di fare tutto quello che può, preghiera e sciopero della fame assieme, perché non accada l’irreparabile al fiume che ha deciso di difendere con tutti gli indigeni che gli vivono attorno. Si batte don Cappio contro un mega progetto di deviazione delle acque che dovrebbe servire ad irrigare l’arido territorio del nordeste, 720 chilometri di canali artificiali di cui, a stare ai documenti ufficiali, dovrebbero beneficiare 12 milioni di persone, contadini innanzitutto. E siccome al governo del Brasile adesso c’è Lula, amico del popolo, indigeni e contadini dovrebbero fidarsi. Invece non sembra essere cosi, in molti si sono schierati con il vescovo ambientalista che contesta metodi e merito del mega progetto. A dar man forte al francescano anche studi e ricerche di università che hanno valutato costi e benefici dell’opera che finirebbe, dicono, per far danni più grandi dei vantaggi che produrrebbe, questi ultimi soprattutto alle grandi aziende agricole. Propongono piani alternativi ma per ora il governo sembra non voler tornare indietro e anzi usa l’esercito per la deforestazione che spianerà la strada ai canali. Non siamo in grado da qui di valutare realmente quello che sta succedendo laggiù, di sicuro ci arriva l’eco di un metodo applicato, in nome dello sviluppo, in molte parti del mondo. In Africa, abbiamo visto crescere una gigantesca diga che sbarrerà la strada al Nilo, in Sudan, e lo trasformerà in un lago artificiale lungo quasi duecento chilometri. Saranno cancellati decine di villaggi, spostate a forza 50mila persone, cancellate per sempre tracce archeologiche di un passato prezioso. Tutto questo nei prossimi mesi, nel silenzio assoluto. Bisognerebbe avvertire don Cappio o cominciare noi a capire che l’acqua, già oggi, è più importante del petrolio.

mercoledì 5 dicembre 2007

Quelle parole dalla giungla

La lettera e il video sono stati resi pubblici qualche giorno fa ma vogliamo parlarne ancora, come a tenere viva una fiammella. Non solo perché speriamo tutti in una svolta nella terribile storia di questa donna sequestrata ormai da anni nella giungla colombiana. Ma soprattutto perchè le parole scritte da Ingrid Betancourt vanno dritte al cuore e sono lezione di straordinaria educazione sentimentale. Sappiamo che la famiglia aveva definito la diffusione della lettera da parte delle autorità colombiane una violazione della intimità e una volta letta e riletta ne capiamo le ragioni. Sono le stesse però, che alla fine illuminano sul rigore, la sobrietà, il pudore e la forza di una donna che in condizioni disumane “io che vivo come una morta” riesce a parlare dei suoi cari e del suo paese come raramente ormai abbiamo occasione di ascoltare. Una testimonianza preziosa quindi, in questi tempi di affetti colmati con le cose, di come con le parole si possano costruire e stringere legami perenni, di come si possa dimostrare e chiedere amore su un piccolo pezzo di carta che dopo tre anni si ha la possibilità di riempire, nel breve tempo prima che i carcerieri vengano a prenderlo. Leggere come descrive e sembra vedere dinanzi agli occhi i figli, come sono cresciuti e come saranno diventati, Lorenzo “il mio musicista che canta e m’incanta, il signore del mio cuore”, Melanie “il mio sole di primavera” fa tremare all’idea di quelle famiglie mute la sera davanti alla tv. E con quale naturalezza chiede alla madre di dire ai ragazzi di “mandarmi tre messaggi alla settimana. Niente di speciale, se questo è anche il loro desiderio e se avranno voglia di farlo”. Ora immaginatela li, in mezzo alla giungla, in catene assieme ad altri prigionieri, che quasi non mangia e si sposta ogni notte da un posto all’altro, che chiede ai figli di scrivere con regolarità, sapendo che nulla probabilmente le giungerà di quel conforto. Viene il brivido a ripensare a certe conversazioni su che hai fatto a scuola, niente, vado di là, non rompere.
E poi c’è il Paese, il proprio Paese “quando la notte calava più buia la Francia è stata il faro”, “ammiro la capacità di mobilitarsi di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi”. Come si fa a non fremere un poco per parole così, a non riflettere su radici, identità e sulla maniera vigorosa e gentile di coltivarle tanto da scrivere queste cose dinanzi a un nuovo inverno di prigionia, lontano da tutto e da tutti. Poi certo c’è anche dell’altro, la fede e la politica, il tema scomodo dei sequestrati e della fermezza a combattere la guerriglia. Ma la lettera che arriva dalla giungla colpisce soprattutto perché fa riflettere tutti su sé stessi. Famiglie e Paesi.

