
Wittgenstein, Benjamin e le coincidenze londinesi. Alzi la mano chi, scagli la prima pietra, cose così.



Mentre continua l’asta tra chi promette più sicurezza in vista del ballottaggio romano, io darei un cent per essere invece, in questi giorni, nei corridoi di Montecitorio o di palazzo Madama. Vorrei vedere chi fa gli scatoloni, vorrei seguirli per vedere dove li portano. Mi immagino i silenzi, gli sguardi, le pacche sulle spalle, i saluti mentre il rumore del nastro adesivo risuona nel palazzo ancora deserto. Ormai è una settimana che tutti, veterani o arruolati dell’ultima ora, si fanno domande e si danno risposte su quello che è stato. Non ci permettiamo di aggiungere nulla se non un dettaglio che ci ha colpito in questi giorni di autoanalisi collettiva via giornali e televisione. Un dettaglio nascosto nella catena di interviste a volti e nomi che ci erano comunque divenuti familiari, comunisti italiani, rifondazione, verdi, socialisti e rose nel pugno, sinistra democratica e arcobaleno, e poi anche le signore e i signori della destra e delle altre sigle dell’ultimo mese. Tutti attorno a loro, a chiedere perché, che cosa non avevano previsto, che cosa non avevamo capito. Faceva quasi tenerezza sentirli dire “ricominceremo” ma la cosa più singolare, il dettaglio appunto, era il senso di partecipazione che mostravano, anche senza volere, i cronisti che sapevano in cuor loro che quella sarebbe stata l’ultima volta. Già, l’ultima volta, ma per tutti. Non ci saranno più dichiarazioni da registrare, non ci saranno più telefonate da ricevere, non più decine di uffici stampa da chiamare, portavoce da sollecitare. Se la rivoluzione elettorale ha spazzato via due decine di gruppi parlamentari anche il mondo dell’informazione politica non potrà fare finta di niente. Ci sarà pure un po’ di sollievo in quelle redazioni, nei telegiornali ma non solo, dove da sempre gli equilibrismi per dare visibilità a tutti i rappresentanti del parlamento contribuivano a stressare oltremodo capi e redattori, ma col passare dei giorni si dovrà pur pensare a qualcosa da fare. Non si potrà più riempire la pagina o i minuti con la guerra delle parole tra questo, quello e quell’altro ancora, attenti solo a che non manchi nessuno, perché tra le cose chiare dette dal voto ce n’è sicuramente una: d’ora in poi quelli titolati a parlare, secondo la vecchia logica delle dichiarazioni contrapposte, si riducono, al massimo, a quattro o cinque. Chissà allora che non sia questa la volta buona per farsi qualche domanda su come la raccontiamo, la politica, su quello che noi giornalisti abbiamo capito di quest’Italia che ci cambiava sotto gli occhi mentre eravamo impegnati a raccogliere parole di partiti che poi sarebbero scomparsi o ripetere all’infinito quelle dei vincitori o dei loro concorrenti. Chissà che non si decida per esempio che i cronisti politici d’ora in poi, anziché restare chiusi nelle sale stampa aspettando la frase da non perdere, vadano loro a scoprire che ci sono gli operai che votano Lega, a perlustrare gli umori delle periferie dove italiani impauriti combattono contro stranieri disperati, a capire se e dove si accendono le spie del malessere e della voglia di protezione che questo paese ha segnalato con il voto. Qualcuno ci sta provando in questi giorni, fioriscono inchieste lampo sulla Padania, è tutto un incitare, torniamo in strada, andiamo sul territorio ma temo che non durerà.
Montezemolo, prima di uscire, attacca violentemente i sindacati. Contentissima la Marcegaglia, appena entrata.
Berlusconi apre all'Aeroflot. Ve lo dico subito, basta, non si può andare avanti cosi. Mi finiscono i post-it.
Gaza. Fadel Shana, 23 anni, operatore della Reuters, riprende il colpo che lo ucciderà. Sparato da un carro armato israeliano.



Bruce appoggia Obama con una lettera firmata in prima pagina sul suo sito. Bello, soprattutto il sito.
