
domenica 20 giugno 2010
mercoledì 16 giugno 2010
La solitudine di Pomigliano
Per favore evitare di fare sproloqui storici sull'accordo per lo stabilimento Fiat. Ci manca solo questo agli operai di Pomigliano, la beffa di sentirsi protagonisti di una svolta epocale con la pistola puntata alla testa. giovedì 27 maggio 2010
Una, nessuna, centomila

La storia delle undici, dieci, varie Province da abolire a caso con la manovra, ma forse no, il "piuttosto aboliamole tutte" ma un'altra volta. Come si fa a stargli dietro, a questi statisti?
lunedì 24 maggio 2010
La faccia da mettere

Lui proprio non ce la fa, gli si storce il naso, gli trema la bocca, gli si imperla la fronte. Così per annunciare i sacrifici ha dovuto metterci la faccia Gianni Letta.
venerdì 21 maggio 2010
I liquidatori
Ora va bene tutto, l'antipatia, l'avversione politica, il puro e semplice rosicare ma vedere schierate tante penne a discettare della liquidazione milionaria di Santoro è sintesi perfetta ed aggiornata del concetto di ipocrisia. Soprattutto quando il giorno prima e il giorno dopo si continuerà a invocare il mercato, il talento, la concorrenza o la morte per la vecchia tv di stato. lunedì 17 maggio 2010
L'ultimo biglietto per DNews

Questo biglietto non sarà pubblicato su DNews, come da due anni a questa parte, perchè DNews come l'avevo conosciuta non credo ci sarà più. Lo scorso veek end, a mercati chiusi si direbbe oggi, a giornale chiuso in realtà, hanno licenziato in tronco Antonio e Gianni Cipriani i due direttori. Che poi erano quelli che lo avevano inventato, che ancora prima avevano rinnovato con Epolis la formula della free press in un paese complicato come l'Italia. Ragioni di mercato, ragioni politiche non so, quello che so è che con i fratelli Cipriani mi ero inteso subito, poche parole erano bastate per collaborare sia la prima che la seconda volta, nessuna parola era più servita in quasi quattro anni di totale libertà di espressione garantita a me -che sarebbe poca cosa- ma soprattutto a qualche decina di giovani redattori che hanno creduto in loro. A tutti loro, i due direttori e la redazione, va il mio abbraccio e la mia speranza. Io lo so, prima o poi, carta, web, megafoni o quello che sarà, ci rincontreremo, perchè la strada è quella e va fatta insieme. (non pubblicato su DNews)
mercoledì 5 maggio 2010
Le strade di Atene

Lo dico subito, la Grecia non è un paese perduto nè a ferro e fuoco. Forse sarò completamente smentito dalle notizie che sentirete oggi arrivare da Atene, uno sciopero generale che fermerà trasporti, scuole, fabbriche, così titoleranno i giornali e tg, l'incubo della violenza e degli scontri, la capitale paralizzata dalla paura. E su questa storia della violenza che voglio spendere due parole. Quella nelle strade di Atene ha un che di teatrale e sceneggiato. Copioni scritti per telecamere e fotografi. Ho visto un corteo di professori che davanti alla polizia schierata facevano largo a qualche decina di ragazzi nero vestiti che non vedevano l'ora di entrare in scena. Lanciano bottiglie, insultano, la polizia reagisce una volta si una no, ci scappa una molotov, un paio di lacrimogeni e voilà il gioco è fatto. Foto, titoli e video on line. Ora la domanda e', noi giornalisti, dobbiamo seguire questo copione rituale o provare a raccontare un paese stordito che non sa quello che l'aspetta? Va bene, dicono nelle redazioni centrali, raccontate quello che volete ma cominciate dalle botte, dal fumo, se poi c'è anche il fuoco allora stiamo a posto. E così uno sta in mezzo a un cerchio che nessuno prova a spezzare. Lo sanno bene i ragazzi nero vestiti che se un giorno si ritrovassero soli, senza nemmeno un fotografo al seguito, piangerebbero disperati come gli infelici bambini che sono. (pubblicato su DNews)
giovedì 22 aprile 2010
Il postino aggrega sempre due volte
Complimenti a il post un aggregatore ben vestito da giornale. Poi ci sono le suole delle scarpe da consumare, ma quella ormai è una vecchia storia. Da anziani.