mercoledì 28 novembre 2007

Calcata low cost

Mi perdonino quelli, soprattutto i giovani degli anni 60 e 70, che conoscono bene Calcata. Due parole per dire che parliamo di un bellissimo borgo medievale a quaranta chilometri da Roma, costruito su roccia di tufo davanti a una spettacolare vallata boscosa. Ne ha passate tante, dall'emigrazione che l'aveva svuotato, alle storie commoventi di rifugio contro le rappresaglie naziste fino, appunto, agli anni sessanta e a seguire che ne fecero una sorta di comune “hippy” d'Italia. Artisti, figli dei fiori, girovaghi stanchi di viaggiare a un certo punto si passarono la voce di questo straordinario paesino isolato dal mondo e lì si ritrovarono, aprendo botteghe, circoli culturali, negozi di stoffe esotiche, sale dei mille tè. Andarci per caso in un piovoso sabato di novembre ha rinnovato i ricordi di una rivoluzione annusata solo da lontano ma anche il sottile disagio di vedere come il tempo macina le cose, ideali e piccole utopie private comprese. Una bandiera del “Che” sventola sempre all’ingresso del paese, i negozi alternativi ci sono ancora, le piccole terrazze per meditare sul senso della vita davanti allo strapiombo intatto sono lì. Ancora di più oggi, uscendo da Roma, dopo aver visto sfilare dal finestrino il flusso indistinto di concessionarie, centri commerciali, tintorie, sale per matrimoni, residence, palestre, solarium, ritrovarsi nel bosco a guardare Calcata che improvvisa spunta dalle rocce, fa bene al cuore e alla salute. Poi però, una volta dentro, l’atmosfera da isola felice, sarà stata anche la pioggia, lentamente scolora e lascia il posto a una malinconica messa in scena, in replica ormai da anni. L’idea libertaria ma anche al fondo un po’ egoista di ritirarsi a vivere tra simili rinunciando a sporcarsi le mani con le brutture del mondo, ora è un susseguirsi di piccolo e onesto commercio di sé stessa. E anzi, oggi, è proprio il mondo che chiede di continuarla, come l’articolo del New York Times, appuntato nelle bacheche di graziosi locali, che racconta la storia di questo rifugio dell’Etruria dove artisti e sognatori decisero di fermarsi, o i siti di compagnie aeree low cost che inseriscono Calcata tra le “pittoresche” località da visitare.
Così ci chiediamo, ora, se nella “comune” di Calcata si aprirà il dibattito sulla notizia che Viterbo, cioè la provincia cui appartiene l’arroccato borgo, avrà un suo aeroporto. Ci saranno i voli di linea e i charter che certo serviranno per offrire un’alternativa agli altri congestionati scali di Roma ma finiranno anche per catapultare ulteriori piccole e grandi carovane di turisti a visitare il paese del lontano da dove. Un bel dilemma per chi aspirava a una vita alternativa ritrovarsi sui depliant del tutto compreso.