Dipende da quando leggerete, più o meno mancheranno poche ore all’inizio dello scrutinio. Potrete scegliere tra decine di maratone elettorali, studi tv illuminati a festa o forum via internet, ospiti eccentrici o tradizionali, insomma ce ne sarà per tutti i gusti, elezioni minuto per minuto, ma solo a partire da dopopranzo, dalle tre in poi. Fino ad allora che fare? Come smaltire l’ansia dell’attesa? Potete fare l’ultimo tentativo con quell’amico che stavolta vacilla e non va votare oppure staccare telefoni, computer e uscire, anche solo per un po’ d’aria. In questo caso ci sarà una sosta al vostro bar preferito, prenderete questo giornale ed ecco che vi ritrovate qui, a leggere la storia del seggio numero 85, l’ultimo scrutinio che ho visto.
Se le promesse sono promesse e se gli italiani ci credono la vedo dura per il palazzo Chigi. Il primo Consiglio dei Ministri si farà a Napoli e non mi muoverò da lì fino a quando non sarà di nuovo linda e pinta, dice Berlusconi. Il secondo Consiglio lo faremo a Malpensa, dice Maroni, e non stiamo qui a prevedere quando si muoveranno da lì, il tempo che ci serve. Confidiamo nel fatto che, dovesse vincere Veltroni, non fosse che per abitudine, una riunione a Roma ogni tanto la farà ma insomma il fine settimana politico, a meno di una settimana dal voto, se si esclude che si litiga su come sono fatte le schede e che Bossi vuole prendere i fucili, non ha brillato più di tanto. Invece la notizia c’era, non era fresca certo, non era nemmeno sicura ma è di quelle che la politica, soprattutto in campagna elettorale, fugge come la peste. È la storia della crescita zero. Badate non è storia di giornata, perchè da mesi ormai riecheggia nelle discussioni tra economisti, nei computer dei mercati finanziari e soprattutto nei portafogli di tutti, ma certo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale che danno il mondo in frenata, l’Europa di più, l’Italia praticamente ferma quest’anno, sono lì. Pessimistiche, dicono in coro banchieri e ministri europei, ma nessuno nega il rischio e anzi -aggiungono- il peggio deve ancora venire. Ora fin qui si sono usate per l’argomento parole comuni, come rischio, pessimismo, crisi, insomma quando si parla di crescita zero questo è il lessico, non si scappa. Provate invece a chiudere gli occhi un momento e a dire: crescere ma fino a che punto? Correre per andare dove? Azzardate ora: e se fermarsi un momento fosse utile anche a pensare la direzione migliore da prendere? Lo so che si rischiano più fischi dell’ultimo Ferrara a fare ragionamenti così e però ci si prova lo stesso, anche usando strumenti alla rinfusa, tutta roba reperibile durante il week end, nessuna primizia insomma, solo un libro, un film e qualche ricordo. La storia della crescita zero comincia con le pagine de “la paura e la speranza” scritto da Giulio Tremonti, si proprio lui, l’ex o il futuro Ministro dell’economia. Quelle dedicate alla paura sono illuminanti, feroci con il capitalismo di oggi, le sue degenerazioni in idolatria del mercato, con le superbanche universali e irresponsabili, con una società che ha generato il mostro del consumo totalizzante “come se l’universo fosse un supermercato, stiamo consumando il futuro dei nostri figli” e va sempre peggio “stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini”. E se ci sono, sono bambini come Lara, la figlia della centralinista del call center nel bel film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti” abbandonata ore davanti alla tv aspettando che il cellulare vibri (la telefonata costa) per sapere se la mamma sta tornando. Il mega centralino di Virzì sembra la sala macchine della società mercatista lucidamente descritta da Tremonti che corre disperata verso il nulla. E qui che arrivano i ricordi. Vecchi di anni, nomi e ragionamenti come quello di Ignacio Ellacuria, gesuita, uno dei protagonisti della Teologia della Liberazione, un movimento che mise a soqquadro per un po’ il mondo cattolico, la Chiesa schierata apertamente dalla parte dei più deboli. Ellacuria parlava di “civilizzazione” della povertà, come risposta al fallimento della globalizzazione che non sarebbe riuscita a dare ricchezza a tutti. Scegliere cioè la sobrietà, non come impoverimento universale ma come stile di vita degli uomini e del mondo. Ellacuria fu assassinato nella sua università in Salvador, assieme ad altri cinque gesuiti professori. Era l’89, cadeva il muro di Berlino ma resistevano i generali sudamericani. Quasi vent’anni dopo siamo qui, con le carte rimescolate dalla storia ma con il mostro più vivo che mai. Crescere senza sapere perché. (da DNews)
