Per spiegare il tema non trovo di meglio adesso che raccontare la storiella di un mio amico che si trovava all’imbrunire su una delle più popolari spiagge del nostro bel paese. Era lì con la sua fidanzata a guardare il tramonto. Roba di qualche minuto ancora e il sole sarebbe andato giù, come tutti i giorni, con quella regolarità e anche con quel po’ di suggestione che aiuta a fermarsi e pensare, ognuno ai fatti suoi. Il fatto però era che, accanto ai due, c’era un gruppo di connazionali che guardava si il tramonto ma non la smetteva di commentare l’evento, “ti ricordi quello delle Maldive?”, “non si può dimenticare quella volta il Perù”, “certo questo è bello ma hai mai visto quando illumina i grattacieli a New York?”, tutto così, esattamente per l’intera durata del tramonto, tanto che il mio amico alla fine disse, anche lui ad alta voce “ma voi… avete mai visto un tramonto in silenzio? È bellissimo”. Gelo finale e fine della storiella.
Resta il tema, del silenzio, del vuoto e del pieno, e della diversa idea del mondo che ne consegue, soprattutto in questi ineluttabili giorni definiti di vacanza, appunto. La divisione che immediatamente viene alla mente è quella tra chi sceglie i villaggi e chi cerca spiagge deserte ma in realtà il tema è davvero molto serio, è il nostro atteggiamento di fronte al tempo, incasellato, pianificato, riempito anche nei momenti che dovrebbero essere vuoti per definizione e, chissà, scintilla dell’imprevedibile. E invece il vuoto, e il silenzio che spesso lo definisce, viene esorcizzato, estromesso, come sintomo di tempo non utilizzato, quindi perso. Naturalmente e fortunatamente non è cosi. Non scomodiamo le meditazioni, le lezioni di filosofia orientale in versione pocket, basta farsi una bella passeggiata in montagna per capire quanto fa bene qualche volta stare soli e in silenzio.
E per questo che fa impressione l’ennesimo spot di questa guerra per conquistarsi clienti ai telefonini che più o meno offre per una cifra x la possibilità di diverse centinaia di minuti di conversazione al giorno, altrettanti messaggi da scrivere e inviare sempre in un giorno e per tutto un mese, quello della vacanza, appunto. D’accordo, volevano solo pubblicizzare una tariffa conveniente ma l’idea che un ragazzo, trasportato in un posto da un genitore che voleva fargli vedere uno squarcio di mondo, magari anche per farlo pensare un po’, magari da solo, si ritrovi invece attaccato per ore e ore al telefonino con un coetaneo che forse sta nello stesso posto, a qualche metro da lui, tutti e due a parlare senza nemmeno guardarsi in giro e capire dove sono e perché, ecco, fa venire in mente che il vero lusso è il silenzio, ricco chi lo cerca, lo trova e lo sa usare.
mercoledì 18 luglio 2007
Il suono del silenzio
mercoledì 11 luglio 2007
I templi e la vergogna
Adesso siamo, come era prevedibile, al tempo delle riparazioni.
“I ragazzi saranno nostri ospiti” dice in tv il sindaco di Agrigento, “chiediamo scusa non succederà mai più” echeggia sulle agenzie stampa il presidente della regione Sicilia Cuffaro: insomma il caso bambini valle dei templi sembra ormai avviarsi ad una rapida archiviazione nello scaffale “malintesi burocratici”. Cosa era successo una settimana fa è presto detto, una classe scolastica di Palermo si reca in gita a vedere da vicino le meraviglie archeologiche della valle agrigentina, una volta arrivati sul posto gli accompagnatori chiedono l’ingresso gratuito per i bambini, come previsto da norma regionale che recepisce norma europea eccetera che dice: entrano senza pagare tutti i cittadini europei minori di 18 anni. Inopinatamente gli addetti alla biglietteria chiedono certificato di nazionalità, forse scrutando qua e là i volti dei piccoli, alcuni si dice scuri di pelle o dai lineamenti troppo mediterranei. La comitiva infatti, proviene da una scuola dove studiano molti figli di immigrati, ragazzi nati in Italia, ma che, come normalmente accade per i bambini, non hanno in tasca nessun documento che lo possa dimostrare. Risultato niente visita gratis per i ragazzi di Palermo. Ora, basterebbe solo immaginare il viaggio di ritorno nel pulmann di questi bambini, la difficoltà degli insegnanti a spiegare perchè qualcuno di loro poteva entrare senza pagare e qualcun altro no, per sotterrarsi dalla vergogna. Infatti è cominciato all’unisono il coro delle dichiarazioni ma tutte con un qualche distinguo: “esterrefatto” il sindaco di Palermo “questi bambini sono a tutti gli effetti cittadini italiani”, “un disguido burocratico ma la norma va rispettata” precisano i responsabili del parco archeologico, “cambieremo la norma” assicura il Presidente della Regione. Ecco, appunto, la norma. Ci perdoni la pedanteria, Presidente, ma ci proviamo. Dunque, la norma prevede: biglietti gratis per i cittadini europei sotto i 18 anni, lo spirito della norma si suppone sia: aiutiamo i giovani ad avvicinarsi alla storia e alla cultura, di cui i templi di Agrigento sono straordinaria testimonianza mondiale. Ora un comma della norma, quello che ha dato origine allo “spiacevole episodio”, è proprio quel “cittadini europei” che ha messo in difficoltà i bigliettai del parco di fronte a volti che, nel loro immaginario, ad andar bene erano stranieri, a pensar male peggio. Allora coraggio Presidente, riscriva così la norma “tutti i ragazzi del mondo possono venire a vedere la Valle dei Templi quando vogliono e senza pagare”. “Mondo”, Presidente, è una parola semplice, facile, grande e non si presta a malintesi burocratici di sorta. Lo faccia e saremo tutti contenti.