mercoledì 21 novembre 2007

Altre italiane

Nella piccola hall dell’hotel Acropole archeologi, inviati, ingegneri, camionisti da deserto si fermano a riposare e leggere i giornali. Sono quelli che ognuno porta con sé e regala alla bacheca comune quando arriva a Khartoum, Sudan. Per cui può esserci il Financial Times di ieri, Le Monde di due giorni fa, La Repubblica che ci avevano dato in aereo, insomma, notizie non proprio freschissime ma non importa. Allora uno sfoglia i giornali e pensa all’Italia, citata solo una volta a proposito dello stop al campionato di calcio. Così gli tornano in mente gli italiani che ha incontrato qui in Africa in questi giorni e decide che si, vale la pena dedicare a loro questo biglietto perchè non hanno mai pensato di andare in televisione o su un giornale. Ne scelgo tre, capita che sono tutte e tre donne e scrivo subito il loro nome, Bianca, Gabriella e Francesca.
Bianca ha più di settant’anni e vive qui da quasi cinquanta. Quando la andiamo a trovare nella Casa delle suore comboniane ci accoglie con un sorriso come se ci conoscesse da sempre. Gli chiediamo se è difficile vivere qui e ci racconta che si, facile non è stato, soprattutto nei venti anni della guerra civile che aveva diviso il sud cristiano dal nord mussulmano ma che mai aveva perso la speranza in una convivenza possibile e oggi, nonostante tutto, il sogno si è fatto vicino. Vuole che la mattina dopo andiamo con lei nel loro ospedale. Era una struttura nata per madri cattoliche e straniere, oggi donne mussulmane, anche loro, vengono li a far nascere i loro figli. Ci porta in giro per i reparti, non si stanca mai, la salutiamo mentre spiega in arabo al nostro autista la strada che dobbiamo fare.
Gli occhi chiarissimi di Gabriella sono l’unica cosa che vediamo tra cuffia e mascherina ma anche lei parla e spiega, vuole che capiamo bene quello che stanno facendo ora. È la trecentesima operazione a cuore aperto, in una sala operatoria che forse nemmeno in Italia, e qui siamo nel cuore dell’Africa. Lei è anestesista alle Molinette ed è qui da tre mesi, fa il suo turno per Emergency e poi tornerà indietro. Forse racconterà agli amici di questo ospedale che sembra quello di dr.House solo che attorno c’è il deserto e quelli che hanno bisogno vengono operati, gratis.
Francesca la incontriamo, in mezzo al deserto. Nel senso che il campo tendato che dirige sta proprio sulle dune di fronte alle piramidi di Meroe. Ha ventisette anni, il padre la voleva in banca, lei ha studiato scienze naturali e voleva stare all’aria aperta. Ora ci sta davvero. Si è conquistata il rispetto di tutti quando ha chiesto a quelli che lavorano al campo di portarle tutti i tipi di insetti che capitavano a tiro, per poterli vedere da vicino. Italiane, altre italiane.

venerdì 16 novembre 2007

Quel film ottimista, volando verso l'Africa

Certe volte fa uno strano effetto il film visto su un aeroplano. In genere uno lo sceglie a caso, qualche volta decide di vedere quello che al cinema rimanda sempre e così capita che si ritrovi davanti a uno straordinario musical americano mentre vola in Africa ed ecco che l'effetto è assicurato. Si sta parlando di “Hairspray”, quello dove John Travolta interpreta irresistibilmente una madre, tenera e sovrappeso, sempre alle prese con i panni da stirare, un marito stralunato ma romantico e una figlia che torna da scuola di corsa per ballare in salotto, davanti alla tv. Ma attenzione niente a che vedere con le aspiranti veline di oggi. Quello di Hairspray non solo è un divertente affresco degli anni sessanta ma è anche un racconto nella migliore tradizione hollywoodiana, che mescola per bene gli ingredienti del sogno americano e ricorda a tutti da dove si era partiti, dall’idea che l’integrazione razziale, per esempio, fosse un valore da conquistare allora e per sempre. La storia ruota attorno a una trasmissione della locale tv che consacra i migliori ballerini della città. Prima era riservata solo ai bianchi poi, in un crescendo di trovate e personaggi, tra risate e lagrime, diventerà il palcoscenico della nascente società di uomini e donne tutti uguali. “Tv is black and white” è la battuta migliore del film, non la dice nessuno, è solo una delle scritte sui cartelli della spontanea manifestazione di protesta davanti agli studi dell’allora televisione in bianco e nero. Insomma un gran bel film e però, quando finisce, uno si guarda intorno, si ricorda che sta andando in uno di quei posti che l’America di Bush inserisce nella lista nera degli Stati di cui diffidare e allora prova un certo disagio. Non per la lista nera ma per quella America che sembra non esserci più. La fabbrica dei sogni che testardamente continua con i suoi uomini migliori a costruire storie positive può insomma provocare un effetto nostalgia sullo spettatore di oggi. La televisione per esempio, lì raccontata come luogo simbolo dell’integrazione, oggi è invasa dalle sequenze di guerre o dagli sproloqui di Bin Laden, rilanciate, le une e gli altri, da un punto all'altro del mondo, in un rincorrersi di paure e incomunicabilità. Così uno scende dall’aereo olandese nel paese africano, mette da parte la favola del film e in conto diffidenza per quello che può incontrare.
Poi capita di ritrovarsi una anziana signora che al tramonto, ai piedi di una montagna considerata sacra fin dalla notte dei tempi arranca verso di te, che sei a metà strada, per offrirti un dolcetto solo perchè tu prima, in cima alla salita, l’avevi salutata. Allora ti torna in mente il film e ti viene da pensare che abbia ragione Hollywood ad essere così testardamente ottimista.