Sarà un romanzo a puntate la storia del Tibet e della Cina, un giallo in crescendo almeno fino all’agosto di quest’anno. Poi gran finale e copie al macero ma per ora è lì che tiene tutti sulla corda. Intanto perché i personaggi sono avvincenti, il Dalai Lama che prega e lancia appelli al mondo, i monaci in tunica rosso bruciato che prendono bastonate dalla polizia (e qualcuno più giovane risponde anche) e poi perché c’è il gigante che davvero è diventato l’incubo del mondo e da qualche anno ormai lascia tutti stupefatti, da qualunque lato lo si guardi, qualunque sia il punto di vista. I balbettii e i tentennamenti che governi e paesi hanno quando devono confrontarsi con la Cina, fossero i dazi per fermare le invasioni commerciali o le proteste per i diritti umani, sono ormai rivelatori di un complesso d’inferiorità che va molto oltre il realismo politico o il velleitarismo impotente di fronte al colosso da più di un miliardo di uomini e miliardi di dollari investiti dovunque. C’è qualcosa di più inquietante nell’Occidente che si ferma e barcolla dinanzi alle posizioni di Pechino, quasi il timore di ammettere che la Cina possa essere in realtà nient’altro che la prossima puntata del mondo, quella che ha portato a sintesi brutale le ideologie che ci hanno dilaniato il secolo scorso e che invece, tra i grattacieli di Shangai e la diga delle Tre Gole, sembrano oggi risorgere a nuova e devastante vita. Perché -proviamo a dirlo- la Cina ormai non è più soltanto l’ultimo dei grandi stati comunisti ma è forse il primo enorme prototipo del capitalismo che sta vincendo, quello che in nome di scelte pianificate da oligarchie senza controlli, decide del futuro di tutti, cinesi e resto del mondo. È questa la fascinazione del gigante, che tutti trattano con prudenza e una sacca gonfia di retropensieri. Vuotiamola la sacca e scopriremo per esempio che molti sognano ad occhi aperti la capacità di decidere che la Cina esibisce in tema di grandi, sarebbe meglio dire gigantesche, opere pubbliche. Non c’erano comitati nei villaggi delle Tre Gole quando un milione di persone hanno dovuto abbandonare le case per far posto all’acqua devastante della diga. Oppure le straordinarie performance dell’economia, una crescita con numeri che da noi si sognano la notte ma lì non ci sono sindacati a discutere orari e contratti. E ancora i consumi invogliati, le mode, gli accessori, in tutto e per tutto simili al nostro mondo, semmai moltiplicati per mille, e di fatto usati per evitare che ci si occupi di altro, pensare per esempio, o distrarsi con le opinioni. E infine sono più di un miliardo, un oceano di consumatori e chissà che non ci scappi un affare, uno scambio, un commercio, anche se solo uno su cento fosse ricco, sarebbe come se tutti i romani e i milanesi fossero milionari. Insomma a guardar bene la Cina di oggi sembra un gigantesco supermercato geneticamente modificato e in continua espansione, senza nemmeno la fatica di quella cosa ingombrante e farraginosa che si chiama democrazia. Ecco perché lascia tutti con mezze parole, al massimo sommessamente la si invita alla moderazione, perché è come se fosse uno specchio in cui si riflettono gli incubi del nostro passato mescolati agli idoli del nostro presente. Lo so che adesso si dirà, ma no non è vero, guarda il Tibet, guarda la rivolta che cresce e che non riescono a imbavagliare. Lo so, spero anch’io che questa volta la straordinaria potenza organizzativa cinese, applicata ai giochi come alla repressione, al mercato come alla censura, agli affari come alla pena di morte, si inceppi per uno di quei casi della storia. Resterà sempre il dubbio che alla fine noi, tra timore e segreta ammirazione, guardiamo paralizzati il gigante perché ha trovato la famosa terza via e però, come direbbe il santone di Guzzanti, è quella sbagliata. (da DNews)