“I ragazzi saranno nostri ospiti” dice in tv il sindaco di Agrigento, “chiediamo scusa non succederà mai più” echeggia sulle agenzie stampa il presidente della regione Sicilia Cuffaro: insomma il caso bambini valle dei templi sembra ormai avviarsi ad una rapida archiviazione nello scaffale “malintesi burocratici”. Cosa era successo una settimana fa è presto detto, una classe scolastica di Palermo si reca in gita a vedere da vicino le meraviglie archeologiche della valle agrigentina, una volta arrivati sul posto gli accompagnatori chiedono l’ingresso gratuito per i bambini, come previsto da norma regionale che recepisce norma europea eccetera che dice: entrano senza pagare tutti i cittadini europei minori di 18 anni. Inopinatamente gli addetti alla biglietteria chiedono certificato di nazionalità, forse scrutando qua e là i volti dei piccoli, alcuni si dice scuri di pelle o dai lineamenti troppo mediterranei. La comitiva infatti, proviene da una scuola dove studiano molti figli di immigrati, ragazzi nati in Italia, ma che, come normalmente accade per i bambini, non hanno in tasca nessun documento che lo possa dimostrare. Risultato niente visita gratis per i ragazzi di Palermo. Ora, basterebbe solo immaginare il viaggio di ritorno nel pulmann di questi bambini, la difficoltà degli insegnanti a spiegare perchè qualcuno di loro poteva entrare senza pagare e qualcun altro no, per sotterrarsi dalla vergogna. Infatti è cominciato all’unisono il coro delle dichiarazioni ma tutte con un qualche distinguo: “esterrefatto” il sindaco di Palermo “questi bambini sono a tutti gli effetti cittadini italiani”, “un disguido burocratico ma la norma va rispettata” precisano i responsabili del parco archeologico, “cambieremo la norma” assicura il Presidente della Regione. Ecco, appunto, la norma. Ci perdoni la pedanteria, Presidente, ma ci proviamo. Dunque, la norma prevede: biglietti gratis per i cittadini europei sotto i 18 anni, lo spirito della norma si suppone sia: aiutiamo i giovani ad avvicinarsi alla storia e alla cultura, di cui i templi di Agrigento sono straordinaria testimonianza mondiale. Ora un comma della norma, quello che ha dato origine allo “spiacevole episodio”, è proprio quel “cittadini europei” che ha messo in difficoltà i bigliettai del parco di fronte a volti che, nel loro immaginario, ad andar bene erano stranieri, a pensar male peggio. Allora coraggio Presidente, riscriva così la norma “tutti i ragazzi del mondo possono venire a vedere la Valle dei Templi quando vogliono e senza pagare”. “Mondo”, Presidente, è una parola semplice, facile, grande e non si presta a malintesi burocratici di sorta. Lo faccia e saremo tutti contenti.
venerdì 6 luglio 2007
Leggere tra gli alberi
Forse preparavano la maturità le tre ragazze che ho incrociato in questi giorni sospesi tra partenze e ultime cose da sbrigare, in una Roma che sotto una luna stupefacente diventa teatro, arena, concerti o, almeno, cena sui balconi a rinfrescarsi. Le ho viste silenziose, chine su libri e quaderni, ripetere a mente o cercare con gli occhi su una pagina l’idea giusta per fare bella figura con i professori o anche solo per passare alla svelta il colloquio e filare via in vacanza. E ho pensato che l’idea giusta comunque l’avevano trovata perché erano lì, a studiare in un giardino di piccoli alberi di aranci, piantati in un cortile e circondati da libri e silenzio. Ci puoi capitare per caso o perché leggi i depliant dell’estate romana ma quando entri comunque ti si ferma un po’ il respiro, il passo rallenta e capisci che i minuti che rimarrai, saranno pochi saranno tanti, ti faranno stare bene. Non importa sapere a quale secolo appartiene il chiostro dell’ex convento ora trasformato in biblioteca, quello che ti serve è scegliere una delle sobrie poltrone in legno e tela e accomodarti. Puoi aver preso dallo scaffale un libro, scrittori del mondo che lo raccontano per te, oppure solo goderti il tempo che scorre mentre ti guardi attorno. E se decidi che vuoi vederla tutta, la biblioteca, ti bastano pochi passi lungo i corridoi e lì incrocerai lo sguardo, formato gigante, di qualcuno di loro, perché ti guardano i ritratti degli scrittori, magari sono passati di là, una di queste sere. Ma nulla ricambia il piacere di avvicinarsi alle finestre che circondano la meraviglia di quei piccoli alberi al centro di tutto, dei libri e dei lettori, perché puoi schiudere le vetrate e entrare. E allora il silenzio da ovattato diventa aperto, le poltrone spartane sedie da giardino e puoi leggere sotto un albero di arancio o studiare, all’ombra, come facevano le tre amiche degli esami. Le ho guardate meglio, ho visto che erano proprio come quelle di oggi, jeans a vita bassa, ciocche colorate. Ho pensato meno male che ci sono posti come questo dove i ragazzi possono stare, se vogliono. Mi sono tornate in mente le polemiche sulle tasse e su province e comuni che spendono tanto e male i nostri soldi. Avrei voluto portarli qui, gli italiani che dicono meno Stato, più mercato, avremmo potuto discutere sommessamente che qualcosa da salvare c’è, della spesa pubblica. Magari un giardino di aranci nel cuore di Roma, e chissà quanti altri ce ne sono in Italia, dove se entri per caso ti rallegri per i ragazzi di oggi e ti riconcili con il tempo che passa. Quando esci scopri che si chiama la Casa delle letterature e sta in piazza dell’orologio. Come una favola.