mercoledì 21 aprile 2010
Di nuvole, vulcani e giardini
Avremo già abbondantemente discusso al bar sugli effetti della nuvola vulcanica che dalla lontana Islanda ha paralizzato il mondo contemporaneo. Chi avrà detto della fragilità del nostro sistema di trasporti, chi si sarà spinto a riflettere sulla precarietà del nostro modo di vivere perennemente in bilico tra la velocità e la paralisi, chi avrà semplicemente cercato di tornare a casa nella maniera più tranquilla possibile. A me per esempio è capitato di avviarmi da Cracovia in Polonia dove ero a raccontare i funerali del presidente Kacinzky. Ho usato finora automobile fino a Vienna, treno fin qui - e vi scrivo adesso dall’aeroporto di Klagenfurt in Austria – ora forse aereo in direzione dei cieli italiani. E però in questo lento ritorno a casa il pensiero più volte è tornato ad un piccolo giardino polacco che ho visitato e al suo proprietario, un biologo dell’accademia delle scienze di Cracovia ora in pensione che da anni ha deciso di dedicarsi al lento divenire delle piante e dei fiori. Il modo in cui raccontava il passare del tempo visto attraverso i rami del suo abete argentato, ogni anno c’è un giro di rami nuovi, oppure come ti lasciava immaginare davanti ad uno scarno reticolo di arbusti senza foglie l’ombra e i frutti che verranno, pere da cogliere in estate semplicemente allungando una mano dal tavolo all’aperto. Ecco avrei detto questo, nella discussione al bar sulla maledetta nuvola del vulcano. (pubblicato su DNews)
mercoledì 7 aprile 2010
Primo premio un motorino

Si accettano scommesse solo per pochi spiccioli perché il gioco sarà breve ma sicuramente avvincente come una caccia al tesoro. Da ieri sono iniziati i preparativi ma la data da segnare sul calendario è quella del 15 di aprile quando scatterà la corsa all’acquisto scontato. Si prevedono file di consumatori ai negozi di elettrodomestici e ciclomotori, più difficile scovare gli appassionati di motonautica. Ma quanti riusciranno ad aggiudicarsi il bonus sul motorino o sulla lavastoviglie, ce la farà poi qualcuno ad accedere allo sconto per rottamare addirittura una intera cucina, e come prevedere infine quanto sarà lunga la fila per acquistare motori fuori bordo per la barchetta di casa? Ora non possiamo noi elencarvi le istruzioni dettagliate per accedere agli incentivi annunciati per rilanciare economia e consumi, ci servirebbe una mezza pagina di giornale grande formato, quello che possiamo fare adesso è esercitarci in una divisione semplice ma insidiosa: hanno stanziato trecento milioni di euro per l’operazione, gli italiani sono più o meno sessanta milioni, se tutti volessero qualcosa, toccherebbero più o meno cinque euro a testa. Ma il governo ha deciso che solo i più veloci e più pazienti, quelli abituati a resistere alle file ma anche capaci di esibire il documento giusto al momento giusto, solo quelli vinceranno. Perché lo sconto te lo devi guadagnare. Come una caccia al tesoro. (pubblicato su DNews)
mercoledì 24 marzo 2010
Pane acqua e bambini
Fossimo un paese normale in una campagna elettorale normale che deve eleggere amministratori di città, province e regioni magari potremmo appassionarci a storie come quella che arriva da un paesino in provincia di Vicenza, Montecchio Maggiore. Succede in quel di Montecchio che ieri l’altro nell’asilo comunale all’ora di pranzo, con i bambini seduti forchette e coltelli in mano, si scodella pastasciutta, secondo e contorno per tutti meno che per nove piccoli i quali si vedono depositare sul piatto un pezzo di pane. “Disposizioni del Comune” dicono all’asilo “le famiglie dei ragazzi non pagano la retta della refezione ormai da mesi” e quindi ecco l’avvertimento, pane e acqua fino a nuovo ordine. Ora immaginate la scena, il tuo vicino di banco inforca i bucatini e tu, occhi lucidi e pane nel piatto. Per fortuna, a quanto dicono le cronache, è scattata più o meno spontanea la solidarietà e i bambini con l’aiuto delle maestre si sono ridivise le porzioni offrendo agli sfortunati un poco del loro e così per quel giorno è andata. Ma il problema, a parte l’inutilmente crudele tentativo di soluzione, resta tutto lì, cosa sono i servizi sociali in un paese civile, come la crisi morde famiglie e comuni, che alternative ha un buon amministratore. Ecco, fossimo un paese normale avremmo avuto faccia a faccia dei candidati anche sulla storia di Montecchio, invece di dare i numeri su Piazza San Giovanni. (pubblicato su DNews)domenica 21 marzo 2010