Meno di tre settimane e poi sapremo come va a finire. Chi vince chi perde, chi entra chi resta fuori. Noi avremo partecipato con la nostra X su una lista senza nemmeno aver letto un nome, perché come ormai tutti ci siamo detti dappertutto, non serve a nulla leggerli visto che la X non può preferire questo o quel nome, ma solo questo o quell’elenco di nomi e la differenza fra entrare e restare fuori sta nel posto che gli hanno assegnato, il quarto, il decimo e cosi via computando, da quella graduatoria dipende la sua sorte. Grosso modo abbiamo capito che ci sono tre tipi di numeri, i numeri primi secondi o terzi (dipende poi da quante X prende l’elenco) che sono praticamente sicuri di entrare anche se non vanno a bussare a nessuna porta, distribuire nessun volantino, nemmeno uscire di casa devono, solo aspettare i risultati in tv. All’opposto ci sono i numeri ultimi, penultimi e via a salire, nemmeno loro devono fare nulla, sanno già che non entrano, hanno detto sì all’elenco per ragioni varie, nobilissime, meno nobili o fate voi, sorridono agli amici e ai colleghi, facendo capire che è stata una scelta d’affetto, di pensiero ma insomma pure questi alla fine staranno davanti alla tv ad aspettare i risultati senza patemi d’animo. Poi ci sono loro. Difficile parlarne senza un filo di imbarazzo, che quasi trascolora in malinconia. Sono quelli destinati ad una fatica inenarrabile, senza nessuna certezza se non quella di correre, sbracciarsi, dannarsi perchè ogni X guadagnata all’elenco potrebbe fare il miracolo. Sono i numeri traballanti, a rischio, quelli che stanno a cavallo tra l’ultimo nome certo di diventare onorevole e il primo dei maledetti destinati a vedere da fuori il portone che si chiude. Queste settimane sono il loro momento di gloria e dannazione, di vertigine tra il volo e l’abisso. Sono proprio loro quelli che sudano per organizzare i convegni dove (forse) verranno i big, che si prestano alle interviste e ai comizi più improbabili nella provincia profonda. Vi verranno a cercare, questi candidati con i numeri appena sotto la linea di confine, chiedono la X per il simbolo, lo devono fare perché è la loro unica speranza. Parenti amici colleghi forza decidetevi, fate il miracolo. “Se il nostro elenco va forte vinceremo e il paese cambierà” -dicono ad alta voce-, se va forte -pensano ma non sta bene dirlo- anziché tre numeri, magari ne entrano quattro è il quarto sono io, quello che tutti davano per spacciato, quello che al partito guardano con commiserazione ché tanto non ce la farà mai. Parenti e amici, fatelo per loro, anche se non li potete scegliere, scegliete l’elenco, sì, proprio quell’elenco che non sapete chi, dove, come e quando l’ha deciso, con tanto di saluti ai gazebo e alle primarie. Ecco, è così che siamo ridotti.
Quello che colpisce di più è il silenzio, di Napoli. Lo so che non sono titolato, non sono nato lì e non ci vado da diversi anni, forse non è nemmeno questo il giornale giusto per dirlo, perché loro, i napoletani non possono averlo tra le mani e buttarlo via incazzati dopo aver letto ma lo ripeto, quello che colpisce di più è il silenzio. Non ci possiamo rassegnare soltanto alle parole della signora che esce di casa con il sacchetto in mano, incontra il microfono del tg e dice “non ce la facciamo più”, poi indica la montagna di spazzatura che si è formata fuori la porta e lì getta il sacchetto, il suo. Non ci possiamo rassegnare nemmeno ai tentativi del neo assessore al turismo della Regione che da qualche imprecisata fiera rassicura che tutto è a posto e si può andare in vacanza sul golfo. Non sono queste le parole che aspettavamo da Napoli, e non le vogliamo nemmeno dai politici, che speriamo tacciano per pudore. No, quello che colpisce, e spero di sbagliarmi, che qualcosa mi sia sfuggito, è il silenzio di quella città che abbiamo sempre considerato pezzo di corpo e anima del nostro paese. La Napoli degli scrittori, degli intellettuali, degli artisti, uso con sfrontata semplificazione queste parole, sta in silenzio, muta, di fronte a questo ennesimo andirivieni del degrado.