venerdì 29 giugno 2007
La lunga vita
Che il problema pensioni sia complicato è davvero sotto gli occhi di tutti. Almeno da una decina d’anni, quattro o cinque governi, tutti gli schieramenti, se lo ritrovano sul tavolo. Provano di volta in volta se non a risolverlo almeno a rinviarlo alla stagione successiva, non senza prima aver vissuto momenti di drammatica tensione con i sindacati, vertici notturni, scioperi generali. In genere le parti in scena sono queste: i rappresentanti dei lavoratori che frenano, dicono le cose stanno bene così, i governi che premono, guardate che se non si fa nulla, il sistema non regge. Questa volta le parti sono invertite per via dello scalone, cioè della simpatica trovata dell’ex ministro Maroni di aumentare l’età per andare in pensione da 57 a 60 anni da un giorno all’altro, dal 31 dicembre al 1 gennaio del prossimo anno. Cosicché questa volta sono i sindacati a premere perché si faccia qualcosa, cioè si cancelli quella norma e il governo di turno a barcamenarsi con la patata consegnatagli da quello precedente.
Diciamo subito che non parleremo, qui davvero ci sono fior di specialisti, della faticosa ricerca di un’intesa, della calcolatrice di Padoa-Schioppa contrapposta ai lavori usuranti, dello scalone ammorbidito ma non troppo, delle quote e di tutte le tabelle che seguiranno. No, vorremmo solo sommessamente ricordare che il “macigno” pensioni in realtà è, al fondo, davvero un bel problema. Non solo nel senso di una sua difficile soluzione ma in quello letterale del termine, cioè, è una “bella” questione che si pone, non a caso, soltanto in società del benessere in cui uomini e donne vivono più a lungo. Se i conti non tornano più, nel dare e avere tra lavoratori e pensioni, è infatti perché la vita media degli italiani, uomini e donne, si è allungata. In altre parole trent’anni fa si andava in pensione a 55 anni ma mediamente si godeva del meritato e retribuito riposo per sei o 7 anni. Oggi si lascia il lavoro a 57 (domani chissà) ma aumentano gli anni in cui si è a carico del sistema perché, per fortuna, ripetiamo, per fortuna, si vive molto di più. Certo poi c’è tutto il resto, il monte contributi che decresce perché non crescono i lavori stabili, l’incertezza che accompagna i nuovi lavori, c’è tutto quello, insomma, che determina la fragilità finanziaria delle pensioni future. E però se finalmente una volta, al prossimo vertice, tutti insieme, ministri e rappresentanti dei lavoratori si alzassero a dire: abbiamo si un problema ma è un problema che nasce dal fatto che gli italiani, nonostante tutto, stanno di più al mondo, ecco, forse, allora, saremmo già entrati nell’epoca del vituperato buonismo, o almeno, in quella del buonumore. E chissà che, sotto il segno di Walter, non ci scappi un accordo.
Diciamo subito che non parleremo, qui davvero ci sono fior di specialisti, della faticosa ricerca di un’intesa, della calcolatrice di Padoa-Schioppa contrapposta ai lavori usuranti, dello scalone ammorbidito ma non troppo, delle quote e di tutte le tabelle che seguiranno. No, vorremmo solo sommessamente ricordare che il “macigno” pensioni in realtà è, al fondo, davvero un bel problema. Non solo nel senso di una sua difficile soluzione ma in quello letterale del termine, cioè, è una “bella” questione che si pone, non a caso, soltanto in società del benessere in cui uomini e donne vivono più a lungo. Se i conti non tornano più, nel dare e avere tra lavoratori e pensioni, è infatti perché la vita media degli italiani, uomini e donne, si è allungata. In altre parole trent’anni fa si andava in pensione a 55 anni ma mediamente si godeva del meritato e retribuito riposo per sei o 7 anni. Oggi si lascia il lavoro a 57 (domani chissà) ma aumentano gli anni in cui si è a carico del sistema perché, per fortuna, ripetiamo, per fortuna, si vive molto di più. Certo poi c’è tutto il resto, il monte contributi che decresce perché non crescono i lavori stabili, l’incertezza che accompagna i nuovi lavori, c’è tutto quello, insomma, che determina la fragilità finanziaria delle pensioni future. E però se finalmente una volta, al prossimo vertice, tutti insieme, ministri e rappresentanti dei lavoratori si alzassero a dire: abbiamo si un problema ma è un problema che nasce dal fatto che gli italiani, nonostante tutto, stanno di più al mondo, ecco, forse, allora, saremmo già entrati nell’epoca del vituperato buonismo, o almeno, in quella del buonumore. E chissà che, sotto il segno di Walter, non ci scappi un accordo.