Monteverde vecchio
Oggi davanti al Piccolo bar di piazza Ottavilla una signora anziana e con qualche problema di memoria di ritorno dalla messa chiede ad un signore che abitualmente presidia il locale "mi scusi ma il cappuccino l'ho già preso oppure no?" "No signora, glielo posso garantire, questa mattina è andata diretta in chiesa" "grazie" risponde la signora e contenta entra ad ordinarlo.mercoledì 10 marzo 2010
Le loro elezioni e le nostre
Già l’altra volta, qualche anno fa, quando gli uomini e soprattutto le donne irachene si misero in fila sfidando razzi e bombe per andare a votare provammo un senso di orgoglio e di imbarazzo misto assieme. Il loro coraggio a sfidare la paura di morire per andare deporre la scheda nell’urna, quelle foto sorridenti in cui mostravano il dito bagnato d’inchiostro, prova inconfutabile del voto che li rendeva anche bersaglio della violenza, ci investiva in qualche modo di responsabilità. Avevano scelto di provare la nostra strada, quella della democrazia, pur avendo ancora soldati stranieri per le strade e una guerra portata in casa che, giusta o sbagliata, ha fatto morti a migliaia. Questa volta le scene si sono ripetute, le file, le dita inchiostrate, i volti sorridenti ma anche concentrati a leggere per bene nomi e cognomi dei candidati sulle liste nei seggi. Come se questa seconda prova di democrazia fosse più sacra della prima. Ecco allora che cresce in noi l’imbarazzo. Probabilmente non sapranno nulla di decreti salva liste, di panini fuori tempo massimo, dello scempio barbarico che qui si prova e si riprova a fare delle regole di quella stessa democrazia che le donne e gli uomini d’Iraq hanno scelto guardando anche a paesi come il nostro. Certo sarebbe difficile spiegare loro che cosa è il Tar del Lazio, meglio sperare che questi giorni italiani passino inosservati. Almeno a Bagdad. (pubblicato su DNews)
mercoledì 3 marzo 2010
Lettera a quelli delle Tribune

Cari colleghi adesso tocca anche a voi.
Ieri, nonostante tutto, sullo stesso palco, a dire la loro, c'erano Michele Santoro e Bruno vespa. Noi eravamo giù assieme a tanti o pochi altri a fare quello che potevamo per denunciare il rischio che corriamo tutti. Essere cancellati come fastidiosa ipotesi di una opinione pubblica che ancora prova a fare domande alla politica.
Se davvero toccherà a voi sostituire i programmi di informazione con le interviste ai partiti allora ricordatevi quello che sostituite. Potete rispondere, "no grazie". Potete aggiungere "se volete comunicate i vostri programmi senza contraddittorio fatelo da soli", oppure "se volete domande del tipo 'che progetti avete per l'Italia?' chiamate i vostri portavoce".
Scegliete voi la formula o inventate quella che volete, ma sappiate che è il vostro momento e che, se Vespa e Santoro sono riusciti a salire sullo stesso palco, contiamo un poco anche su di voi.
Angelo Figorilli
p.s. questo vale anche per i colleghi dei giornali che di buon grado si prestano a riempire le sedie delle tribune elettorali. Quanto a noi dei telegiornali, proviamo, in questo mese di passione, ad elencare i fatti. Per le domande vere prima o poi verrà il tempo e la speranza ci fa ancora compagnia.
lunedì 1 marzo 2010
venerdì 26 febbraio 2010
Surrealismi

Nella sentenza del processo Mills che prescrive il reato di corruzione si condanna comunque l'avvocato inglese a pagare 250mila euro per aver recato danno all'immagine dello Stato. A chi? A Palazzo Chigi.