mercoledì 7 novembre 2007

Buoni, cattivi e viceversa

A parte Biagi, che ha fermato tutti, ci sono state un paio di storie che hanno provato ad allontanarci dal frullatore dell’emergenza sicurezza che gira a tutta velocità ormai da giorni. La prima è stata la cattura dei due boss Lo Piccolo, padre e figlio. Le catture sono catture, in genere si riconoscono i buoni e i cattivi, ci sono quelli in uniforme, le sirene, le armi spianate, gli arrestati che si coprono il volto e così di seguito. Quella di Palermo è già quasi da repertorio classico di lotta alla mafia, il filmato della villetta circondata con il marchio “Questura di Palermo” ma soprattutto il trasferimento in carcere dei catturati, che ce li fa guardare in faccia, con il padre che si comporta diversamente dal figlio. Capelli bianchi il primo non cerca nessuno, non si nasconde ma non guarda, l’altro il giovane, vuole invece la telecamera, bacia e saluta chissà chi, forse già un possibile futuro pubblico tv. E attorno la folla che urla, insulti facili o liberatori, dipende dai punti di vista. Tutto regolare, tutto previsto. Meno regolare invece un’altra sequenza di cattura che arriva da lontano. Lahore è una città piena di storia, la capitale culturale del Pakistan. Da giorni ormai protestano contro lo stato d’emergenza dichiarato dal Presidente/Generale Musharraf. Gridano slogan, innalzano cartelli ma quello che colpisce sono giacche, camicie e cravatte che indossano. Vestono all’occidentale gli avvocati pakistani, scendono in piazza contro l’emergenza libertà, brutalmente ridimensionata dalle decisioni del capo dello stato pakistano. Vestono all’occidentale e vengono picchiati brutalmente, presi a calci e caricati a forza sulle camionette da uomini in divisa, ecco un’altra dissonanza, mescolati ad altri in tunica tradizionale, poliziotti e uomini dei servizi, il braccio veramente armato del presidente generale. Così l’Occidente, noi ma gli americani soprattutto, si sono ritrovati in tv, una chiarificatrice immagine di quello che è considerato da Bush l’alleato di ferro contro le minacce di Al Queda in Asia e dintorni. Nodo complicato quello del Pakistan tra democrazia e terrorismo, come pure quello della nostrana lotta alla mafia e alla camorra. La televisione a volte illumina, spesso confonde, vecchia regola resta sempre quella di aggiungere un buon libro per provare a capire. E allora su Pakistan e americani suggeriamo “Il fondamentalista riluttante” di Mohsin Amid, monologo immaginario al tavolo di un caffè di Lahore che va al fondo delle paure e delle diversità tra noi e loro, sulla camorra almeno i primi due dei “Dieci” (cosi è pure il titolo) fulminanti racconti su Napoli di Andrej Longo. Spenta la tv, libri, per provare a capire, ricordando Biagi.