domenica 24 giugno 2007
I cattivi ragazzi
Lasciamo perdere gli angeli che vengono spiumati da una sgommata della vetturetta. Ognuno, soprattutto se lo pagano milioni per uno spot, ha il diritto di pensare che la sua è una buona idea. Quello che preoccupa sono piuttosto le parole, usate con la forza, la disinvoltura e la giocosa licenza di trasgressione che si concede la pubblicità, sempre più spesso. Ora, consapevoli del rischio moralismo, bigottismo, passatismo, procediamo con cautela. Nel medesimo spot l’idea chiave è quella che essere cattivi funziona. “Cattivi dentro” per la precisione, recita la versione radiofonica, quella su carta più ragionata fa così “dedicata (la vetturetta n.d.r.) a chi sa di essere buono, ma che ad essere cattivi ci si diverte di più”. Non è il primo spot del genere. Ricordiamo il giovin signore di un altro filmato, svegliato da un maggiordomo che scuote le tende portando caffè e brioche e lui, sguardo per un attimo interrogativo, che scioglie l’enigma ed esce. Da lontano, su un poggio, due anziani fattori lo vedono scivolare via su una delle tante auto di famiglia e uno, con aria compiaciuta per quello scavezzacollo del loro padroncino, dice all’altro “Oggi ha preso il coupè!”. Allora veniamo al punto. Se la comunicazione ben riesce, nulla da eccepire, anzi, da sempre la pubblicità rivendica il ruolo di avanguardia nel fiutare l’aria che tira. Ma proprio per questo siamo preoccupati. Perché se cerca quel consumatore, vuol dire, purtroppo, che quel consumatore esiste. O sogna, prima o poi, di diventare così. Indimenticabile, a proposito, un altro spot di qualche tempo fa. Ennesimo, lussuoso coupè parcheggiato nel cortile di una scuola. In classe la maestra chiede ai ragazzi cosa vogliono fare da grandi, rispondono, il medico, l’astronauta, la scienziata, solo uno, faccia da futuro belloccio dice, guardando il macchinone pronto in cortile, “avere diciotto anni”. Qui il ritratto del consumatore tipo era davvero straordinario, trattavasi di giovane essere umano il cui unico problema nella vita era superare quegli intralci burocratici che lo dividevano dallo sgommare via sul coupè, e badate bene, non si parlava naturalmente dei soldi, né si accennava lontanamente all’idea di come farli, semplicemente quelli c’erano, il problema era solo di tempo e di carta d’identità. Il resto, e dalla pubblicità facile passare con la memoria alla cronaca, qualche volta anche nera, l’avrebbe fatto quel distratto del paparino, che avrebbe staccato un assegno per il coupè da infiocchettare la sera dei diciotto anni. Ora il fatto che professionisti acuti, disincantati come i pubblicitari trovino geniale e soprattutto redditizia un’idea così ci preoccupa, perchè fotografa un’Italia che c’è. Ecco, alla fine siamo caduti nel moralismo ma va bene così.
giovedì 14 giugno 2007
150 ore di ricordi
Biglietto per nostalgici e per chi ama fare paragoni coi tempi che corrono. Basta solo dire 150 ore e i nostalgici capiscono. Primi anni settanta, il contratto dei metalmeccanici non era solo la busta paga degli operai, era un trattato attorno al quale crescevano e si passavano il testimone generazioni di ragazzi e ragazze. Per il rinnovo del contratto noi studenti scendevamo in piazza accanto a loro, gli operai e le cose scritte nel contratto diventavano parole d’ordine anche nelle scuole: rappresentanze di base, assemblea, egualitarismo.
Inutile tentare un bilancio in poche righe di quella stagione, sulla passione e le idiozie che la segnarono - un’infornata di libri recenti, causa anniversario 77, può tornare utile all’approfondimento - ma se c’è una cosa che rappresentò bene, a un tempo, il profumo di utopia e la concretezza dell’emancipazione di quegli anni, fu proprio la storia delle 150 ore. Scritte sui contratti come norma che prevedeva il diritto di usare quel tempo retribuito per stare fuori dalla fabbrica a studiare divennero rapidamente il simbolo di una nuova società possibile, dove gli operai leggevano libri e chissà, alla fine, ne avrebbero scritti, dove la voglia di rimescolare i ruoli e ribaltare la storia avrebbe fatto il resto, altro che “pezzo di carta” per salire di categoria.
Poi invece c’è stato il resto, quello vero. Fine della rivoluzione, gli operai fuori moda, gli studenti impegnati a diffondere le loro gesta su youtube, due mondi lontani ormai anni luce accomunati forse solo dal destino, simile, di una triste uscita di scena. E le 150 ore? Testarde quelle sono rimaste e, aggrappandosi più all’emancipazione che all’utopia, hanno continuato il loro lavoro nell’ombra consentendo a migliaia di lavoratori/studenti di migliorare, almeno la stima di sé stessi. Ora il fatto è che, da qualche tempo, di 150 ore si torna a parlare. L’idea è venuta al ministro per le politiche sociali Paolo Ferrero che ha pensato: perchè non proporre, su quel modello, una norma per facilitare chi fa volontariato, ore retribuite da fabbrica o ufficio ma usate fuori per aiutare chi sta peggio di noi. Così si è avviato dibattito, con torti e ragioni, “troppo comodo il volontariato se te lo pagano pure”, “giusto invece aiutare e premiare chi si impegna davvero per gli altri”, dibattito, purtroppo, con i toni tipici dell’oggi, volume alto, bianco e nero. Allora incrociamo le dita per le vecchie, care 150 ore, hanno passato indenni epoche di furore ideologico e di romanticismo giovanile, consegnando onesti diplomi mentre si facevano rumorose barricate e anche dopo, quando le fabbriche, in silenzio, si svuotavano. Non vorremmo che questo ritorno di notorietà si rivelasse.