mercoledì 24 febbraio 2010
Managers

Non è mai facile scrivere di chi decide improvvisamente di farla finita. Non è facile perché c’è sempre l’ombra di quello che si annida nella testa, nel cuore delle persone e che non vediamo, non sentiamo, non possiamo sapere. Qualche volta però riusciamo a intravedere. Come nel caso di Paolo Trivellin, piccolo imprenditore di Noventa Vicentina, provincia di Padova, titolare di una ditta edile, la Tri-intonaci che si è tolto la vita e ha scritto quattro lettere. Due ai figli, una alla compagna e l’altra al socio perché da sei mesi non riusciva a pagare i suoi venti operai, perché tutto gli era crollato addosso, i debiti, la crisi, il fantasma del fallimento. Nella lettera al socio, Paolo si assume tutte le responsabilità degli errori, dei rischi, delle scelte sbagliate. Si scusa per questo, si scusa perché la sua ditta non era più in grado di andare avanti e lui non aveva saputo guidarla. Questa notizia arriva mentre altre rimbalzano, mandato di arresto per Silvio Scaglia, considerato uno dei manager più brillanti di questo paese, almeno nelle cronache dorate degli anni scorsi, che delle telecomunicazioni, delle fibre ottiche, delle bande larghe aveva fatto il suo regno indiscusso. Ora l’accusano di riciclaggio per milioni di euro e certo saprà difendersi. Resta la malinconia per le lettere di Paolo, un manager che faceva intonaci, che non riusciva più a pagare i suoi venti operai e che se ne andato chiedendo scusa. (pubblicato su DNews)
domenica 14 febbraio 2010
Quel giorno che provammo a salvare il Balilla
Questa è una storia di tanti anni fa, scritta su "il vaschione" un foglio della mia città che tanto mi ricorda il tempo che scorre ma non passa e non ho ancora deciso se sia un bene oppure no.
L’sms arriva di prima mattina, secco, mentre sto facendo colazione. Devo sbrigarmi, devo andare in redazione, Saxa Rubra, dall’altra parte di Roma. Ormai questo è un percorso stradale che conosco a memoria. Come a memoria ricordo quel giorno, l’anno davvero non saprei, in cui partimmo per salvare il cinema Balilla. Era un giorno importante davvero, avevamo preparato tutto per bene, bisognava solo portare il progetto e incrociare le dita. Non ero solo, mi accompagnava il mio amico Paolo Di Fonso, che già lavorava sodo, a quell’epoca, nel distributore di benzina del padre ma sotto sotto ancora pensava, a quell’epoca, che prima o poi avrebbe fatto altro.
Andare a Roma a incontrare Renzo Rossellini, fratello di Isabella, figlio di Roberto, già la cosa in sé metteva soggezione, in più doveva essere anche un viaggio d’affari, almeno per come li concepivamo noi gli affari, in quegli anni ottanta dove si mescolavano sogni, politica, ingenuità e primi tentativi di cercare un lavoro. Lui allora era diventato presidente della Gaumont Italia, succursale della multinazionale cinematografica francese, nemica giurata delle grandi case americane, ispirava forti aspettative soprattutto in quelli affascinati dal miscuglio di cinema indipendente e voglia di tenere accesa, almeno nella cultura, un’idea se non di rivoluzione, almeno di cambiamento, il rifiuto a mangiare sempre più e per sempre quello che il “sistema” (allora una parola così veniva usata per indicare in sintesi tutte le malefatte vere o presunte del libero mercato, oggi la si usa con più precisione per fortuna, come nelle inchieste sulla camorra) aveva cucinato per tutti. In più, dalle nostre parti, il rischio era addirittura quello di un digiuno totale, visto che il “sistema” aveva deciso di chiudere definitivamente mense e rubinetti, perché da tempo ormai, le tre sale cinematografiche della città avevano serrato ben bene i battenti. Il Pacifico, storico cinema dell’importante famiglia omonima, la sala Antoniana, dei frati omonimi e il Cinema Balilla, piccolo, piccolissimo locale, dal nome rivelatore almeno dell’età, che fu il primo a sprangare porte e spengere proiettori.
Dunque la situazione è questa, una utilitaria viaggia verso Roma con due delegati di una cooperativa giovanile che sognano un intervento, a metà tra il mecenatismo e l’innovazione intravista, che possa fare rinascere almeno il più piccolo dei tre schermi della città.