sabato 3 novembre 2007

Avanti il prossimo, il sessantotto

C’è chi ha giocato d’anticipo e lo ha giubilato come l’anno che ha interrotto lo spensierato viaggio degli italiani verso la modernità, chi, come il direttore de Il Foglio, ha promesso che a partire dal primo gennaio, salterà direttamente dal 67 al 69, senza parlarne, ma questi sono solo diversivi. Il fatto vero è che l’industria degli anniversari è già inesorabilmente in moto, le rotative impegnate febbrilmente a stampare per tempo libri e le televisioni a rovistare nei repertori, tutti pregustando l’assalto alla vittima designata, quel 68 che quarant’anni fa fece parlare di sé come spartiacque di epoche e generazioni e che oggi non aspetta altro che farsi processare, con prevedibili sentenze di condanna che andranno da chi ne riconoscerà i tratti dell’ultimo tragico inganno dei totalitarismi del novecento (il libretto rosso di Mao nelle mani dei nostri ragazzi) a chi lo liquiderà come sgangherata e violenta variante della goliardia che lo aveva preceduto. Forse si salveranno le conquiste delle donne e l’eterna attenuante dell’avere vent’anni ma prepariamoci comunque all’ennesima ondata di discussioni e polemiche che sembra ormai, questo si, il tratto distintivo del paese, a stare a chi dovrebbe raccontarlo. Rivangare il passato, quale che sia l’intento, più o meno nobile, sembra infatti essere strada vecchia ma sicura per pubblicazioni e ribalte, o anche riflettori di un giorno .
Chissà invece se tutto questo macinare, calendario alla mano, quello che è stato, servirà a capire l’enigma dell’Italia di oggi, quella fotografata per esempio da Carlo Mazzacurati ne “La giusta distanza”: il Po ancora maestoso, una pianura padana che accoglie gli altri, siano essi maestre toscane o meccanici tunisini, li guarda innamorarsi ma poi di fronte ad un omicidio sceglie la via breve della condanna per quello venuto da più lontano. Oppure il brivido a vedere Genova silenziosa che continua a scorrere mentre il mondo crolla addosso alla coppia di “Giorni e nuvole” di Silvio Soldini che inchioda gli spettatori, stesso stipendio, stessa bella casa, stesso mutuo, a guardarsi allo specchio e a dire, è così che può succedere. Ecco, se la macchina degli anniversari si fermasse, se cambiassimo direzione, se si provasse, come hanno fatto i due bei film, anche a indagare il presente, forse non troveremmo lo stesso la strada ma almeno non staremmo fermi, a fare saltelli sul posto. Quanto al 68, lasciamolo ai ricordi, fossero anche solo quelli piccoli, sfocati, di una sorella che a Milano si ritrovò ad occupare la Bocconi, di un fratello che a Roma tentò di disoccupare Legge, dietro altre bandiere e di un ragazzino che li aspettava a casa a Natale, in Abruzzo e che ora vi scrive.