Inutile tentare un bilancio in poche righe di quella stagione, sulla passione e le idiozie che la segnarono - un’infornata di libri recenti, causa anniversario 77, può tornare utile all’approfondimento - ma se c’è una cosa che rappresentò bene, a un tempo, il profumo di utopia e la concretezza dell’emancipazione di quegli anni, fu proprio la storia delle 150 ore. Scritte sui contratti come norma che prevedeva il diritto di usare quel tempo retribuito per stare fuori dalla fabbrica a studiare divennero rapidamente il simbolo di una nuova società possibile, dove gli operai leggevano libri e chissà, alla fine, ne avrebbero scritti, dove la voglia di rimescolare i ruoli e ribaltare la storia avrebbe fatto il resto, altro che “pezzo di carta” per salire di categoria.
Poi invece c’è stato il resto, quello vero. Fine della rivoluzione, gli operai fuori moda, gli studenti impegnati a diffondere le loro gesta su youtube, due mondi lontani ormai anni luce accomunati forse solo dal destino, simile, di una triste uscita di scena. E le 150 ore? Testarde quelle sono rimaste e, aggrappandosi più all’emancipazione che all’utopia, hanno continuato il loro lavoro nell’ombra consentendo a migliaia di lavoratori/studenti di migliorare, almeno la stima di sé stessi. Ora il fatto è che, da qualche tempo, di 150 ore si torna a parlare. L’idea è venuta al ministro per le politiche sociali Paolo Ferrero che ha pensato: perchè non proporre, su quel modello, una norma per facilitare chi fa volontariato, ore retribuite da fabbrica o ufficio ma usate fuori per aiutare chi sta peggio di noi. Così si è avviato dibattito, con torti e ragioni, “troppo comodo il volontariato se te lo pagano pure”, “giusto invece aiutare e premiare chi si impegna davvero per gli altri”, dibattito, purtroppo, con i toni tipici dell’oggi, volume alto, bianco e nero. Allora incrociamo le dita per le vecchie, care 150 ore, hanno passato indenni epoche di furore ideologico e di romanticismo giovanile, consegnando onesti diplomi mentre si facevano rumorose barricate e anche dopo, quando le fabbriche, in silenzio, si svuotavano. Non vorremmo che questo ritorno di notorietà si rivelasse.
venerdì 8 giugno 2007
il tassista e il metrò (di Atene)
A proposito dell’Italia divisa in due o delle due Italie e di come andrà a finire. Tema da treno, da taxi, da metropolitana, insomma da luogo comune, sappiamo bene il rischio che si corre a citare le opinioni di strada e però a volte esse illuminano, magari solo un flash, che ci rimane in testa e che non riusciamo a spiegare a chi dovrebbe per mestiere o per passione occuparsene tutti i giorni. Cominciamo da un tassista romano incrociato ieri, non abbiamo chiesto impressioni sulla situazione, che quello davvero è abusato espediente dei giornalisti, no abbiamo chiesto di lui, della vita sua e nel tragitto che abbiamo condiviso abbiamo saputo in sequenza che: voleva comprare anni fa una casa in centro, ne aveva trovata una, stava per fare un affare -i proprietari erano due ragazzi tossici che avevano bisogno di soldi- lui ci ha pensato poi ha rinunciato perchè non si sa mai, invece poi ha scelto un quartiere appena fuori, tutto abusivo sa, ma la mia no (naturalmente n.d.r.) aveva tanto di progetto e oggi, col prezzo di una, c’ho due casette e non mi posso lamentare. Pensi proprio ieri ho contrattato un televisore al plasma, sa, di quelli che costano un sacco di soldi, invece l’ho scambiato con la pubblicità sul taxi e via, adesso me lo godo senza cacciare una lira. Fine del tragitto. Atene, le nuove fermate della metropolitana inagurate in occasioni delle Olimpiadi sono bellissime, quasi dei musei sotterranei, ogni reperto che trovavano veniva recuperato, illuminato, incluso nella stazione. Subito dopo l’apertura il comune fece un’indagine per avere le impressioni dei cittadini utenti e tra le varie risposte molte suonavano più o meno cosi “quando so che devo prendere la nuova metropolitana mi vesto un po’ meglio, mi curo di più” insomma l’idea era quella di non voler sfigurare di fronte a tanta luce e bellezza, essere all’altezza di un luogo pubblico e desiderabile. Ecco, quello della desiderabilità sociale delle cose è uno dei temi sui quali avrebbe dovuto esercitarsi la politica. Il trasporto collettivo per esempio, il problema non è solo quanti lo sceglierebbero se fosse puntuale, pulito, illuminato ma come cambierebbero anche i cittadini utenti se diventasse un luogo comune desiderabile e perfino, chiediamo scusa, alla moda. Ora dunque torniamo ai desideri del tassista, dentro il quartiere abusivo, al televisore gigante al plasma goduto col baratto della pubblicità. Questa non c’è dubbio è una Italia che ormai c’è, l’altra non ha mai avuto modo di rispondere a nessun indagine su nuove desiderabili, illuminate, pulite, puntuali metropolitane. Se questa seconda Italia ormai stanca, sfiduciata, non va più a votare o diventa minoranza definitiva nel paese la partita è bella che chiusa.
venerdì 1 giugno 2007
Il perdono e gli anniversari
Impegnati a dividerci tra politica e antipolitica, “presidente” e “segretario” per i più introdotti, destra e sinistra per i demodé, sarà difficile portarvi fino alla fine di questo biglietto.