Qualcuno si chiederà, ma perché Renzo Rossellini avrebbe dovuto ascoltarli, e soprattutto come erano riusciti ad avere un appuntamento con lui? Ho detto delegati di una cooperativa giovanile, in realtà la storia di quel gruppo di ragazzi è più lunga e complicata, attraversa la politica e la provincia, nel suo piccolo la storia della città, Sulmona, e di quegli anni, specchio di storie più grandi e anche più difficili che si vivevano in tutto il paese. In quel periodo i vecchi partiti erano tutti lì, a Roma come in periferia, c’era il P.C.I., c’erano i democristiani e i socialisti, i liberali e i repubblicani, e poi c’erano quelli della sinistra extraparlamentare. Una galassia di facce, striscioni, sedi, volantini e ciclostili, che a ricordarla adesso non sai deciderti se fa più nostalgia o tenerezza. In mezzo a questa galassia di eskimi, sciarpe, megafoni e ideologie sommarie ma appassionate, a metà degli anni settanta, nacque una radio. Una scelta coraggiosa oltre ogni immaginazione per quelli che la fecero pensando fosse solo una continuazione del volantino con altri mezzi. Perché invece scoperchiò un mondo, quello della comunicazione, che oltre a essere una prateria sterminata, li mise di fronte a obblighi, doveri e turni, prove inedite anche per la loro sperimentata formazione di militanti della politica. Insomma la radio pretendeva che si stesse lì, ore al giorno, tutti i giorni, a ragionare, a dire cose e formulare opinioni anche quando, come dopo brucianti sconfitte elettorali, non si aveva nessuna voglia di comunicare ad alcuno alcunché. In più la radio non aveva un nome qualunque, perché si chiamava Radio città futura, come quella storica, bandiera della sinistra romana e in qualche modo, di quella storica, fu una specie di succursale, almeno nei primi tempi. Lo slogan “una, dieci, cento RCF” divenne praticamente lettera morta quasi subito ma una radio in provincia, sorella minore di quella fondata nella capitale, ci fu e fu quella dei ragazzi di Sulmona. Addirittura i romani ci regalarono il trasmettitore e fu in quella occasione, la consegna dello strumento fondamentale per avviare l’impresa, che i ragazzi abruzzesi incontrarono per la prima e forse unica volta Renzo Rossellini, allora uno dei fondatori della radio, assieme all’editore Giulio Savelli.
Dopo i primi mesi la collaborazione si allentò, la radio di provincia si ritrovò per mare da sola ma sempre sventolando la bandiera di un nome importante, almeno in quelle acque. E da sola sperimentò rotte creative per sopravvivere, stamparono un “radio scritto” con l’intento di ampliare il dialogo tra gli ascoltatori ma soprattutto di racimolare qualche soldo di pubblicità, si inventarono programmi radiofonici in collaborazione con la sede regionale della Rai; alla fine, e siamo quasi arrivati al viaggio verso Roma, si incrociarono con la disastrosa crisi dei cinema della città. La chiusura del Pacifico soprattutto fu il colpo letale che si doveva evitare, così i ragazzi della radio si inventarono una soluzione che dà l’idea dell’aria che si respirava a quel tempo. Si candidarono a riaprire una delle sale, convinsero i frati ad accettare il tentativo, proposero ai lavoratori licenziati dal Pacifico di riavviare le proiezioni. Ci furono faticose trattative con il sindacato, riunioni surreali nelle quali ci chiedevano di assumere i licenziati, a noi che non avevamo mai visto uno stipendio in vita nostra e che semplicemente volevamo mettere in piedi una specie di cineclub con una vaga, vaghissima idea di far tornare i conti. Comunque sia, per qualche mese il miracolo ci fu. Riaprì la sala Antoniana, ribattezzata significativamente “Saint Anthony hall”, i lavoratori ricominciarono, Teresa la cassiera a fare biglietti, Michele la maschera a staccarli, e gli altri due a far girare il vecchio proiettore dei frati. Noi della radio, che intanto boccheggiava già di suo, gestivamo la baracca infilandoci sopra velleitari ma anche sorridenti pennacchi culturali, locandine fotocopiate con il programma e le recensioni dei film, insomma tutto l’armamentario di una storia giovanile di quegli anni, compresa una sconclusionata convivenza tra “operai” del cinematografo e “studenti” da cineclub che ovviamente non poteva durare.