mercoledì 17 ottobre 2007

Le Primarie che verranno, se verranno

Avranno già sistemato i piccoli paraventi di cartone nel ripostiglio, buttati no, che non si sa mai. Avranno riposto con cura nei cassetti i registri e le liste di chi ha partecipato e riorganizzato la sala per vedere la prossima partita. Sui muri le liste dei candidati erano affisse tra il poster di Totti e il calendario del campionato, che si faceva fatica a trovarli ma solo per chi aveva fretta e domenica nessuno aveva fretta. È la seconda volta che vedo votare in un circolo di tifosi di calcio e spero che non sia l’ultima. Perché anche questa cosa dei luoghi dove sono andati, o meglio tornati, i tre milioni e passa di italiani delle primarie ha un suo piccolo senso. Certo, sezioni di partiti ma anche librerie, ristoranti, tende, club dei generi più vari, aperti tutti i giorni della vita e anche quella domenica lì. Posti dove le persone si incontrano e dove, prudenti, tranquille, senza rulli e tamburi hanno dato, per la seconda volta, un segnale a tutta la politica e indicato una strada, una possibile via d’uscita, forse addirittura un metodo. In fondo gli italiani delle primarie hanno inventato un soggetto nuovo, a metà strada tra il vecchio militante, il funzionario, il consigliere, l’assessore, insomma i professionisti della materia e l’elettore classico, chiamato al voto tra opinioni sempre meno ragionate e interessi sempre più indefinibili, nel rombo di campagne politiche o amministrative da finta e immobile ultima spiaggia. A ben vedere, le primarie dimostrano invece che non è un’utopia invitare milioni di persone a scegliere, oggi un segretario, domani chissà. “Aspettatevi decisioni che vi sorprenderanno, aspettatevi discontinuità” frasi ripetute dopo il trionfo, dal duo di testa Walter e Dario. E allora proviamo l’azzardo, diciamo l’indicibile, che le primarie diventino uno strumento costitutivo del partito nuovo e della buona politica, che i tre milioni siano chiamati tutte le volte che su una questione importante il nuovo partito non riesca a trovare la strada. È vero, i Democratici scommettono sulla sintesi tra le culture, le identità, le provenienze, avranno le loro assemblee, i loro dirigenti, le loro discussioni. Ma dovesse succedere che su una scelta importante la nave si incagliasse su vecchi scogli, non sarebbe male ricordarsi che dietro, silenziosi ma testardi ci sono quei tre milioni che se invitati pacatamente hanno risposto, “eccoci”. Basterebbe chiamarli a scegliere per decidere, a maggioranza, la via maestra della democrazia. “Rispondo a quei tre milioni” altra frase di Veltroni nella notte del trionfo. Ecco, appunto, a quelli del club della Roma, a Monteverde vecchio, tenete sempre pronti i paraventi di cartone, se ci fosse bisogno.

giovedì 11 ottobre 2007

Italiani a New York

Sarà stata la visione di Mastella con lo sfondo dei grattacieli, lunedì sera a Porta a Porta, o quello che diceva riferendosi alla sfilata per il Columbus Day, “qui mi conoscono in tanti”. Fatto sta che ci è tornato in mente l’archivio storico del New York Times e la benemerita decisone di renderlo totalmente free. Tutti gli articoli del prestigioso quotidiano accessibili, dal 1981 ad oggi, basta cercare. Si può scavare come in una miniera o anche giocare e vedere l’effetto che fa. Scegliamo di giocare e digitiamo i nomi di quattro uomini politici italiani, diciamo tra quelli che più riempiono le pagine dei nostri giornali, tipo Prodi e Berlusconi, Fini e Veltroni. Vogliamo vedere quando è stata l’ultima volta che il NYT si è occupato di loro e a che proposito. Cominciamo dal capo del governo in carica, l’ultima citazione per Romano Prodi è dell’8 ottobre, riguarda gli incontri avvenuti in Kazakhstan per il giacimento sotto il mar Caspio, l’Eni rischia di essere tagliata fuori, Prodi incontra il presidente Nazarbayev e forse qualcosa ottiene visto che il NYT titola così “il leader kazaco attenua la tensione sul progetto petrolio”. Più o meno un capo di governo che prova a fare il suo lavoro, un po’ grigio, un po’ concreto, insomma Prodi. Veniamo agli altri. Preparatevi. L’ultima traccia del Cavaliere risale al 27 settembre e arriva da fonte imprevedibile, “la nostra esperienza multietnica è nata dopo il governo Berlusconi e la sua legge anti immigrazione”. A parlare è il direttore dell’orchestra di Piazza Vittorio, Mario Tronco, intervistato dal NYT all’indomani dell’impensabile trionfale concerto al Teatro dell’Opera. Quando si dice l’ironia. Digitiamo “Fini”, si torna molto più indietro, l’ultima volta che il NYT ha scritto il suo nome è stata l’estate di un anno fa, il 25 giugno 2006, a proposito delle disavventure del suo portavoce “Mr. Sottile, who works for Gianfranco Fini”, in un lungo articolo che riassumeva la storia delle intercettazioni telefoniche e derivati, poi, fino ad oggi, nient’altro. È la volta di Veltroni, il politico americano per eccellenza, andiamo sul sicuro. Clic. “A Roma, un nuovo rituale su un vecchio ponte”, 6 agosto scorso, l’ultima citazione per il sindaco di Roma riguarda i lucchetti dell’amore di ponte Milvio. Però, questi americani. Non abbiamo giocato con il nome del Ministro della Giustizia che di questi tempi sembra brutto ma abbiamo fatto un ultimo tentativo, abbiamo scritto “italian”, cerchiamo l’ultimo italiano segnalato, è venuto fuori Claudio Magris, “the italian novelist”, dato come favorito al Nobel per la Letteratura. Siamo qui, con il suo “Infinito viaggiare” tra le mani, a incrociare le dita.