Parlare di riconciliazione in un paese che non chiude mai una discussione, che non trova mai una salutare pausa alle torte in faccia sarà dura, eppure è giusto tentare. Almeno per quello che è stato. Lo diciamo subito, giocano contro di noi gli anniversari, ce ne sono sempre e si può star certi che, ogni volta, c’è un libro benvenuto a riaprire il caso. Fioriscono puntuali ad ogni scoccar di ricorrenza e via riparte lo scontro, le vittime e i carnefici, tutti ad accaparrarsi i testimoni del tempo da intervistare, tutti a scavare dentro rancori mai sopiti, divisioni mai sanate. È vero, a dare man forte a questo tratto del nostro carattere è sicuramente la lunga catena di tragedie insolute, verità mai completamente dimostrate, sentenze per insufficienza di prove che ci accompagnano da una vita. Cresciuti con Piazza Fontana, passati per Ustica, possiamo tornare indietro alla Resistenza, andare avanti di nuovo alla stazione di Bologna e oltre, discuteremmo per ore fino a sfinirci, non ci sarà mai traccia di riconciliazione, figuriamoci di perdono.
È per questo che voglio condividere con voi il ricordo di una giornata passata, qualche tempo fa, a Città del Capo, Sudafrica. C’è una riunione in una Community house (una cosa a metà tra Casa del popolo e comitato di quartiere), si lavora su un giorno dell’estate di venti anni prima. Un gigantesco incendio provocato dalla polizia e dagli squadroni della morte del governo di allora, quello dei bianchi razzisti per intenderci. Ci furono decine di morti e oggi in questa stanza ci sono i sopravvissuti. Prendono la parola donne, vecchi e ragazzi di allora. Raccontano quello che hanno subito aiutandosi con grandi disegni fatti da loro. “io ricordo le urla di un uomo dentro la baracca in fiamme” “La paura mi viene ancora oggi a pensare a quella donna incinta, uccisa davanti a me”. Provate a immaginarli, uno dopo l’altro, che si alzano, senza piangere, senza urlare, semplicemente narrano. Come cantastorie. A sentirli venivano i brividi, chiedevano ancora giustizia ma non c’era vendetta nei loro discorsi e, alla fine, applausi per tutti. Era una delle tante puntate di una storia gigantesca, quella di un paese che ha saputo trovare la forza di abbattere uno dei regimi più odiosi senza bagni di sangue e di ricominciare con la forza della verità e della riconciliazione. Gli aguzzini ottenevano il perdono ma solo dopo aver ammesso le colpe davanti alle vittime. Ho pensato tante volte a una cosa così in Italia, non me la ricordo.
Parlare di riconciliazione in un paese che non chiude mai una discussione, che non trova mai una salutare pausa alle torte in faccia sarà dura, eppure è giusto tentare. Almeno per quello che è stato. Lo diciamo subito, giocano contro di noi gli anniversari, ce ne sono sempre e si può star certi che, ogni volta, c’è un libro benvenuto a riaprire il caso. Fioriscono puntuali ad ogni scoccar di ricorrenza e via riparte lo scontro, le vittime e i carnefici, tutti ad accaparrarsi i testimoni del tempo da intervistare, tutti a scavare dentro rancori mai sopiti, divisioni mai sanate. È vero, a dare man forte a questo tratto del nostro carattere è sicuramente la lunga catena di tragedie insolute, verità mai completamente dimostrate, sentenze per insufficienza di prove che ci accompagnano da una vita. Cresciuti con Piazza Fontana, passati per Ustica, possiamo tornare indietro alla Resistenza, andare avanti di nuovo alla stazione di Bologna e oltre, discuteremmo per ore fino a sfinirci, non ci sarà mai traccia di riconciliazione, figuriamoci di perdono.
È per questo che voglio condividere con voi il ricordo di una giornata passata, qualche tempo fa, a Città del Capo, Sudafrica. C’è una riunione in una Community house (una cosa a metà tra Casa del popolo e comitato di quartiere), si lavora su un giorno dell’estate di venti anni prima. Un gigantesco incendio provocato dalla polizia e dagli squadroni della morte del governo di allora, quello dei bianchi razzisti per intenderci. Ci furono decine di morti e oggi in questa stanza ci sono i sopravvissuti. Prendono la parola donne, vecchi e ragazzi di allora. Raccontano quello che hanno subito aiutandosi con grandi disegni fatti da loro. “io ricordo le urla di un uomo dentro la baracca in fiamme” “La paura mi viene ancora oggi a pensare a quella donna incinta, uccisa davanti a me”. Provate a immaginarli, uno dopo l’altro, che si alzano, senza piangere, senza urlare, semplicemente narrano. Come cantastorie. A sentirli venivano i brividi, chiedevano ancora giustizia ma non c’era vendetta nei loro discorsi e, alla fine, applausi per tutti. Era una delle tante puntate di una storia gigantesca, quella di un paese che ha saputo trovare la forza di abbattere uno dei regimi più odiosi senza bagni di sangue e di ricominciare con la forza della verità e della riconciliazione. Gli aguzzini ottenevano il perdono ma solo dopo aver ammesso le colpe davanti alle vittime. Ho pensato tante volte a una cosa così in Italia, non me la ricordo.
giovedì 24 maggio 2007
La monnezza e Pasolini
Che il fuoco faccia impressione lo si sa, dai tempi di Nerone. Più vicino a noi lo avevano capito benissimo i casseurs delle banlieues parigine che, nell’autunno di due anni fa, incendiarono automobili a centinaia; illuminavano il loro rancore di esclusi con una violenza autodistruttiva, davano alle fiamme non le macchine dei ricchi ma quelle sottocasa dei padri e dei fratelli, poi si rivedevano le imprese il giorno dopo in tv e magari stabilivano qual’era stata la banda più brava delle altre. Comunque tennero in scacco polizia e governo per tre settimane. Bruciare a caso costava poco e rendeva molto, sul piano dello spettacolo, erano decine gli inviati delle tv di tutto il mondo cui venivano servite su un piatto d’argento immagini di grande impatto, la tentazione di dire “Parigi a ferro e fuoco” era quasi irresistibile. Tanto che un certo giorno fu lo stesso Ministro degli Esteri a convocare i giornalisti per dire basta, se continuate a soffiare sul fuoco così, l’immagine della Ville Lumiere nel mondo va a farsi benedire. C’era il Natale alle porte e tutto si poteva concedere meno che imbrattare la cartolina della città.