Il “sistema” delle sale di allora (quello di oggi non so, ma immagino) non prevedeva infatti la sopravvivenza di esperienze piccole, tantomeno se venate da spontaneismo sia pure appassionato. Ce ne accorgemmo subito quando andammo a trattare con le case di distribuzione le “pizze”, cioè i film da noleggiare. Esisteva un sistema, questa volta è appropriato dirlo, che assomigliava all’idea di un treno, dove la locomotiva era il film importante, di cassetta, che tu volevi proiettare e i vagoni che erano quei titoli che le case ti imponevano di prendere, se volevi la locomotiva. Insomma il treno si affittava per intero, o niente.
Ecco, le cose stavano più o meno così quando i due ragazzi viaggiano verso Roma dopo aver convinto a telefono, in virtù dei passati radiofonici comuni, Renzo Rossellini ad ascoltarli almeno per un po’, nella sede italiana della Gaumont. Volevano prospettargli il progetto di riaprire la piccola sala del Balilla, trasformarla in una “flexi-hall” (l’inglese era già allora una vera mania) che potesse smaltire i vagoni, ospitare pellicole d’autore e anche concerti e spettacoli (in quegli anni i ragazzi della radio si erano cimentati, con alterne fortune ma anche qualche indiscutibile soddisfazione nel settore della musica dal vivo).
Accadde però che in assenza di Tom Tom e di telefonini, non ancora inventati, i due prima vagarono alla ricerca del numero civico giusto di una via scritta come indirizzo su un foglietto, poi si decisero a cercare una cabina per telefonare alla segretaria di Rossellini e chiedere spiegazioni, alla fine si sentirono dire che quella era la via sbagliata e che da lì ci sarebbe voluta almeno un’altra ora per raggiungerli e che il presidente non aveva tutto quel tempo e che quindi l’appuntamento era di fatto rinviato, a data da destinarsi.
Voglio solo aggiungere una postilla. Se tutto fosse andato per il meglio, se davvero fossimo riusciti a riaprire quel vecchio piccolo cinema, avevamo già pronto il nuovo nome. Volevamo dipingere la facciata di un preciso colore pastello e poi come cerimonia di inaugurazione, avremmo smontato davanti a tutti le prime due lettere dell’insegna e sistemato un accento sull’ultima. Lo spettacolo del cinema “Lillà” poteva cominciare.
venerdì 12 febbraio 2010
irene e la neve
Irene è nata in Egitto. vive a Roma da 15 anni. Vende i fiori sotto casa mia. E non aveva mai visto la neve.
mercoledì 10 febbraio 2010
Quella fabbrica davanti al mare
Niente paura, abbiamo dagli otto ai dieci progetti per riconvertire Termini Imerese. Ha detto così il Ministro dello sviluppo economico, dagli otto ai dieci, con una precisione che fossi negli operai siciliani comincerei a preoccuparmi davvero. Perché siamo solo all’inizio di una storia che ci farà compagnia per molti mesi ancora, alternando le poche voci drammatiche dei lavoratori e delle loro famiglie alle tante esternazioni di politici ed economisti che offriranno ricette ed alternative alla chiusura dello stabilimento. Unica cosa sicura dai cancelli di Termini non usciranno più automobili della Fiat. Cosi parlò Marchionne, capo un po’ marziano della azienda che fu di Torino e che adesso decide vita o morte delle fabbriche in volo tra l’Europa e Detroit come il George Cloneey del film Tra le nuvole. Ora noi non sappiamo come andrà a finire davvero la storia di quello che fu salutato, tra nastri tricolori da tagliare e bande comunali a inaugurare, come il polo industriale siciliano. Solo una cosa vogliamo suggerire a tutti quelli che andranno giù a Termini a raccontare i giorni che verranno. Quando arrivate davanti ai cancelli fabbrica, voltatevi solo un momento a guardare quello che c’è dall’altra parte. Perché una fabbrica davanti al mare, un mare bellissimo che c’era prima e ci sarà dopo, forse non spiega un destino segnato ma un poco fa pensare. (pubblicato su DNews)
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