p.s. Poi ha vinto Doris Lessing.

mercoledì 3 ottobre 2007

Voti d'autunno

Ottobre tempo di votazioni, in Italia. Ce ne sono di tutti i generi, come i film. E come le pellicole ci sono quelle che ti emozioni, quelle da seguire con attenzione, quelle che aspetti il colpo di scena, quelle che non hai capito il retroscena, quelle che vorresti uscire dal cinema prima del tempo. E come a un festival le storie si accavallano e i più bravi, tra critici e spettatori, cercano sempre di trovare un filo comune, un’atmosfera, uno spirito dei tempi che le tenga tutte assieme. Qualche volta riesce, molto più spesso no e allora meglio fare un elenco, con impressioni a margine. Cominciamo dalla votazione autunnale per eccellenza, quella della legge Finanziaria. Film tragicomico per definizione, questa volta con venature accentuate di thriller per via dei numeri, in programma da oggi sullo schermo del Senato. In genere, ogni anno, con qualunque governo, a proiezione finita e sala chiusa cominciano i commenti del tipo, mai più una votazione così, il meccanismo va riformato, non si può votare a scatola chiusa una legge così importante. Quest’anno, previdente, il Presidente della Repubblica ha giocato d’anticipo e queste cose le ha dette prima. Servirà a qualcosa? Facile rispondere, no. Anzi tutti si preparano a recitare il copione con la scena della corda tirata fino al limite e la battuta che, se si spezza, la colpa è sempre di quell’altro. Cambiamo sala, dal Senato a Mirafiori, qui, se permettete, il film è diverso. Si discute, come si farà in centinaia di fabbriche, se l’accordo fatto con il governo sul cosiddetto “welfare” cioè quello che lo Stato può e deve fare per aiutare i più deboli a tenersi in carreggiata sia da accettare o no. I toni sono aspri, gli operai si dividono su chi è deluso e chi dice è solo un passo ma nella direzione giusta. Ci sono anche paradossi di antica eleganza come il segretario dei metalmeccanici Fiom Rinaldini, contrario all’accordo che ha l’incarico di illustrarlo obiettivamente, l’accordo, nella relazione introduttiva all’assemblea. Ma il film è diverso soprattutto per il finale, perché quando si voterà, la maggioranza, alla fine, sarà la posizione di tutti i lavoratori, anche di quelli che, con passione, hanno perso la partita. Comunque vada, sarà una lezione per tutti, anche per quelli del film più atteso della stagione, le primarie del PD. I preparativi della megaproduzione hanno finora ottenuto qualche esito deprimente (pensate a Mussi, poi a Dini, Bordon, Angius e alle loro pattuglie vaganti) e sono stati almeno farraginosi per lo spettatore/votante comune. Qualcuno dovrà spiegargli, per esempio, perché ci sono tre liste tre che sostengono Veltroni e qual’è la differenza. Che almeno il giorno del voto ci sia il sole, come due anni fa.