Ora il cambio di scena ci porta a Napoli e ai comuni attorno al Vesuvio. Come nel caso delle banlieues si fa fatica a distinguere torti e ragioni, responsabilità e vie d’uscita. ma anche qui ci fermiamo impressionati a guardare. Questa volta sono le montagne di rifiuti che bruciano, i cassonetti divenuti carcasse che si offrono alle telecamere come dopo un attentato. Ovviamente non tutte le strade saranno così, non tutti respireranno quei veleni e però, anche in questo caso, la cartolina della città e del suo panorama sembra sporcarsi irrimediabilmente, i napoletani farsi male da soli.
C’è un libro che trascrive lezioni di Storia economica all’Universita Statale di Milano. Qualche tempo fa il professor Giulio Sapelli decise di dedicare il corso al capitalismo secondo Pasolini (che fortuna gli studenti di quell’anno), al suo sguardo, tanto facile definire profetico oggi, che trafiggeva un’Italia alle prese con quella che chiamava una modernizzazione senza sviluppo. A un certo punto si parla della napoletanità “Non so se gli esclusi dal potere napoletani preesistessero, così come sono, al potere, o ne siano un effetto. Cioè non so -dice Pasolini- se tutti i poteri che si sono susseguiti a Napoli, così stranamente simili tra loro, siano stati condizionati dalla plebe napoletana o l’abbiano prodotta. Certamente c’è una risposta a questo problema: basta leggere la storia napoletana non da dilettanti”.
Ecco, ci vorrebbe uno così per commentare l’umanità del Vesuvio assediata dall’immondizia, che brucia i detriti di quello che consuma, falò che illuminano eterna rabbia e impotenza. Ma un Pasolini non c’è più, anche questo, forse, è un segno.
Ora il cambio di scena ci porta a Napoli e ai comuni attorno al Vesuvio. Come nel caso delle banlieues si fa fatica a distinguere torti e ragioni, responsabilità e vie d’uscita. ma anche qui ci fermiamo impressionati a guardare. Questa volta sono le montagne di rifiuti che bruciano, i cassonetti divenuti carcasse che si offrono alle telecamere come dopo un attentato. Ovviamente non tutte le strade saranno così, non tutti respireranno quei veleni e però, anche in questo caso, la cartolina della città e del suo panorama sembra sporcarsi irrimediabilmente, i napoletani farsi male da soli.
C’è un libro che trascrive lezioni di Storia economica all’Universita Statale di Milano. Qualche tempo fa il professor Giulio Sapelli decise di dedicare il corso al capitalismo secondo Pasolini (che fortuna gli studenti di quell’anno), al suo sguardo, tanto facile definire profetico oggi, che trafiggeva un’Italia alle prese con quella che chiamava una modernizzazione senza sviluppo. A un certo punto si parla della napoletanità “Non so se gli esclusi dal potere napoletani preesistessero, così come sono, al potere, o ne siano un effetto. Cioè non so -dice Pasolini- se tutti i poteri che si sono susseguiti a Napoli, così stranamente simili tra loro, siano stati condizionati dalla plebe napoletana o l’abbiano prodotta. Certamente c’è una risposta a questo problema: basta leggere la storia napoletana non da dilettanti”.
Ecco, ci vorrebbe uno così per commentare l’umanità del Vesuvio assediata dall’immondizia, che brucia i detriti di quello che consuma, falò che illuminano eterna rabbia e impotenza. Ma un Pasolini non c’è più, anche questo, forse, è un segno.
giovedì 17 maggio 2007
la rivincita dei pensieri lunghi
Ormai non c’è fine settimana senza un Festival, quello della Filosofia appena concluso a Roma, uno di Storia si apre domani a Gorizia, in mezzo la brulicante Fiera del Libro a Torino. E sono tutte sale strapiene, per una conferenza su ragione e follia, per un discorso sui limiti della tolleranza, per un confronto serrato su laicismo e secolarizzazione. File agli ingressi, discussioni che si protraggono dopo i simposi nei caffè, ore passate a cercare di migliorare se stessi. Nell’Italia tutta si moltiplicano eventi che rispondono ad un unica, sana, corretta voglia: quella di scappare a gambe levate dall’asfissia quotidiana del mondo raccontato in pillole dalla Tv dominante (e non solo). Tutto giusto, tutto encomiabile, con qualche infiocchettatura di troppo se possiamo permetterci, ma insomma l’aria che tira da qualche tempo è quella di ritrovare il gusto della complessità, il piacere anche solo di stare a sentire qualcuno che ne sa di più e che lo racconta senza cronometro alla mano, usando la parola per costruire ragionamenti, per affrontare temi complicati, per illuminare pensieri. Pensieri possibilmente lunghi che non cercano l’assolo, che non vogliono vincere, ma che non hanno paura di lanciarsi oltre i confini (era questo, tra l’altro, il tema del Festival romano e della Fiera torinese).