Cinque anni fa, tra inverno e primavera, si bombardava Baghdad. Mai un anniversario sembra così lontano nel tempo, rimosso dalla memoria. Come gesto, come evento si tende a dimenticarlo, si è trasformato invece in una sorta di assuefazione alla morte e alla violenza, in quella città e non solo. A mettere assieme le agenzie di oggi, mentre scrivo, si fa rassegna di un doppio attentato in Pakistan, kamikaze a Lahore culla della cultura e della storia di quel paese, soldati americani uccisi in Iraq, l’Onu che fa il bilancio delle vittime in Afghanistan, ottomila solo nel 2007, millecinquecento civili, attacchi suicidi passati in un anno da 120 a 160; la Gran Bretagna che fa i conti delle sterline spese finora, bruciati dieci miliardi per mantenere soldati tra il Tigri e l’Eufrate e ai piedi delle meravigliose montagne afgane dell’Hindukush, spesa raddoppiata nell’ultimo anno. Solo ad allargare lo sguardo si intravede poi il tragico confine tra Gaza e Israele, i razzi lanciati da una parte, bombardamenti e carri armati dall’altra e ancora, l’instabilità pericolosa del Pakistan e l’enigma iraniano alla vigilia di elezioni tutte da decifrare. Insomma il quadro non è per nulla colori pastello e paesaggi rassicuranti eppure si fa fatica a fare un bilancio, a tirare le somme di quella sventurata guerra che durò tre settimane, a stare agli annunci di Bush, e che invece si è trasformata in un progressivo slittamento delle visioni del mondo, insinuando nella vita quotidiana di tutti l’idea che il peggio può sempre arrivare e che dunque i danni collaterali vanno presi come inevitabili.
Oggi si riuniscono i signori dell’Opec, con il petrolio sopra i cento dollari c’è poco da scherzare. Fior di analisti sbattono la testa per spiegare chi ci guadagna e chi no, perché quando cresce il greggio è automatico, sale il prezzo della benzina ma il contrario non succede quasi mai. E così tornano di moda i servizi dei tg confezionati al distributore più vicino alla redazione, dettagli delle pompe, mani che si passano euro, e soprattutto automobilisti stressati. Brevi commenti sonori “e chi si può permettere il pieno oggi” oppure “io metto sempre venti euro” e via a raccontare una elementare contraddizione del nostro tempo: siamo tutti legati mani e piedi, ruote e frizioni, a quell’arnese che si chiama automobile. Arnese talmente diabolico che costa sempre di più, sia comprarlo che muoverlo, ma nessuno osa metterlo in discussione. Totem contemporaneo che le ha passate tutte, simbolo di stato o di riscatto sociale, rifugio o bunker per proteggersi dalla giungla metropolitana, basta andare a fare il pieno in un distributore per osservare quanto ha trasformato il mondo. Pensate solo ai dettagli, a quelli che si mettono in fila al “servito”, anche se il “fai da te” è vuoto perchè non sia mai che si dica che uno pensa al centesimo, oppure quelli che vanno di fretta e non sopportano gli altri che davanti a loro si fanno controllare ogni giorno le gomme e lustrare i vetri anche se sono puliti. Insomma il distributore di benzina è davvero uno specchio del mondo. Ma fortunatamente non è l’unico.
Alla fine non so se Sabir è davvero andato a votare. Quando l’ho incontrato in una delle corsie dell’ospedale di Rawalpindi era deciso a farlo. Doveva solo capire se, con la gamba destra amputata dopo l’attentato, sarebbe stato dimesso in tempo. Sabir è un commerciante di frutta, era attorno all’auto blindata di Benazir Bhutto quando l’esplosione squarciò l’aria e almeno trenta persone, senza contare quelle come lui, mutilate più o meno indelebilmente. Le elezioni in Pakistan furono rinviate dopo la strage del 27 dicembre, si è votato dieci giorni fa. Quasi pacificamente, quasi regolarmente. Così hanno sentenziato gli osservatori internazionali, americani ed europei in testa. Il partito del dittatore “democratico” Musharraf è stato travolto, ma non lui, almeno non per ora. Adesso è cominciata a Islamabad, la capitale del paese meno trasparente del mondo, una lunga trattativa tra i vincitori, due storici nemici dell’ex generale, per capire quale sarà il suo destino.

Speriamo che porti bene a tutti. Dopo poco più di un mese ripartiamo da qui. Da quelle, queste (le nostre) e le altre elezioni. In America, in Italia e in Pakistan. Vi dovrei raccontare di come è andata a finire con Epolis. In realta c'è poco da dire. La strada, un bivio, uno, l'editore, va di là, molti di noi da un'altra parte. Ma può essere che i biglietti ricomincino a spuntare affissi qua e là magari di nuovo in qualche bar. Per ora cantiamo con Obama.