E però, anche in questo, l’Italia non sembra sfuggire alla tentazione, diciamo così, del paradosso. Mentre si festeggia il ritorno del pensiero complesso nelle piazze e negli auditorium, esso si riduce fino a far perdere totalmente le sue tracce lì dove una società normale vorrebbe vederlo crescere e organizzarsi. Fate voi stessi gli esempi, provate con la politica. Fatto? Ecco allora che appare un enorme palcoscenico in cui i riflettori si accendono e si spengono, tutti gli attori corrono sotto la luce, a inseguire emergenze vere o finte (dipende dall’audience), un affidarsi allo slogan, all’urlo amplificato, al sondaggio come summa suprema del sapere, qui e ora, bussola del dove stiamo andando e perché. E quel che è peggio è che gli uomini e le donne più o meno delegati a fare da classe dirigente fanno di tutto meno che provare a spezzarlo, questo corto circuito dei pensieri corti, che slittano credendo di correre, che girano in tondo, ieri dietro agli sbarchi, l’altro ieri dietro agli ultrà, oggi appresso al tesoretto, stasera al family day, domani chissà.
Colpa certo anche dei mille taccuini e microfoni sempre pronti a registrarli ma che sorpresa sarebbe se un giorno un politico qualunque a domanda qualunque, dopo un bel respiro, rispondesse. “È materia complessa, ho bisogno di tempo, di tempo per pensarci”. Chissà che dopo uno smarrimento collettivo non spuntasse alla fine la cosa giusta da dire e, soprattutto, da fare.
E però, anche in questo, l’Italia non sembra sfuggire alla tentazione, diciamo così, del paradosso. Mentre si festeggia il ritorno del pensiero complesso nelle piazze e negli auditorium, esso si riduce fino a far perdere totalmente le sue tracce lì dove una società normale vorrebbe vederlo crescere e organizzarsi. Fate voi stessi gli esempi, provate con la politica. Fatto? Ecco allora che appare un enorme palcoscenico in cui i riflettori si accendono e si spengono, tutti gli attori corrono sotto la luce, a inseguire emergenze vere o finte (dipende dall’audience), un affidarsi allo slogan, all’urlo amplificato, al sondaggio come summa suprema del sapere, qui e ora, bussola del dove stiamo andando e perché. E quel che è peggio è che gli uomini e le donne più o meno delegati a fare da classe dirigente fanno di tutto meno che provare a spezzarlo, questo corto circuito dei pensieri corti, che slittano credendo di correre, che girano in tondo, ieri dietro agli sbarchi, l’altro ieri dietro agli ultrà, oggi appresso al tesoretto, stasera al family day, domani chissà.
Colpa certo anche dei mille taccuini e microfoni sempre pronti a registrarli ma che sorpresa sarebbe se un giorno un politico qualunque a domanda qualunque, dopo un bel respiro, rispondesse. “È materia complessa, ho bisogno di tempo, di tempo per pensarci”. Chissà che dopo uno smarrimento collettivo non spuntasse alla fine la cosa giusta da dire e, soprattutto, da fare.
giovedì 10 maggio 2007
Se la guerra ci viene a cercare

A proposito degli italiani e delle missioni di pace. Eravamo uno sparuto drappello di cronisti al seguito dei primi 40 alpini che andavano a sistemarsi a Khost, sulle montagne ai confini con il Pakistan. Era il febbraio di quattro anni fa. Roger King, generale americano allora comandante della missione Enduring Freedom, salutò i soldati italiani, indicò le bellissime cime innevate che circondavano la piana di Kabul e disse: “Le vedete lì in fondo, beh, quella è roba vostra, benvenuti in Afghanistan” e poi a noi aggiunse “questa è una combat mission” e non c’era bisogno di traduzione. Noi scrivemmo e puntuale, a stretto giro d’agenzie, arrivò la precisazione da Roma “Non scherziamo, la nostra è una missione di pace, i nostri ragazzi sono destinati a zone non a rischio e sono ben protetti”. Firmato il ministro della Difesa di allora, Antonio Martino.L’episodio mi torna in mente in questa primavera, a proposito delle preoccupazioni di un altro ministro della Difesa Arturo Parisi che qualche giorno fa, dopo l’ennesima giornata di combattimenti nel sud e nell’ovest dell’Afghanistan, con gli americani che snocciolavano dettagli e cifre dei talebani uccisi e sorvolavano sulle manifestazioni di protesta della popolazione di quei luoghi per i cosiddetti effetti collaterali (decine di civili morti), dettava così alle agenzie “siamo preoccupati per un eventuale coinvolgimento degli italiani in operazioni estranee alla missione votata dal Parlamento”. Già perchè anche questa volta gli italiani ci sono, sono acquartierati ad Herat, città capoluogo di una provincia del paese che dista poco più di cento chilometri dalle zone dove si combatte e anche questa volta trattasi di “missione di pace”, o meglio di “assistenza alla sicurezza” della nascente democrazia afgana. Ora, quanto devono durare i giochi di parole? È vero, le missioni non sono le stesse, quella “Enduring Freedom” a guida americana non è quella “Isaf” a guida Nato, le regole d’ingaggio sono diverse, ogni contingente e ogni paese ha i suoi “caveat”, cioè i limiti autoimposti ai propri soldati e però la guerra non fa tante differenze. Di sicuro non ne fanno i talebani, tutt’altro che morti e sepolti. Semmai potrebbe riproporsi, nelle chiacchiere tra soldati alleati, il vecchio e logoro luogo comune degli italiani abili solo in cucina e in salmeria. Dunque giusta la preoccupazione del ministro Parisi, giusto chiedere un coordinamento tra gli alleati per evitare sovrapposizioni e incoerenze nelle catene di comando ma il problema resta lì, tutto intero, a mano a mano che la primavera avanza. Se la guerra ci viene a cercare, che ne facciamo delle missioni di pace?
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